Di un'ontologia deviata. Thomas Ligotti e C. S. Peirce



In questa sede vorremo provare ad accostare il racconto di Thomas Ligotti Dream of a Manikin ad alcune riflessioni in ambito ontologico proprie dell’opera del filosofo Charles Sanders Peirce. Ci soffermeremo non tanto a fornire una argomentazione esaustiva dell’intricato complesso filosofico di Peirce, ma piuttosto a mettere in contatto alcune concettualità proprie del filosofo americano con l’orrore metafisico tracciato da Ligotti all’interno del suo racconto. Vorremo infatti essere in questa sede fedeli a una prospettiva esteticamente orientata nei riguardi del concetto filosofico, concentrandoci dunque verso potenziali risonanze fra i due autori che siano capaci di aprire scorci inediti sulla natura del reale che ci circonda. Vedremo infatti come il nocciolo delle teorie a proposito dell’essenza del mondo messe in gioco dai due autori, seppur con diversi intenti, abbiano molti e interessanti punti di contatto.

Non ci soffermeremo sul riassumere la trama del racconto di Ligotti. Ci soffermeremo piuttosto, successivamente, sul finale della storia, momento in cui vengono propriamente a illuminarsi i nodi filosofici più importanti del racconto.



Ora, le tematiche principali che Ligotti dispiega nel suo racconto vanno indubitabilmente a giocare letterariamente su più direttrici, delle quali vorremmo analizzarne una in particolare: il rapporto fra mente e materia. Ligotti infatti, nell’architettura del suo incubo, va precisamente a lavorare sul perno filosofico fondante dell’ontologia di matrice cartesiana, procedendo a ricomporre la frattura sussistente fra mente e materia e procedendo a impostare un modello alternativo di reale. Ma procediamo per gradi.

Il reale, come codificato entro le analisi filosofiche proprie di Cartesio, viene a comporsi in ultima analisi di due polarità distinte e contrapposte: la mente – res cogitans – e la materia – res extensa. Tali poli vengono configurate da Cartesio come ontologicamente irriducibili e reciprocamente escludenti. L’oggetto mentale è cioè infinitamente altro nel suo statuto rispetto all’oggetto materiale e viceversa. Il mondo, il tal modo, viene a essere sezionato in membra inestricabilmente separate e incomponibili fra esse: rispettivamente, esso viene cioè sezionato nelle membra che chiamiamo comunemente in materia e in pensiero. La profonda problematica teoretica si pone dunque nella chiarificazione di come sia possibile che due polarità configurate fin dal principio come appartenenti a diversi reami del reale possano in qualche modo instaurare una relazione fra di esse. Come risulta possibile spiegare come mente e materia interagiscano? In tale snodo teorico si situa una delle maggiori criticità filosofiche della teoria cartesiana riguardante la tematizzazione del rapporto soggetto-mondo, e tale problematica chiama a gran voce profonde correzioni dell’intera visione su cui si imperniano tali teorizzazioni. Ora, risulta particolarmente interessante notare come Ligotti, nel suo personale orrore ontologico, vada a costruire una soluzione a tale questione di tipo essenzialmente sinechistico. Cos’è dunque il sinechismo?



Riassumere in poche righe le complesse e stratificate teorie di Peirce risulta impresa ardua. Ne tracceremo i contorni in modo impressionistico, chiarificandole successivamente tramite il confronto con il nocciolo filosofico del racconto di Ligotti. Il concetto di sinechismo, nel contesto della imponente architettura concettuale di Peirce, si pone – nelle parole dello stesso filosofo - come l’architrave principale del suo intero edificio di pensiero. La visione sinechistica, da synechés (“continuo”), viene descritta da Peirce in termini generali come la tendenza a concepire ogni cosa come continua. Si capisce come le conseguenze dell’accettazione di una tale ottica siano innumerevoli. Per quanto riguarda il nostro discorso, sottolineiamo come il sinechista, nella caratterizzazione che ne dà Peirce, non ammette che i fenomeni fisici e psichici appartengano a due categorie totalmente distinte di fenomeni. Il pensatore sinechisticamente orientato assume piuttosto che concetti e oggetti materiali constino ultimativamente di una medesima natura, sebbene nella diversità degli specifici caratteri esibiti da essi. È dunque una nuova foggia di mondo quella che viene dispiegata ai nostri occhi.



