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Intervista a Gabriele Esposito - Vertigo

a cura di Laura Scaramozzino





 



Ciao Gabriele, innanzitutto, bentrovato nella spirale della vertigine.

Come molti lettori, ti ho conosciuto attraverso i racconti pubblicati sulle riviste letterarie e, in seguito, come autore del romanzo breve: Tutto finisce con me, un testo ironico, e filosofico, che intesse una storia dura e amara a partire dalla condizione dell’individuo alienato in una società sempre più performativa.

Credo che il filo conduttore, con i tuoi racconti precedenti, sia da ricercare in questa tua capacità di indagare la realtà utilizzando in modo trasversale i generi letterari come la fantascienza o il surrealismo.

Se non sbaglio, tu hai fatto studi economici. Se d’accordo nel dire che i tuoi testi abbiano una matrice filosofica? Che ti interessi soprattutto il rapporto fra l’uomo e la realtà nelle sue varie declinazioni?

Ciao Laura, lasciami prima di tutto ringraziare te e la Rivista GELO per questa interessantissima opportunità!

Sui miei testi lascio parlare ChatGPT, l'intelligenza artificiale sulla quale ho caricato una dozzina dei miei racconti pubblicati su rivista per poi poterla interrogarla su temi e stile. Ne è emerso che le mie storie hanno uno stile descrittivo e introspettivo, con immagini forti a creare un'atmosfera surreale e inquietante. Si nota un forte senso di confusione e disorientamento nei personaggi e una sensazione di isolamento e alienazione dal mondo che li circonda. I temi ricorrenti sono l'alienazione, la solitudine e la sessualità. Il lettore entra nelle mente dei personaggi per vivere le loro esperienze in modo molto intensivo, con ripetizioni di parole e frasi per creare un effetto di ossessione e monotonia. I temi e le immagini descritte sono molto sconvolgenti e potrebbero non essere adatti a tutti i lettori.

Ecco, penso che il robot mi abbia inquadrato piuttosto bene.

Quanto al mio romanzo Tutto finisce con me (Wojtek Edizioni, 2022), ho esasperato questi temi e certamente dato corda a una matrice filosofica. C'è di certo un po' della visione del mondo di Emil Cioran ma soprattutto ho cercato di proporre in narrativa alcune delle teorie di Mark Fisher e di farlo in un modo coerente con i suoi scritti, con un testo allo stesso tempo molto eerie (l'assenza della gente) e molto weird (l'alternanza vissuta dal protagonista tra due mondi, quello normale e quello – appunto – senza persone). In Tutto finisce con me, di Fisher c'è soprattutto il discorso sulla depressione di massa della nostra società, gli effetti disfunzionali del capitalismo e la competizione che compromette i rapporti interpersonali a tutti i livelli, anche quelli familiari. Solitudine e disequilibrio psico-fisico. Quasi ogni scena del romanzo, e soprattutto le più scabrose, hanno una giustificazione teorica che parte da qui. Penso ad esempio a un capitolo di un saggio di Franco Berardi sul Futuro (che ho letto seguendo una bibliografia di Fisher stesso) dove viene descritta la pratica sessuale più vista dai giovani nei siti pornografici e che io faccio vedere al mio protagonista in una nefanda scena di masturbazione più o meno all'inizio del romanzo – ecco, si tratta di una pratica dove non c'è contatto fisico nella coppia, e Berardi sottolinea come quest'assenza di contatto sia ormai preponderante in ogni relazione: non c'è vicinanza, non c'è comunità, non c'è coppia: solo individui soli. Ecco, credo che questo sia al centro della mia scrittura. Mi dispiace se qualcuno si sia scandalizzato a leggermi o mi abbia trovato esagerato, ma tutto in questo mio romanzo d'esordio ha un motivo e non ho potuto in alcun modo censurarmi.


2. Ci puoi raccontare in breve la tua esperienza di autore nel passaggio dalla stesura dei racconti a quella di un romanzo? Che iter hai svolto e quali difficoltà hai incontrato?

