American Gothic

Gli Stati Uniti d'America sono una delle espressioni più complesse, controverse e indefinibili del panorama mondiale sotto ogni punto di vista. Un'Europa delocalizzata e filtrata per mezzo di esperienze coloniali che hanno stravolto completamente l'assetto di quella che, contro ogni pronostico, è diventata una Nazione nota a tutto il mondo per le sue espressioni storico-culturali più svariate. Che si tratti di epopee Western, di retoriche belliche o di rockstar poco cambia. Il marchio USA è impresso con forza nell'immaginario collettivo ed è difficile non averci a che fare. C'è però qualcosa che sfugge all'industria e al livellamento che rende piacevole quello che spesso non lo è affatto. Esiste un'America che non ha niente da spartire con gli Stati Uniti, un'America che ha assorbito la lezione puritana dei padri pellegrini e ha definito un modo di stare al mondo che difficilmente trova repliche altrove.




Non è un caso che il Nuovo Mondo porti in seno le grandi contraddizioni del vecchio, spinte al limite estremo e poste sotto sguardi che lo rendono ancora più complesso di quanto non sia già, e non è possibile pensare agli Stati Uniti senza considerare il continente che ha offerto loro la possibilità di costituirsi. Un continente ostile e multiforme, arido e rigoglioso allo stesso tempo in tutta la sua estensione, dov'è possibile attraversare chilometri di deserto e scontrarsi con gli inverni più rigidi senza nemmeno avere il tempo di rendersi conto di dove si stia andando. Un continente che obbliga a riformulare la considerazione che si ha della propria posizione e funzione nel mondo, e che prima dei grattacieli e dei lustrini ha dispensato sangue, silenzio e lamenti per decenni.


La rotta verso l'America ha conosciuto in principio due protagonisti che, per eccesso di termini e riferimenti culturali e religiosi, possono essere distinti in bianchi e neri; europei e africani. Coloni e schiavi, portatori della stessa condizione di viaggiatori su piani differenti e colmi di rabbia, speranza e paura. Un esodo, obbligato o volontario che sia, che non può essere scisso dal rapporto con Dio e che, prima che il Rock'n'Roll venisse fuori come una lega di metalli, aveva dato luce a due modi di esprimere la propria condizione esistenziale. La storia dei lamenti dei neri è ben nota, a partire dai canti nei campi, gli spiritual, che hanno dato via a tutta la tradizione afro-americana che ha condotto al Jazz e al Blues. Schiavi che reclamavano la propria libertà sotto il sole e il sudore, chini a coltivare una terra che solo dopo tempo e innumerevoli sofferenze avrebbe iniziato ad appartenergli. Non è difficile immaginare come l'essere stati privati di un'identità e di una terra abbia potuto infondere quel sentimento di rivalsa e nostalgia che ha accompagnato molti degli eventi storici più significativi del Nuovo Mondo.



Lamenti e sofferenze, sì, ma anche canti di speranza e di gioia, soprattutto quando intrisi di religiosità come nei gospel. Ma le rotte verso l'America erano due, due i colori della pelle e le condizioni e il proprio rapporto con Dio, e nessuno se non Dio ha portato i bianchi in America. Il loro lamento non può essere di speranza e di rivalsa e non può neanche essere un lamento comunitario di un popolo intero, perché non ci sono mai state catene ad averli uniti. Il Country, come viene normalmente definito il Folk americano, non nasce come lamento nei campi e non è un canto di liberazione dalla condizione di schiavitù. Il Cowboy, il fuorilegge, il pistolero e lo sceriffo sono figure quasi epiche, uomini e individui spesso soli o solitari che si affrontano tra di loro e affrontano quel continente che li ha accolti e che a volte gli riserva sole, avvoltoi e incursioni di pellerossa e altre neve, lupi e lunghi silenzi.


