IL NANO DI TERMINI - Cronaca di un cuore imbalsamato

di Pietro Emiliani


La notte del 26 Aprile 1990 viene rinvenuto il corpo di Domenico Semeraro, in arte Mimmo.

Alto 130 centimetri, 44 anni, Domenico era professore di un Istituto Tecnico di Roma e segretario dell’Istituto cinematografico Rossellini dove debuttò come controfigura per il film “Non si sevizia un Paperino” di Lucio Fulci.

La sua vera passione però erano gli animali: nel suo laboratorio in via Castro Pretorio 30 svolgeva il lavoro di imbalsamatore e al tempo stesso accoglieva giovani ragazzi dei quali si infatuava, attirandoli con provini e offerte di lavoro.

La sua tendenza a sedurre ragazzi fragili nei paraggi della stazione gli valse il soprannome “il Nano di Termini”: prometteva loro amore e denaro, cura e protezione, in cambio del loro affetto e compagnia.

Il suo cadavere fu ritrovato in una discarica di rifiuti a Corcolle, periferia sud-est di Roma, zona Prenestina. Il corpo presentava lividi e percosse, era in un sacco nero della spazzatura, strangolato con il suo foulard a pois firmato Balenciaga.


*


Io ero il tuo talismano e l’hai abbandonato[1].


La mia voce ora è un rivolo di nebbia nelle tue mani.

Hai stretto forte senza vergogna, offuscando il mio amore ingenuo e svergognato.

Quella stessa vergogna che intravidi nel tuo sguardo

quando mi parlasti della tua Honda 125.


Avevi gli occhi di un cervo braccato, la giacca di jeans sgualcita

e le mani sporche di strada.

Odiavi il caldo e l’accento romano, il bar sotto casa,

disperavi un altrove, un sigillo che conservasse la tua bellezza incorruttibile.


Trovandomi, hai conosciuto l’estensione del desiderio,

la chiave per il tuo inferno privato.


Abbiamo viaggiato, hai vissuto cose che nei sogni si vedono, emozioni e tanto tanto affetto.

Ti ho donato i miei animali più pregiati, piccolo sirenetto,

i miei vizi e i miei simulacri.


E ora guardami, consumato dal tuo tradimento,

subire il buio per avere amato così tanto.


Io ti perdono e ti lascio con tutti questi problemi

che ti sei creato e che ancora non sono finiti.

E questo è niente… non sono più in grado di scrivere

perché un pianto mi ha preso e non vedo più chiaro.


*


L’omicida è Armando Lovaglio: suo amico, amante e collaboratore. Armando non era da solo quella notte, con lui c’era la compagna e complice Michela Palazzini, segretaria assunta nel laboratorio di Semeraro.

I due fidanzati, insieme a Domenico, avevano iniziato un perverso e contorto menage a trois.

Il loro rapporto d’amore fu segnato sin da subito dalla violenza: Domenico era geloso della relazione tra i due perché indeboliva il suo controllo su Armando e temeva che potesse lasciarlo da un giorno all’altro. Per questo motivo cercava di ammansirlo attraverso droga e regali costosi: motociclette, profumi, vestiti di alta moda, serate e cene di lusso.

I problemi veri, però, iniziarono quando Michela rimase incinta: i due giovani volevano cercare casa e allontanarsi da Domenico, che diventava sempre più opprimente. Talvolta si appostava sotto casa di Armando e citofonava tutta la notte fino a che non fosse sceso per andarsene via insieme a lui.

Iniziarono così i ricatti e le violenze psicologiche sui due giovani ventenni che cercavano in tutti i modi di liberarsi dall’ossessione di Semeraro.

Furono ricattati con droga e foto oscene che scattò in momenti di intimità: promise di portarle ai genitori di entrambi se Armando l’avesse lasciato. Dopo mesi di minacce, violenze e tentativi di fuga, Armando compì il fatidico gesto dal quale non ci fu più ritorno per nessuno.


*


Non meritava di vivere. Non meritava il mio amore.


Quando strinsi il suo collo, capii che era solo materia innamorata,

un corpo senza latitudini. Era una cavità lacunosa.


Michela strillava lanciando echi di rimorso.

Io non sentivo rumori.

Ero disabitato, le mani come un trauma

chiedevano un passato da amalgamare.

Ucciderlo era il prezzo da riscattare.