Con i racconti mi diverto a isolare pochi elementi di contemporaneità, qualche problematica che rilevo ogni giorno, e magari unirli a suggestioni ottenute in altro modo, all'improvviso, magari visitando una mostra d'arte o leggendo un saggio. La stesura di un romanzo comincia più lentamente, la suggestione è di solito più potente, anzi potentissima e non è ancora connessa a nient'altro, è un'atmosfera. Sta lì, nel cervello, matura. Poi nasce un personaggio e provo a scriverne. Se funziona per me, di solito mi trovo già con varie cartelle scritte e devo assolutamente sapere il finale della storia, quindi vado avanti. Non faccio alcuno schema, scrivo e basta, con una vaga idea di come deve finire. E so quello che voglio comunicare, anche se non sempre mi è facile comunicarlo in altra maniera (ci ho provato un po' nella risposta precedente): la comunicazione dell'idea è il romanzo stesso.


3. Ti ricordi il tuo primo racconto?

Sì, il primo racconto scritto e accettato (forse non il primo pubblicato) è un racconto uscito sul numero 6 di Risme nel giugno 2020, si intitola Il ricettario. Si vede già la mia ossessione nel dettagliare odori, sapori e sensazioni in generale, così come un certo gusto per la musicalità delle frasi, per il resto il racconto si differenzia un po' dal resto della mia produzione: è l'unico ambientato in un posto reale e ben preciso, il mercato di Sonora a Città del Messico, un luogo incredibile dove si possono trovare gli ingredienti più disparati per praticare riti vudù (o più precisamente santerias). Avendolo visitato davvero, penso che il primo intento del racconto fosse quella di trasmettere al lettore le vibrazioni di un posto magico nel vero senso della parola.





4. Da dove nasce l’idea del tuo primo romanzo? In parte hai già risposto, ma mi piacerebbe approfondire. In molti abbiamo visto un parallelo con American Psycho di Bret Easton Ellis. Il protagonista di Tutto finisce con me lavora nel campo dell’analisi economica. Vive in un contesto in cui cinismo, arrivismo e competizione portano l’uomo, da una parte, a una sorta di anestetizzazione emozionale e, dall’altra, alla ricerca di un benessere di facciata che finisce per far implodere il protagonista. I momenti improvvisi in cui il mondo attorno a lui scompare, lasciandolo solo, equivalgono a quegli spazi della mente, schizofrenici, che si estendono all’intera realtà. Questo provoca un corto circuito tra immaginazione e verità che sarebbe piaciuto a Ballard. Sei d’accordo?

Come ti dicevo, l'idea nasce essenzialmente dalla volontà di proporre alcune delle idee di Fisher in forma narrativa. Mi ero ostinato di volerlo fare con un testo che fosse allo stesso tempo strano e inquietante secondo le definizioni date nel saggio The weird and the eerie (minimum fax, 2018). Nel riflettere su cosa potesse avere sia elementi di assenza lì dove non ce ne devono essere (eerie) sia elementi con strani passaggi tra mondi e fenomeni inspiegabili (weird), mi è venuto in mente questo personaggio che alterna fasi della sua vita in un mondo normalissimo fatto di competitività aziendale a momenti dove si trova invece completamente solo: non ci sono persone oltre a lui (o quasi...), à la Guido Morselli. E poi certamente c'è Ellis, c'è molto Ellis. American Psycho è un romanzo essenziale nel mio immaginario, ma descrive un periodo storico molto diverso da quello attuale. Patrick Bateman è un vincente in un momento di boom economico, il mio personaggio invece no, è un normale impiegato in un momento di crisi, i comportamenti esagerati li ha perché deve averli, l'ego è grande per sopravvivere, non per primeggiare. È qui che in un certo senso mescolando Ellis con Fisher (che è più vicino ai nostri tempi) e introducendo alcune problematiche della rivoluzione digitale e dei social media abbiamo una narrazione vicina alla solitudine che molti di noi provano ogni giorno.