Ora, per Peirce, l’unica teoria comprensibile dell’universo è quella di uno specifico tipo di monismo idealista. Ovvero: tutto è mente. Ma non si intenda con mente la supposta porzione di essere presumibilmente situata nello spazio intercraniale di ogni soggetto. Ogni ego per Peirce è un germoglio di una onnicomprensiva mente umana collettiva, costituita dall’intera comunità degli indagatori del reale, mente collettiva transitante entro ogni snodo individuale e sempre in evoluzione nei propri strumenti di pensiero. Tale mente è costitutivamente sempre in divenire, in ristrutturazione, in crescita. Ma tale prospettiva è inevitabilmente da allargare ulteriormente. L’intero diluvio di pensiero della comunità dei ricercatori umani può darsi solo in quanto esso è in ultima analisi solamente una delle fibre dell’incommensurabile intreccio che costituisce il tessersi - il divenir reale, ovvero il divenir regolare - della trama del mondo.

Ovvero: il pensiero non è situato in noi, incapsulato nel nostro individuale corpo. È piuttosto il corpo ad essere nel pensiero. Ogni nostro pensiero è cioè un infinitamente microscopico dibattersi del processo cosmico che costituisce l’essenza strutturalmente in transito di quello che definiamo il mondo.

E di più: è il nostro stesso corpo – come per Peirce lo è ogni regolarità fisica e materiale che ci circonda costantemente – che si delinea come una concrezione, una ossificazione di quella originale spontaneità cosmica che costituisce il grembo primigenio di ogni possibilità di realtà.

La proposta filosofica di Peirce è dunque un idealismo oggettivo che dia ragione della materia e delle leggi fisiche come specifiche porzioni di mente universale sterile e irrigidita (effete) entro un contesto di regolarizzazione progressiva di abiti d’azione. Per Peirce, ciò che chiamiamo materia non sono che i segmenti di mente cosmica reificati in abiti d’azione regolarizzati e stabilizzati. Materia sono gli indurimenti, i corrugamenti progressivi del tessuto di pensiero costantemente dispiegandosi che costituisce il progredire della marcia del reale.








In tale contesto, il darsi stesso della possibilità di un qualunque tipo di conoscenza è garantito da una sostanziale coessenzialità di diverse porzioni di mente cosmica: mente conoscente - l’ego - e mente conosciuta - la natura. Non vi è frattura a separarli, non vi è confine da valicare: essi sono lo stesso, visto da punti di vista speculari e corrispondenti. La presunzione di un confine fra mente e materia è una illusione della nostra miopia concettuale. Il sinechista vede invece che il pensiero sfuma infinitesimalmente nell’oggetto, e viceversa l’oggetto nel pensiero, poiché essi sono il diversificato dispiegarsi di uno stesso tessuto ontologico. È piuttosto la nostra tradizione di pensiero, tradizione che informa inevitabilmente ogni nostro ragionamento, che amputa costantemente la natura fondamentalmente continua del reale, lasciando dietro di sé una scia di fenomeni irrelati e dunque essenzialmente incomprensibili alla ragione.

In questo panorama, se la materia è dunque la parte regolarizzata e cristallizzata del flusso di pensiero cosmico, la mente specificatamente umana invece - a questo stadio dell’ossificazione cosmica in cui ci troviamo - consta ancora di una certa libertà di azione. Il nostro flusso di pensieri non è sicuramente totalmente libero, ma subisce solo delle gentili forze che ne guidano lo svolgersi, mantenendo nondimeno un certo grado di spontaneità e di libertà.

Ora, per il nostro discorso è importante sottolineare che per Peirce il processo di pietrificazione che costituisce il divenir regolare della materia è sempre e inevitabilmente asintotico e incompleto. Quella porzione di mente cosmica che definiamo materia non è cioè mai totalmente regolarizzata. Nel suo progressivo indurimento permane sempre piuttosto un certo grado infinitesimale di quella spontanea mutevolezza che ne costituiva il carattere principale entro le fasi primigenie dell’evoluzione cosmica. Ciò significa che, letteralmente, in grado infinitesimalmente piccolo la materia pensa ancora. La parte regolare del nostro mondo quotidiano, ciò che noi consideriamo fissato e dato, è dunque attraversata costantemente da sfocature infinitesimalmente piccole, talmente insignificanti da poter essere considerate inesistenti. Tali sfocature e oscillazioni increspano sommessamente la regolarità di ogni tipo di oggetto che noi consideriamo inerte. Si potrebbero chiarificare molto bene tali increspature con la terminologia usata da Ligotti nel suo racconto: cosmic static. In tale statica cosmica, è la realtà stessa, nella sua essenza, a oscillare in modo infinitamente impercettibile.



È un panorama da capogiro quello che viene espresso da Peirce. Proviamo dunque ora a mettere in relazione questa raffigurazione del reale alle situazioni descritte entro il racconto di Ligotti.