Il gesto fu un gracidare di silenzi.

Nessun dolore, nessuna frattura sentimentale.


Ogni passato ha una massa.

La mia fu il corpo di Domenico, una profonda ustione.


Ora che ho strozzato la dipendenza, il suo male è tornato all’origine,

lavabile come incrostature sul pavimento.


Ti ho lasciato lì con le tue minacce, le tue manie, le tue perversioni,

al freddo del tuo trascurabile scheletro.

Piangevi sussurrandomi spiegazioni.

Neanche con la morte hai compreso l’amore bugiardo,

l’inconsistenza del nostro contratto.


Dopo non è rimasto più nulla.

Anche il dolore non aveva niente da dire.



Il giorno dell’omicidio, Semeraro, vedendo che stava perdendo Armando per colpa di Michela, provò in tutti i modi a persuadere il ragazzo a scappare con lui a Ostuni, sua città natale, per una vacanza.

Chiese ad Armando di raggiungerlo a casa sua la notte del 25 Aprile, minacciandolo con delle registrazioni fatte da Michela in cui parlava di storie inventate con il solo scopo di ingelosire e mettere in difficoltà entrambi gli uomini. Storie di amori e tradimenti. Chiamò infine Michela, riferendole che stavano partendo per Ostuni, così lei accorse per avere dei chiarimenti. Iniziarono a discutere animatamente e Michela fece per andarsene. Armando cercò di raggiungerla, lasciando da solo il nano nella sua disperazione, ma fu proprio in quel momento che Domenico si intromise fra i due ed afferrò un arnese, simile a un bisturi, con l’intento di ferire il ragazzo. Armando riuscì a disarmarlo, lo prese con il braccio per il collo e con l’altra mano strinse il suo foulard fino a che il nano esalò il suo ultimo respiro.

Michela nel frattempo era scappata, tornò sul posto solo in seguito per sapere come si fosse conclusa la discussione. Armando era sconvolto. Aveva tracciato il suo destino.


*


Accasciato sulla tua bellezza, non ti riconosco più.


Hai i denti come lamiera arrugginita

che recidono l’amo calato lento sul tuo collo:

sigarette di lusso e giacche di pelle erano il sodalizio,

l’oscura formula con cui ti lasciavi guardare.


Ero dietro ogni tua trasgressione come un sipario:

allentavo il mio amore alla tua smania di giovinezza

allentavo il mio cuore su misura delle tue ciglia

ciglia che ora sono serpenti sul mio corpo di pezza.


Per una zoccola, per amici falsi e invidiosi

ti sei trasformato in una violenza ottusa.

Magra come una carestia.

Si è rivolta contro di te, contro il tuo ideale di autonomia.


Oris, figlio mio, fuggi nella grande prateria.

Monta il Centauro e scaglia la freccia e va a prendere il vello d’oro!


Lasciami qui nell’indifferenziato

e fuggi

bellezza indomata,

liberati dall’amore che io non ho saputo imbalsamare.



Domenico e Armando si conobbero il 27 giugno del 1986, grazie ad un’inserzione sul giornale “Porta Portese”. Armando smaniava, era nel fuoco dell’adolescenza e cercava un lavoro per potersi permettere una motocicletta giapponese che desiderava da tempo, la Honda 125, che i genitori non volevano comprare. Si incontrarono per la prima volta nel laboratorio di Castro Pretorio 30 e Armando, in seguito, descrisse Domenico come un uomo particolare ma senza una grande impressione. Lo definì solamente gentile e disponibile. Il suo obiettivo inizialmente era la moto, nulla più.


*


Il mio desiderio era volare sopra Casal Bruciato,

essere indomabile, sfilare davanti ai ragazzi del quartiere

per vantare la mia altitudine,

io il fulmine e loro l’albero spaccato.

Volevo dimenticare la povertà di Roma

igienizzarla con la mia velocità.

Volevo tutto senza dover pagare, senza muovere un dito

accumulare oro ed eternità.

La motocicletta era lo svincolo per la gloria,

il salto nella stortura della vanità.

Oltrepassata quella soglia, Domenico era lì che mi aspettava.


*


La prima volta che Armando provò dell’eroina, Domenico aveva indossato uno dei suoi capi di sartoria preferiti. Domenico era un esteta ineguagliabile, aveva un sarto di fiducia dietro Piazza Navona.

