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Racconti | Fabbisogno di sonno

  • 7 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min




Testo di Alessia Marchiori Illustrazione di Verdiana Moretti Editing a cura di Sofia Artuso






Per i bambini il processo dell’addormentamento è particolarmente delicato. Temono che al loro risveglio qualcosa possa essere cambiato, che la loro routine venga meno, che la mamma non torni, che il papà non torni, che i mostri si annidino nei luoghi più impensabili. Per questo faticano a lasciarsi andare, a rilassare le loro membra, quietare i loro corpicini. È quasi una prova di coraggio, di fiducia in qualche sorta.

Questo accade ai bambini, e accade anche a me. Io però ho quarantatré anni, vivo ancora coi miei genitori, leggo l’oroscopo tutti i giorni, sono rassicurato dagli schemi. Sono disturbato dagli schemi. Lo psicologo dice che soffro d’insonnia generata dall’ansia. “Provi a concentrarsi sul respiro, al movimento della cassa toracica” mi dice. “Con la mano batta un leggero ritmo sul corpo”. Sarà.

Ieri notte, stessa solfa. La stanchezza mi ha fatto piombare nel sonno appena toccato il cuscino. Un frammento di sonno. Sono precipitato e risalito subito dopo. Uno strombazzamento di naso, sordo ronfare, mi ha svegliato subito. Allora ho iniziato a seguire il ritmo del condizionatore, con lo sportellino che si abbassava e si alzava, sputando aria, per poi fare pausa.

Frush, frush, tin. Tin tin. Frush, frush. Ancora. Ma perché? Doveva essere una falena e non una cimice. Le cimici hanno un ronzio inconfondibile e compiono stupidi giri in tondo per poi schiantarsi su qualche superficie. Una falena grossa però, ché le ali sul lampadario sembrano cinturini che sbattono, si trascinano, frullano. Poi, più niente. E di lì a poco ricomincia la danza nel buio. Un colpo sulla tapparella, quasi grattando le antenne, poi uno scivolìo sull’armadio, la maledetta, poi ancora si affossa tra i libri del comodino. Accendo la lampada, ma lei cammina svelta dietro al mobiletto di legno massiccio. Lo sbatto un po’ per farne poltiglia sul muro e lei schizza come una saetta sopra l’armadio. Silenzio. Spengo la luce e mi metto supino. Le mani quasi giunte sul petto che segnano un piccolo ritmo. Tum, pausa, tum, pausa. Il respiro scava e espirando mi svuota.

E se mi cascasse in bocca, la lurida? Le sue ali rimarrebbero impastate della mia saliva e le zampette invischiate sulla lingua. Ma con tutto lo spazio circostante, dovrebbe proprio cadere lì? Eccola, quindi, che ha ripreso l’attività: tocca il lampadario, in picchiata si intrufola tra le pieghe delle lenzuola e forse si irretisce. Inizio a sbattere gambe e braccia come un matto, scuoto le lenzuola, ci salto sopra col cuscino, la tramortisco di sicuro e voglio ben vedere. “Attilio, che fai?”, mia madre.

“Niente, dormo”. Riprendo il respiro e il ritmo e proprio quando i pensieri si affievoliscono sento un ronzare sofferente, sommesso, un timido battito d’ali sul ritratto della Vergine. Sopra la mia testa. Prendo la lucetta da libri e mi alzo. Eccola là, indebolita ma viva, sul bordo superiore del quadretto. La Vergine sembra che rida. Idiota, mi dice. Passo così delle ore, perché come posso passare nelle braccia di Orfeo finché quell’essere ripugnante passeggia sopra la testa di Maria e quest’ultima sghignazza a mie spese? Poi mi ricordo steso di lato, che non ho più la forza di girarmi. Un leggero velo mi sfiora la guancia, una polverina vi si posa. Che sia ancora quella maledetta? Non so. Non posso più sapere.

L’indomani, per fortuna, tutto è come sempre. Alle sette la colazione è già pronta in tavola, mia mamma fuma una sigaretta appoggiata al davanzale. “Dormito bene, Tilio?”

“Di merda, direi”. Apro il giornale sull’oroscopo della settimana. Amore, tre stelline. Salute, quattro stelline.




Illustrazione originale di Verdiana Moretti







Mi prendo la fetta biscottata spalmata di burro e la avvicino alla bocca. Lavoro, tre stelline. Insomma. “Mamma, ma che è?” La fetta biscottata è sufficientemente davanti al mio viso perché distingua una grande macchia nera striata sul burro, dalla superficie pelosa e avvizzita. Un conato mi risale in bocca. La falena riesce ancora a muovere un’antenna e tenta disperatamente di scollare un’ala. Nulla da fare. “E’ la tua colazione, come sempre Attilio” e quella donna, che sarebbe la mia genitrice, inizia a ridere come una cretina, con il fumo che le fuoriesce a piccoli sbuffi dalla bocca e le rughe che le si infittiscono. E più ride, più le si vedono le arterie del collo che pulsano e il ventre le si gonfia in maniera abnorme. Ma io non ci casco, non questa volta. So benissimo che si tratta di un sogno lucido e io lo posso gestire come voglio. Per quello che so, per uscirne bisogna fare qualcosa di eclatante, di illogico. Strappo una tenda di pizzo, mi stendo sul divano e mi copro con quella.

Lei continua imperterrita: “Attilio, la tua colazione come sempre!” e mentre pronuncia l’ultima sillaba le si scagliano contro una miriade di pesci volanti putrefatti, liberati dalla tenda. Ne rimane un ammasso di nervi fangosi.

Così mi sveglio. Questa volta veramente. In cucina sento spiattellare. È lei, sicuro. Un sapore di plastica sciolta e fermentata mi invade le narici. Ho qualcosa in bocca.

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