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Erranti - Merda e fumo. Intervista allo scrittore Alberto Ravasio

A cura di Morgana Chittari

 

1 - La prima è una domanda che vorrei porre a tutte le persone che scrivono.

Perché scrivi?

Io scrivo perché di solito quello che scrivo è più o meno degno di pubblicazione. Se scrivo al mio massimo, alzandomi un po’ sulle punte linguistiche, raggiungo all’incirca il grado zero di sopportabilità estetica, mentre se ballassi o cantassi o facessi l’uncinetto, magari con lo stesso impegno, la stessa passione, in cambio riceverei solo ortaggi, preferibilmente fallici. Mi sembra invece che in regime di autorialità di massa la pubblicazione non venga percepita come ingresso nel dibattito letterario ma come un nuovo inalienabile diritto umano.

 

2 - La scrittura è avvolta da un’aura romantica di astrazione. È fatta di idee, sì, ma soprattutto di cose concrete: oggetti, gesti, manie, abitudini.

Chiamiamole come vogliamo ma parliamo di queste “cose”.

Carta o computer?

Negli anni, causa digitalizzazione universale, ho disimparato l’uso della scrittura a mano, quantomeno in corsivo. Scrivo con la destra come a sei anni scrivevo con la sinistra, cioè spasticamente. Da questo punto di vista ho dato retta a Pasolini e mi vanto di essermi completamente descolarizzato.

Scrivi ogni giorno?

Sì, a meno che non subisca sequestri sentimentali.

In quali ore del giorno preferisci scrivere?

Qualunque ora del giorno tranne la notte perché ho orari da suorina.

Rituali? Cosa ti è utile fare per migliorare la concentrazione?

Mi aiutano molto: ottime cattive letture, risentimento sociale, agonismo da ex campioncino dei giochi della gioventù.

Usi strumenti per l’organizzazione del materiale?         

No, non prendo appunti. Parto dal presupposto che le idee folgoranti siano sempre le peggiori e quindi aspetto che l’idea folgorante venga spernacchiata da una seconda idea folgorante e poi da una terza e da una cinquantesima. Quando infine l’idea è davvero buona o comunque decente non è più un’idea ma un intero libro a cui ho pensato mentre ne scrivevo un altro a cui avevo già pensato e così via a ritroso. Con questo metodo economizzo i tempi morti e non ho mai periodi di latenza, sono sempre autoeroticamente eccitato.

Revisioni mentre scrivi o arrivi alla fine e poi torni indietro per editare?

Ogni giorno scrivo al massimo mille battute, più o meno tre periodi lunghi, e col passare del tempo mi accorgo che le ore giornaliere aumentano mentre le righe diminuiscono, perciò, applicando la neurodegenerazione, alla fine dovrei ritrovarmi a scrivere sempre ma niente, che penso sia il vertice estetico per chiunque non sia Flaubert o giù di lì.

Hai un genere prediletto o preferisci ibridare?

L’unico genere che abbia frequentato semiseriamente è stato l’erotico in dvd. Da studentesso quattordicenne non avevo il computer e mi sturavo le vie riproduttive su film come Tokio Decadence, Histoire d’O, ma anche sugli autoriali Salò o Il Casanova di Fellini. Purtroppo non ci ho rimediato nemmeno la cultura cinefila perché guardavo solo le scene smutandate.

Fai leggere ad altri il materiale durante o dopo la stesura (prima della pubblicazione)?

Quando ho accumulato almeno centomila battute di prosa barocca e turbosessuale leggo al telefono a persone del cosiddetto settore che ancora mi sopportano, ma ogni cinque anni circa queste persone giustamente mi sciacquonano via dalle loro vite e devo trovarmene di nuove.

 

3 - La prima volta che hai pensato di condividere con qualcun* una “cosa” che avevi scritto. 

A otto anni circa scrissi una lettera d’amore pedofilo a Gesù bambino. La lettera fu religiosamente modificata dalle suore e letta alla messa della domenica da una bambina a casaccio per spezzare e collettivizzare il talento, come il corpo di cristo.

 

4 - Quando si pensa alla scrittura di rado si pensa al corpo. Scrivere prevede uno spazio, un tempo, una postura, un silenzio o un suono che accompagna il gesto della mano. Immagina ora di osservare te stesso mentre scrivi. Che espressione hai? Cosa fanno le tue gambe? Dove ti trovi?