L'eroe americano nasce da queste figure, e il Country è la cornice musicale dell'epica americana. Ma c'è qualcosa che sfugge anche a questa rappresentazione eroica del rapporto tra uomo, Dio e natura e tra uomini e altri uomini che cercano soltanto la loro strada. Prima ancora del Cowboy e del nomade pistolero a cavallo ci sono quelle figure ombrose, cupe nei gesti e nei modi e nei vestiti che cercano solo un pezzo di terra; non una strada ma una casa. La territorialità del nucleo familiare che fa parte della comunità se la comunità fa parte della Comunione con Dio, e tutta allo stesso modo. Sono i Puritani ad avere solcato l'Oceano per andare ad affermare, dall'altra parte del mondo, la loro necessità di sottomissione a Dio stesso.


C'è un Country che è ben distante dai Winchester e i Coyote, un lamento che, analogamente a quello dei neri, racconta della propria condizione di schiavitù. Ma se i neri la loro non l'hanno scelta e auspicano la sua fine, i bianchi la affermano e la glorificano, rendendo grazie a un Dio che sosta su di loro onnipresente, come gli avvoltoi sulle carcasse del deserto. La corrente del Country che si riconosce in quel puritanesimo della prima ora spesso viene definita come Alternative Country, ma assume l'assetto concettuale nella sua interezza se la si accosta a un dipinto, forse tra i più conosciuti della pittura americana, ovvero American Gothic di Grant Wood, del 1930. Un uomo e una donna, seri e intimidatori nei loro sguardi, vestiti in perfetto stile puritano fanno da guardia alla loro casa con l'uomo che impugna un forcone nella mano destra; risulta difficile pensare a una rappresentazione più specifica di territorialità e individualismo. Da quel termine viene estrapolata la parola “American”, e per definire l'Alternative Country è sufficiente dire Americana.



Le origini stilistiche sono quelle del Country tradizionale, ma è la componente profondamente religiosa e determinista che ne cambia i connotati, estromettendo l'avventura e rimpiazzandola con la monotonia delle giornate tutte uguali condizionate dal rapporto diretto con Dio e l'angosciante messianismo che struttura la vita di tutti. Non è un caso che si abbia spesso a che fare con testi che rimandano alla seconda venuta di Cristo, come in Judgement Day, brano dei Beat Circus tratto dal disco Boy From Black Mountain del 2009.

O ancora i Sons Of Perdition, one man band originariamente composta dal musicista Zebulon Whatley che ha costruito una intera impalcatura discografica sul rapporto con la fine di ogni cosa, partendo dal primo lavoro, The Kingdom is on fire del 2007, e replicando in più occasioni i suoi debiti biblici come nel successivo Psalms for the spiritually dead (2010), un concept in cui ogni traccia è un salmo, musicalmente minimale e cupo nella voce e nei toni di chitarra.





I riferimenti alla tradizione Country ci sono tutti, anche nei lavori di gruppi come i 16 Horsepower, tra i primi ad avere dato via al genere mescolandolo con tendenze Post-Punk e gotiche, passando per i Reverend Glasseye, gli Woven Hand, e i Those Poor Bastards, per citare alcuni tra i più rappresentativi. Ogni lavoro è permeato da un'atmosfera che non può non far pensare a una condizione precaria dell'uomo in ogni sua forma. Ancor più se considerata la totale estraneità a una terra che è il Nuovo Mondo ma che è anche il mondo della fine, in cui il Dio cristiano più temibile e perverso ha condotto i suoi seguaci, che vivono con timore e devozione quel mistero della fede che si è espresso per loro nelle lingue incomprensibili della natura selvaggia, della solitudine e della violenza umana.


In questo Country che si contorce su di sé è possibile scovare, seppur in minima parte, il seme di qualcosa che è imprescindibile per trovare un senso in un'America che ancora persiste, come terra di sofferenza e lamento, negli Stati Uniti contemporanei e nel loro volto più pulito. L'abbattimento di ogni epica cavalleresca Western e di qualsiasi mito americano per mano degli americani stessi, intimoriti dalla propria terra, dalla propria storia e dalla loro stessa fede in Dio.