Non amava essere accompagnato nei suoi giri per negozi, non riferiva a nessuno il nome dei suoi atelier preferiti. Amava il gusto della solitudine per preparare il suo ingresso nel mondo. Conosceva bene l’abbandono e sapeva come viziarlo.

Quando tornava da Armando in laboratorio, era sempre una grande festa: riempiva di regali il suo ragazzo. Non svelava mai il prezzo e la fatica di aver scelto personalmente quei capi d’abito.

Quel giorno Domenico volle che Armando si vestisse bene per l’occasione: indossava una camicia di lino beige e un paio di pantaloni neri a vita alta, un modello all’ultima moda che piacciono tanto ai giovani e che risaltavano la sua magrezza spigolosa. Domenico apriva le porte del vizio per tenere sotto controllo Armando, rinvigoriva le sue mancanze per poter essere sempre amato[2].


*


Inalai la trasgressione, fissandoti.

Volevo guardarti e lasciarmi guardare,

assaporare i granelli della tua grazia,

vedere come anestetizzasse la mia tracotanza.


Eravamo uniti nella dipendenza. Uniti nell’ossessione.


Il tuo occhio sfamava le mie vene,

planava sul mio volto come un gabbiano nel mezzo del Raccordo Anulare.


Mi appoggiasti una sigaretta sulla mano senza dire nulla,

con la benevolenza di un padre disegnata sul volto.


Eri dentro di me, inviolato,

e sentivo l’abbraccio della droga

cullarmi come la tua imponenza,

il tuo affetto da gigante.

Ero tuo

addomesticato come un felino selvatico.

Tu eri mio

come un leone imbalsamato.


*


La gentilezza, la cura e le infinite possibilità che Domenico offriva ad Armando spinsero quest’ultimo nel baratro della trasgressione e delle dipendenze. Domenico si mostrava come un padre per Armando, lo aiutava in qualsiasi cosa pur di meritarsi il suo affetto. Cercava sempre di stargli vicino e gli offrì casa sua come appoggio. Armando cadde nella sua finta benevolenza. Smise di andare a scuola e i genitori non dissero nulla, erano incapaci di gestire le difficoltà che Armando andava accumulando. Volevano capirlo, parlare, ma non riuscivano mai ad ottenere un vero confronto perché le feste e le opportunità che offriva Domenico erano troppo allettanti per il ragazzo. L’ultimo e disperato tentativo di strappare il figlio alla sua egemonia fu un’irruzione in casa Semeraro, che tuttavia si concluse con una denuncia per violazione di domicilio. I genitori osservavano impotenti Armando scivolare nel controllo totale di Semeraro.


*


“Ma rivolgetevi alla polizia, fate qualcosa!”[3]

cedeva l’indignazione della professoressa di storia

davanti l’ombra bulimica di Mimmo.


“Professoressa, non si può fare niente, non si può fare niente”

cadeva come un eco lontano l’impotenza di Armando

che scelse di non partecipare alla sua imputazione.


Le sue fragilità erano mosche gonfie di lusso e miseria

intrappolate sul suo pallore alterato.


Gli prendo le mani e dopo che vedevo silenziosamente sgorgare queste lacrime,

mi azzardo a mezza voce, timidissima:

“Armando… che succede?”

fu l’ultima parola di amore ad abitarlo

prima che Domenico lo trascinò per sempre nella sua dannazione.


Armando Lovaglio venne condannato a 15 anni di carcere e scontò la pena nella quarta sezione penale del carcere di Rebibbia. Michela fu assolta perché ritenuta estranea all’omicidio, scagionata completamente dalla confessione di Armando.

Si conclude così la tragica storia di due giovani ragazzi, vittime di un’età fragile, illusa e manipolabile come solo l’adolescenza può essere.


“Ora mi dicono che devo guardare avanti. Ma davanti ho solo il carcere”[4]


 

[1] Le parti scritte in corsivo sono tratte dal diario personale di Domenico Semeraro [2] Questa narrazione è opera di fantasia, immaginata dopo aver ascoltato un’intervista di Armando in carcere dove racconta la sua prima esperienza con l’eroina [3] Estrapolate dai ricordi e dalla testimonianza della professoressa di storia italiana dell’Istituto tecnico frequentato da Lovaglio [4] Intervista a Lovaglio su l’Unità, 14 Maggio 1991



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