A mio parere la centralità del corpo nella narrativa italiana deriva dalla convergenza di due mode narrative: la scrittura dell’io e lo storytelling sensoriale. Quasi tutti scrivono di sé e quasi tutti scrivono sensorialmente e scrivendo sensorialmente di sé viene fuori sempre il corpo: il corpo anoressico, il corpo sessuale, il corpo tumorato. Quanto a me non mi occupo del corpo mentre scrivo, il corpo è la pagina, ma per concentrarmi almeno un po’ cerco di tenere fisicamente e temporalmente lontane le mani dal mio pene che chiede sempre masturbazione.

 

5 - A pagina 123 del tuo romanzo (La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera, Quodlibet, 2022) la voce narrante dichiara: “Nel paese, dove non c’è alcun accesso alla conoscenza, restano due sole alternative: o muori di fame e di sogni, o mangi abbastanza a lungo, nel piatto in cui sputi, da diventare tuo padre”. Estrapolata dal contesto, è una frase struggente. Dentro il tuo romanzo, è molto di più. È il motivo per cui citare frammenti dal tuo libro la trovo una delle cose più complicate. Il contesto e l’atmosfera sono tutto.

Sulla rivista “Il rifugio dell’ircocervo” Giacomo De Rinaldis ha parlato di pessimismo comico a proposito del libro. Ho ripensato ai dialoghi surreali, specie a quello tra Sputacchiera e la madre, riportati sempre dal punto di vista deformato e deformante del protagonista. Tanto spiazzanti quanto coerenti con i funambolismi della narrazione. Il libro può risultare di difficile collocazione nel mercato editoriale.

Io l’ho acquistato all’unico stand dedicato ai temi LGBTQIA+ del Salone del Libro di Torino e, francamente, dopo averlo letto mi sono chiesta Perché?

È vero che Sputacchiera si sveglia in un corpo transessualizzato ma non vedo volontà di tematizzare l’identità di genere. Piuttosto vedo una presa di posizione trasversale, e forse per questo ancor più significativa, sul rapporto tra un’intera generazione e il proprio corpo, il ruolo sociale, i sogni e le speranze. Trovo le etichette fastidiose ma sopporto meglio quelle che mi fanno sorridere. Quella di “pessimismo comico” la trovo davvero gustosa.

La senti giusta per te?

Sicuramente “pessimismo comico” è una definizione riuscita e trovo molto arguto il gioco autoreferenziale di recensire un libro parodico parodiando un concetto critico.

Quanto ha contato per la tua scrittura trovare i giusti interlocutori, dentro e fuori la casa editrice?

Richard Dawkins, di professione spaccacroci, dice che la differenza tra psicosi e religione è quantitativa. Se uno vede la Madonna è pazzo. Se la vedono in milioni è Lourdes. Allo stesso modo direi che la differenza tra la psicosi e il mio libro è il riconoscimento letterario aprioristico ricevuto da Cavazzoni e da Quodlibet.

 

6 - Puoi portare in vita uno dei tuoi personaggi e passarci ventiquattr’ore insieme. Chi scegli? Come passate il tempo insieme?

Quasi tutti i personaggi del libro sono persone sopravviventi che, dopo essersi lette, mi vorrebbero morto o comunque monco, senza un braccio, un naso.

 

7 - Hai la possibilità di vivere per una settimana la vita del personaggio di un libro o di una serie tv. Quale scegli?

Quando leggo i libri solitamente non mi affeziono ai personaggi ma alla prosa, alla famigerata voce, che poi sarebbe il funzionamento o il malfunzionamento mentale di chi sta scrivendo, il suo pensiero impaginato. Detto questo ho avuto anch’io le mie cottarelle, mi eccitano ad esempio Anna Karenina, la Monaca di Monza, eroine erotiche che stanno in due capolavori di moralismo e in qualche modo li falsificano dall’interno migliorandoli.

 

8 - Hai capito cosa chiedi alla scrittura?

Alla scrittura non chiedo niente, mentre chiedo a tutto il resto, come diceva la Merini, di lasciarmi scrivere in pace.

E cosa alla vita?

