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CASO LUCA VARANI – Parte II: Marco Prato





È la notte del 5 Marzo 2016. Marco Prato si presenta verso mezzanotte all’Hotel San Giusto di Roma e affitta una stanza per due notti. Porta con sè una borsa di tela e chiede alla reception di non essere disturbato dal servizio di pulizie. Verso l’alba ritorna con una richiesta particolare, una penna da scrivere, per poi risalire in camera e rimanere al suo interno fino al giorno successivo. Intanto i carabinieri, avvisati dell’omicidio di Luca Varani, riescono a risalire a Marco, e raggiungono l’Hotel San Giusto verso le 21 e 30 del giorno seguente. Arrivati in hotel, sentono provenire dalla sua stanza una canzone, “Ciao amore ciao” di Dalida.  La porta è chiusa. Provano con il passe-partout, ma niente, non riescono. Così forzano la serratura ed entrano: trovano Marco Prato steso a terra a pancia in giù, in stato confusionale. Ha ingerito una grossa quantità di sonnifero, il Minias. Sul tavolo trovano una bottiglia quasi finita di amaro. Tentato suicidio. Come Dalida. Oltre agli alcolici trovano nella borsa di tela diversi oggetti: una parrucca blu, dei tacchi a spillo e un vestito leopardato. Marco viene scortato fuori dai carabinieri mentre i genitori sono lì ad aspettarlo. Il padre è il primo ad abbracciarlo, prima di vederlo svanire dietro le porte dell’ambulanza. 



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Ora che la truffa è stata scoperta

ho ingerito un violento riposo

affinché gli occhi cedessero

alla fisiologia della mia colpa.

 

Mi sono svuotato sul pavimento

ho provocato la morte, ingoiandola

per restare solo insieme a te, Dalida

sola e spopolata come una notte qualsiasi,

non capendo a pieno

che la seduzione è una parrucca blu

senza volto, una bambola rotta 

con cui nessuno vuole più giocare.

 

“Dentro di me ho scoperto delle cose orribili

dentro di me e nel mondo”.

 

Ma poi chi ha voluto affacciarsi veramente,

chi ha frugato in questo mio niente?

 

Nessuno mi ha veramente capito.

Nessuno mi ha voluta.


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Marco ha 30 anni, è laureato in Scienze Politiche alla Luiss, e lavora come organizzatore di eventi notturni nella Capitale. Prima di questa attività ha vissuto a Parigi insieme al suo ragazzo, ma la relazione finisce, e Marco, preso dallo sconforto, tenta il suicidio per la prima volta. Poi torna a Roma, “per leccarsi le ferite”, ma ritenta il suicidio e lo ricoverano in una clinica psichiatrica.

Davanti al giudice ed ai carabinieri parla con disinvoltura e sicurezza, racconta di sé in modo consapevole, come se ogni dettaglio, ogni esperienza e dolore fosse sotto controllo e già analizzato ed elaborato a dovere. Parla della sua omosessualità come se fosse la conseguenza di una forte presenza femminile nella sua famiglia, dalla nonna alla madre fino alla sorella. Da quando quest’ultima si è ammalata di distrofia muscolare, riferisce di aver perso l’amore e l’attenzione di sua madre, e di aver provato a colmarlo in tutti i modi. Inoltre, dichiara il suo desiderio di cambiare sesso e la sua forte attrazione verso gli eterosessuali, come Manuel Foffo: racconta di essere stato la sua bambolina sessuale in quei giorni, di essersi vestito e truccato da donna per soddisfare tutti i suoi desideri. Poi arriva l’alcool e la cocaina. La confusione. Luca Varani.



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Ti ho vista piangere, madre

e con le tue lacrime incidere

una carestia sul mio corpo,

raschiarlo fino alla dispersione

fino al mio smarrimento.

 

Ora che sei buio e frattura

ho provato a cercarti altrove,

ho trafugato negli abiti degli altri

e nel dolore dei loro corpi

per fare luce su di me.

 

E guardandomi, ricercandomi

dentro uno specchio

non ho visto che un guasto,

una crepa lunga e inappagata

che affondava sul mio viso.

 

Senza di te.

 


 

 * le parti in corsivo sono state estrapolate dagli interrogatori e testimonianze presenti in diversi documentari e nel libro “Città dei vivi”, Nicola Lagioia (Einaudi 2020)

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