Il personaggio principale del racconto, come d’altronde il lettore stesso, vive e pensa sulla scorta del realismo quotidiano che costituisce il nostro normale schema di pensiero. Tale schema di pensiero è traducibile in tal modo: vi è un mondo, separato e indipendente rispetto al nostro flusso di pensiero, e successivamente vi è la serie dei pensieri che noi facciamo su di esso. Ligotti pone dunque la questione, spalancando l’incubo: come si configura la relazione fra polo conoscente e oggettualità conosciuta? Come è possibile disegnare un limite fra le due polarità giocate nella relazione conoscitiva di un soggetto se un limite di siffatta natura, strutturalmente, si delineerebbe come un trascolorare sempre percorso e sempre travalicato ad ogni interazione mente-mondo? È lo stesso io narrante a interrogarsi su tale questione, non senza ironia, vista lo scarso interesse che suscitano tali questioni nel personaggio principale:



“And just what are the boundaries of the self? Is there a secret communion of seemingly separate things? How do animate and inanimate relate? Very boring, m’dear…zzzzz”.


Teniamo ora a mente la posizione sinechistica, che ci informa di come mente e materia siano due poli in relazione di continuità, sfumanti l’uno nell’altro. Quali situazioni potrebbero dunque verificarsi nel caso la relazione fra le due polarità potesse essere percorsa in più sensi? Se, cioè, accadesse che quella continuità inscindibile che pone in relazione oggetti e pensieri venisse percorsa in direzione inversa? Se, piuttosto, fosse il pensiero a tradursi in materia e non gli oggetti a tradursi in rappresentazioni mentali? La terrificante eventualità è precisamente quella che viene raccontata dall’autore e che in ultimo luogo determina la morte come soggetto del personaggio principale.


Abbiamo ora tutti gli strumenti per calarci appieno nell’orrore metafisico di Ligotti. L’ontologia alternativa disegnata dall’autore consta di quelle che vengono descritte attraverso le parole del protagonista come piccole zone e sacche d’interferenza. Queste sono definite come porzioni di reale caratterizzate da anti-attributi rispetto al mondo comunamente inteso. A tal riguardo, è interessante come lo stesso personaggio femminile con cui il protagonista dialoga costantemente venga delineato come una specie di filosofo deviato, un teorizzatore – tramite lo studio di un mix di occult studies and depth analisys – di malsani modelli alternativi di realtà.

Il personaggio principale si ritrova evidentemente preso in trappola all’interno di una di tali sacche d’interferenza. Ora, ricordiamo di come, per Peirce, l’universo brulichi di abiti induriti e – in senso semiotico – rigidi e morti. Ricordiamo come, per Peirce, seppur in grado infinitesimo la materia stessa pensi – non avendo questa mai perso totalmente quella caratteristica di dinamismo propria del flusso semiotico-mentale. E ora, se il limite fra oggetto e mente fosse percorribile in entrambi i sensi, cosa accadrebbe dunque a una mente che – contrariamente alle situazioni quotidiane – percorra il nesso mente-materia al contrario e si travasi dunque nella materia? Irrigidimento, ovvero: morte della mente come tale, cristalizzazione in un abito d’azione inveterato e indurito. Effete mind, mente sterile e cosalizzata privata della caratteristica di fluidità che ne costituisce il carattere distintivo.



Nell’incubo ontologico ligottiano, è il tramite onirico a fungere effettivamente da collegamento fra il pensiero del personaggio principale e la materia di cui è costituito il manichino. La mente del soggetto è ora risucchiata in una cosalizzazione che ne delinea l’esaustione e l’irrigidimento in una figura di stasi, equivalente dal punto di vista psicologico alla morte. Non è il personaggio a pensare il manichino, ma è ora la materia che è il manichino a pensare il soggetto. La materia – ovvero, la mente inerte - si dinamizza, si increspa e, segretamente, sogna. La trappola è scattata, e l’ego del soggetto ora non è più un ego, ma – intrappolato nelle maglie di un fugace e infinitesimale sogno di un oggetto – è ora sterilizzato del dinamismo che fa della mente quel flusso di segni e di rappresentazioni sempre in movimento che tutti conosciamo.

Sleep your singular sleep and dream of the many, the others. They are also part of you, part of us. Die into them and leave me in peace.



 



Rimandi Bibliografici: Thomas Ligotti, “Dream of a Manikin”, in Songs of a Dead Dreamer and Grimscribe, Penguin Books, New York (NY) 2015.


Charles Sanders Peirce, “Immortality in the Light of Synechism” (1893), in The Essential Peirce. Selected Philosophical Writings. Vol. 2 (1893-1913), ed. dal Peirce Edition Project, Indiana University Press, Bloomington (IN)-Indianapolis (IN) 1998.


Marco Stango, “Mortality in the Light of Synechism: A Peircean Approach to Death”, in Transactions of the Charles S. Peirce Society, Vol. 55, No. 4, pp. 387-407, 2019.


Rossella Fabbrichesi Leo, Federico Leoni, Continuità e variazione. Leibniz, Goethe, Peirce, Wittgenstein con un’incursione Kantiana, Mimesis, Milano 2005.