Alla vita, nel senso di vita umana sulla terra a parte me, non chiedo nulla perché sono stato abituato male da piccolo e sono venuto su a sberle e sacramenti e ancora sberle, ma se dovessi chiedere due cose al volo direi: un minimo di alfabetizzazione estetica da parte degli addetti ai lavori e poi un po’ di tenerezza sessuale, ma non dagli addetti ai lavori, altrimenti si fanno troppi pettegolezzi.

 

9 - Sei parole. Per ciascuna puoi dire quello che vuoi.

 

Padre

Patrimonio

Infinito

Penso che questa parola non possa più essere scritta se non comicamente. Il glorioso destino dei grandi concetti filosofici è di diventare cliché da prima prova di maturità.

Madre

Da adolescente acneico dicevo che la gravidanza è una malattia venerea ma dopo un po’ ho smesso da solo. 

Violenza

Nell’attuale dibattito letterario la sola violenza accettata e funzionante è la fragilità ricattatoria.

Maestr*

Se come diceva il protagonista di Jurassic Park i dinosauri non si sono estinti ma si sono evoluti in uccelli io aggiungo, pseudoscientificamente, che i nazifascisti non sono morti ma hanno studiato Scienze della formazione e sono diventati educatori.

Compassione

Restando in ambito letterario perché sul resto sono scarso, a mio avviso la compassione è la vera differenza, di questi tempi impercettibile, tra Céline e il Reich o tra Houellebecq e le destre contemporanee, insomma è la differenza tra il cattivismo lucido della grande letteratura e la banalità del male o comunque del malino.

 

10- Sei in prigione. Ti concedono di portare con te solo tre oggetti. Cosa porti?

Mi piacerebbe poter rispondere Musil, foto dell’amata e oggetto fallico per le pause di ricreazione, ma dico pc che li contiene più o meno tutti e tre, anche se in sformato digitale.

 

11- Perché sei finito in prigione?

Debiti per spese legali o istigazione filosofica all’omicidio del papa, come Ivan Karamazov quando dice al fratellastro scemo che se dio non esiste può anche uccidere il padre, possibilmente il loro.

 

12- Ti svegli, tutti i media dicono che il mondo ha le ore contate, e dicono quante: 48. Cosa fai nel tempo che resta?

Al mattino vado a polemizzare in accademia coi bidelli, nel pomeriggio pratico il biciclismo in tutina equivoca da maniaco sensuale, la sera poppo i seni, la mattina dopo scrivo il testamento anche se non ho niente, il pomeriggio lo riscrivo e l’ultima sera ripoppo i seni fino a quando la mia ragazza si stanca, mi dice «Mo’ bbasta!» e così muoio come sono nato cioè cacciato via dal corpo di una donna.

 

13- Tre libri che hai amato e riletto.

Sto sui contemporanei italiani perché più invecchio e più divento letterariamente sedentario, sto bene dove sto, non mi va tanto di farmi i viaggi anche solo mentali, non c’ho più il fisico. Libri come Works, Lo stradone, La scuola cattolica (e ce ne sarebbero molti altri: Canti del caos, Seminario sulla gioventù) sono libri impressionanti da ogni punto di vista, ma non se ne parla mai abbastanza, si fa quasi finta di niente. Se ci fermassimo davvero a pensare a cosa c’è in quei libri che non c’è nei nostri e forse non ci sarà mai dovremmo darci tutti al giardinaggio vaginale.

 

14- Una canzone che ascolti in loop.

Non ascolto più musica da quando ho smesso di farla, cioè da quando a dodici anni ho cambiato la voce e ho dovuto abbandonare la mia carriera inventata da megastar oratoriale alle feste del patrono paesano.

 

15- Una frase che dici a te stesso nei momenti difficili.

Non è una frase, sono versi non poetici, tipo «Sh» o «Sciò», e sono versi che non dico a me stesso ma a chi mi circonda e mentre scrivo vorrebbe che facessi altro come ad esempio i soldi.

 

16-Otto parole. Per ciascuna puoi dire quello che vuoi.

Le prime quattro - lo diciamo per chi non ha ancora letto il libro - sono anche geniali titoli di capitoli del tuo romanzo.

 

Falluce

L’alluce è il fallo contemporaneo, il solo che possa ancora vantare un’erezione semidecente. Ovviamente parlo per sentito dire. 

Vulva

Dopo che hai ucciso dio con la scienza e la scienza con la filosofia della scienza, secondo Sputacchiera ma anche un po’ secondo me, la vulva è l’ultimo sacro rimasto, l’infinito alla portata di quasi tutti, ma bisogna crederci e cominciare a lavarsi.