Quanto al corto circuito tra immaginazione e verità, sì, è un elemento sempre presente sia nel romanzo che nei miei racconti. A me piace indagare la mente umana (vero, ho fatto studi economici come rilevi nella prima domanda, ma poi mi sono specializzato in scienze comportamentali), e la mente umana è per natura piena di incertezze. E quindi tutto nel romanzo è incerto, tutto esiste solo nella mente del protagonista: compete per una promozione contro un amico e collega ma noi non sappiamo mai neppure se questo amico e collega ha effettivamente fatto domanda per la stessa promozione, la moglie gli chiede la separazione ma non sappiamo se lo fa perché capisce che il marito è ormai irrecuperabile o se effettivamente ha un altro uomo come crede il protagonista, e poi tutte le speculazioni sulla vita sentimentale e sessuale degli altri personaggi che si intersecano con le ambizioni del protagonista: tutto esiste solo nella mente di chi parla e narra. Ed è un romanzo in prima persona. Tutti i pensieri negativi sulle persone, reali o meno, che fanno credere al protagonista di essere più solo nel mondo reale che nel mondo dove è solo per davvero, lo fanno ambire a quel mondo.


5. Stai lavorando a qualcosa di nuovo? Qualche anticipazione?

Sì, la prima stesura completa di un nuovo romanzo esiste già. Ci sto lavorando su. C'è di nuovo Fisher: se la sua prima problematica è la depressione sociale che deriva dal capitalismo, la seconda è la burocrazia sempre più presente nel sistema. Ecco, uno dei temi del nuovo romanzo è la burocrazia. E ti anticipo due degli elementi che più mi hanno divertito nella stesura: il ripescaggio di una vicenda storica molto antica (ho giocato nel mio stile con personaggi esistiti realmente) e l'uso schizofrenico dei punti di vista. Ho fatto scelte estreme nelle focalizzazioni e nell'uso delle persone che spero vivamente di riuscire a difendere fino all'eventuale pubblicazione di questo nuovo scritto (e oltre, ovviamente).


6. Qualche curiosità sul modo in cui ti approcci alla scrittura?

Se sto scrivendo un romanzo cerco di scrivere tutte le sere per non perdere l'energia creativa. Amo girare per librerie indipendenti che trattano anche libri artigianali, di design contemporaneo, di arti minori, riviste cartacee autoprodotte, spesso da queste pubblicazioni mi vengono in mente suggestioni che poi cerco di tradurre in finzioni narrative. E poi leggo di tutto, sono molto affezionato a un tipo di ironia tipico del fumetto americano degli anni d'oro (Trenta, Quaranta) e della satira francese degli anni Ottanta. In Italia credo sia materiale poco letto, egoisticamente parlando dico meglio così: mantengo un immaginario raro.


7. Chiudiamo, ringraziando il nostro ospite e ponendogli la domanda di rito. Che cos’è per te la vertigine?

Sono io che ringrazio te.

Ho da poco rivisto il capolavoro di Hitchcock con mia moglie, al cinema, in una versione particolarmente lussuosa in presenza di un'orchestra sul palco che suonava live la colonna sonora. Nei giorni seguenti la visione, probabilmente in cerca di commenti e recensioni, mia moglie mi invia degli articoli sul fenomeno del digital vertigo. In poche parole, se in Vertigo James Stewart si innamora di una donna che nemmeno esiste, questa nuova teoria suggerisce che l'uomo contemporaneo è sempre più schiavo dei social media, dove passa un ammontare spropositato di tempo per nulla, inseguendo cose che non esistono nella realtà. Questa era una delle ipotesi che mi ero fatto io, come autore – ma senza obbligare il lettore a farla sua come unica interpretazione – sull'origine dei due mondi di Tutto finisce con me. Il mondo con le persone come mondo reale e il mondo senza persone come il social media, il mondo isolato dove si può spiare senza essere visti, dove le ore passano senza interazioni reali, in solitudine, con assuefazione. Questa è l'idea di vertigine, l'attrazione e la paura del baratro.

E se questa risposta non ti piace, te ne do un'altra: io soffro di vertigini o più precisamente sono acrofobico (non farmi cambiare nemmeno una lampadina, ti prego!), e quindi per me la vertigine è semplicemente la paura più grande.





BIO

Gabriele Esposito (Venezia, 1983) vive e lavora a Bruxelles, svolge un dottorato di ricerca in Economia presso l’École des hautes études en sciences sociales. Ha pubblicato in oltre quindici riviste letterarie tra le quali "Verde", "In allarmata radura", "Micorrize", "Crack", "Nazione Indiana".

"Tutto finisce con me" è il suo primo romanzo, edito Wojtek edizioni (2022).

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