Pornogonia

Titolo di un mio inedito bruttissimo di sei chili che sottoposi al Premio Calvino e per il quale ricevetti una segnalazione alla psicopolizia.

Famiglia cristiana

Ogni generazione ha la sua pornografia preferita. I miei zii avevano Famiglia cristiana, il settimanale nazicattolico, ma nel tempo sono passati alla televisione berlusconiana.

Dio

Dio non c’è più, nel senso che, pur non essendo mai esistito o in ogni caso non essendosi mai presentato, c’è stato un tempo in cui c’era, cioè aveva un senso all’interno della società, mentre adesso, che esista o meno, non c’è più, perché se lo pronunci non cambia niente, non spiega il nostro tempo, come invece spiegava il medioevo o anche solo l’Italia di Andreotti. Direi che è rimasto solo nelle bestemmie, ed è appunto un peccato, visto che io da ragazzo ho studiato tanto per diventare ateo professionista e adesso è un mestiere obsoleto.

Psicoterapia

Mi sembra che in questo momento storico vada molto di moda la psicologizzazione universale, è la nuova teologia. Nel dubbio tutto si riduce allo psicologico e si dimenticano altre categorie, come il politico, l’economico o anche solo il principio di non contraddizione.

Pene

Cuginetto ritardato sempre in mezzo alle palle ma chirurgicamente inseparabile.

Life coaching

Non so bene cosa sia ma diffido degli inglesismi, è l’unica cosa che ho in comune col duce insieme alla deformazione umanistica e alla sopravvalutazione dello sport.

 

17- L’ultima cena di Ravasio. Chi inviti? Cosa si mangia? Cosa diresti al tuo Giuda?

Non ho le competenze gustative per godere del cibo, da quindici anni a pranzo mangio sempre la pasta al pesto chimico del barattolo, un giorno verde e un giorno rosso. Probabilmente organizzerei quella specie di sushi nudistico su corpo di donna, ma verrebbe fuori una schifezza perché non so adoperare le bacchette. Per quanto riguarda Giuda non so chi possa essere ma sarei quasi felice se mi baciasse sulla bocca, così, omosessualizzandomi, deluderei ulteriormente mio padre, maschione novecentesco omocida.

 

18- Dal tuo libro emerge una grande verità che, per dirla con Umberto Tozzi, suona più o meno: “siamo tutti vittime e carnefici / tanto prima o poi / gli altri siamo noi”.  Nessun vittimismo, dunque, ma mi pare invece che ci sia un preciso intento politico, di denuncia. Conosco poche persone cresciute nello stesso posto in cui sono nate. Intere generazioni di esuli, vagabond*, sradicat*. Tu sei mai andato via dal posto in cui sei nato?

Se sì, cosa ti ha spinto a partire e in che modo questa esperienza di vita è entrata nella tua scrittura?

Vado spesso in pellegrinaggio sessuale dalla ragazza, anche se torno sempre nel posto in cui sono nato per esercitare il mio odio. Ad esempio la mia tesi triennale l’ho scritta non solo a casa di mia nonna ma nella stanza della badante che le detergeva il culo reumatico e infinito.

Ti sei mai sentito sbagliato, emarginato, fuori posto?

Sono un pantofolaio, conosco solo il longobardoveneto e il mio esotico è la donna, meglio se vestita cioè stilnovistica.

 

19- Rinasci in un corpo diverso: come vorresti che fosse?

Preferisco conservare il cazzo per poter continuare a incazzarmi. Inoltre se mi transessualizzassi e fossi finalmente donna anch’io non mi resterebbe più nulla da desiderare e soprattutto morirei di accartocciamento biologico amplessandomi da sola, un po’ come il protagonista autopompinomane del primo libro di Moresco trentenne, Storia di frammenti di animali, organi genitali, incendi, quello mai uscito perché gli avevano giustamente arrestato l’editore.

Quali parole usate nei tuoi confronti hai vissuto come violente?

La mia scrittura non è vittimistica ma bullistica, quindi se mi insultano prendo nota mentale e ne scrivo poi. I miei testi sono rese dei conti fuori tempo massimo, lancio di sassolino meteoritico quando sono ormai già tutti morti.

Secondo te, da quali fattori dipende il potere sui corpi?

Non credo ci sia un potere sui corpi, come scriveva Foucault, ma peggio un potere sull’immaginario, sui desideri. A livello culturale, direi addirittura cognitivo, c’è più differenza tra la mia vicina varicosa e me che tra me e un trentenne spagnolo o australiano o estone. Viviamo tutti nel porno, ovvero nella connessione digitale globale, e quindi, col desiderio mediato da Netflix, siamo tutti delle Bovary, confondiamo il reale con lo storytellico, sogniamo sogni altrui, non stiamo bene da nessuna parte. 

 

20- Che senso ha lo scrittore oggi?

Intendo proprio, a cosa serve? Qual è il suo ruolo nella società attuale?

Nessuna funzione reale direi. I più grandi scrittori italiani non sono quelli riconosciuti dal dibattito pubblico, non arrivano mai a scontrarsi davvero col potere, sono marginalizzati a livello mediatico, perciò o lo scrittore è bravo e non conta niente oppure se conta è cane o al massimo volpe.

 

21- Penso alle IA e alle ultime evoluzioni nel campo dei software per la scrittura. Da persona che scrive e pubblica, ti interessa e ti sei posto il problema di come cambierà il mondo editoriale?

La paura della macchina mi sembra ormai il soggetto per un film storico. Sicuramente la scrittura narrativa si è fatta robotica nel senso di ricorsiva e meccanica, ma a scriverla sono ancora gli scrittori in carne e carne che seguono regole paranarratologiche, come la multisensorialità, il viaggio dell’eroe eccetera. Il vero problema a mio parere è preservare le gerarchie estetiche, che non sono fascismo ma solo buon senso critico.

 

22- Nel tuo libro i monolocali sono “nanolocali”, uno che “capolavorava” è uno che faceva capolavori, a pagina 144 Sputacchiera sta per congedarsi dal “borgo fecale”, il capro diventa la “capra espiatoria” e così via. Quanto sono importanti per te le parole “gioco” e “fatica” nella scrittura? Come gestisci l’equilibrio tra queste due dimensioni?

Ai nuovissimi bambini del mondo occidentale si insegna a cercare il proprio talento, a coltivarlo, a esprimersi, a sentirsi unici e speciali eccetera, mentre io ho trascorso metà della mia vita con parenti paesanotti che se aprivo bocca e non era per pregare mi tiravano le castagne anche ad agosto. Di conseguenza, nonostante le pacche sulle spalle e sul culo da parte della critica, non riesco ancora a credere che scrivere sia qualcosa di diverso dall’evacuarmi addosso in pubblico e, per non annoiare, scrivendo faccio anche le giocolerie verbali, insomma mi comporto un po’ da pagliaccio.

 

23- Come immagini il mondo tra cento anni? Come immagini te stesso e la tua scrittura tra dieci anni?

Il mio obiettivo scrivendo o meglio pubblicando è non vergognarmi tra molti anni dei testi scritti quando ero un cosiddetto giovane. Spaccandomici la vita sopra sono abbastanza sicuro di migliorare, anche solo per accumulazione di vergogne aneddotiche, ma non vorrei ritrovarmi alle presentazioni qualche lettrice dalla memoria lunghissima che mi dica tirando fuori le merde vecchie: «Guarda qua cosa hai scritto da esordiente, vergognati! In ginocchio! In ginocchio!». Sul mondo e tutto il resto tra cento anni, minuto più minuto meno, ho sempre più il sospetto che l’apocalittico sia un paesaggio stato d’animo.

 

24- Ho pensato di intitolare quest’intervista “Merda e fumo”, citando la mia espressione prediletta che si trova in uno dei miei punti prediletti dal tuo romanzo. Ti piace?

Anche se non ti piace, posso usarla?

Dopo tutte le varie e variopinte interviste per lo Sputacchiera ormai sono abituato al titolismo scandalistico e alla riscrittura creativa dei virgolettati, di conseguenza do per scontata la malafede e mi fido lo stesso.

 

Grazie, e in bocca alla Lupa per tutto!

 


 

 

Nota biografica:




Alberto Ravasio (Bergamo, 1990) è filosofo non praticante. Suoi contributi sono apparsi su «Finzioni», «La Domenica del Sole 24 Ore», «Alias» e così via. La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera (Quodlibet), finalista perdente al Premio Calvino e al Premio Bergamo, è il suo primo romanzo.

 

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