Racconti | Farneticazioni di un pendolare
- 1 giorno fa
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Testo di Pietro Allevi
Illustrazione di Beatrice Grassi Editing a cura di Arianna Cislacchi
Non è che non ci voglia andare, ma la speranza di vedere questa signora che continua a tossire a squarciagola uccisa da qualcuno, ora sta diventando molto più di un piccolo sogno nel cassetto.
Il fatto è che quei colpi di mortaio che scoppiano nella sua bocca di donna sproporzionatamente grassa vicino ai settanta io li sento dieci, cento, cinquecento metri prima di arrivare in stazione, li sogno dentro il letto di casa prima di svegliarmi nel cuore della notte, tough tough tough: sono statue d’incenso davanti ai miei occhi mortali, gesùcristo, e li vedo grondare dal cielo pesto mentre, come ogni mattina da trent’anni a questa parte, mi preparo per l’appuntamento.
Questo, com’è ovvio, la rende la più miserabile delle minacce. La tosse, la donna, e. La notte dell’omicidio, soprattutto: la vedo naufragare nel suo stesso sangue: nella palla di vetro delle mie piccole angosce di pendolare, lei non c’è più.
La tosse di oggi, per esempio: ha tutta l’aria di far scoppiare una guerra mondiale: arriva a covare il nido fin dentro i polmoni dell’uomo comune, consumandolo poco alla volta, con mestiere e la disperazione degli ultimi. Dunque, sarà meglio raccogliere l’esercito: l’arpia si è messa in testa di conquistare il mondo con l’inganno, ed espandersi. Ci troviamo di fronte al fatto compiuto: sgomita, prende spazio questo mostro superbo, annette territori.
L’attentato alla nostra democrazia è la sua dichiarazione di guerra: l’invasione della Polonia.
Stiamo perdendo la sovranità territoriale, la nostra libertà è ai minimi storici, e l’unica cosa che dovrebbe darmi pensiero è quello stramaledetto appuntamento? Un po’ di onestà, suvvia! Stiamo assistendo inermi e incolpevoli all’invasione della Polonia senza colpo ferire, un’aria viziata nei meandri delle nostre vite sta cominciando a raderci al suolo sui treni per continuare l’opera di abbattimento lungo tutti gli altri luoghi del nostro sconforto.
Sono arrivato in stazione, scendo dal treno. La donna scende con me, la lascio sfilare aprendole la porta. La ringrazio, dice (ipocrita!). E di cosa, signora? La tosse continua imperterrita: ora sento piccole, piccolissime punture sparse sul luogo della mia pelle, dalla fronte alle dita dei piedi, ogni volta che lascia partire un colpo all’aria aperta, tough, mi sudano le mani di rabbia, tough tough tough, e comincio ad essere vulnerabile, figurarsi se ho tempo di pensare all’ appuntamento! Siamo alla presa d’atto, si dice così no? Io-so-che-tu-sai-che-io-so. Seguo la donna, una trentina di metri e le nostre strade si dividono, e. La tosse, bombardamenti minimi: nei lombi, fin sulla patina delle mie labbra, come fosse una questione meramente di bocche e non di schieramenti. Raggiungo DonLucio, lo chiamiamo così noi affezionati, DonLucio tutto attaccato, è il nostro barista di fiducia. Lavora su di un camioncino vecchio di cent’anni parcheggiato davanti alla stazione centrale. L’unico avamposto utile mentre il mondo fuori sta per prendere fuoco dal di dentro. Allungo il passo, faccio i cinque scalini che dall’entrata della stazione mi portano al camion: nei dintorni cinque militari che governano la situazione con occhio misurato e mitragliatori sottobraccio. L’aria è tesa: il cielo, vedo la tosse in ricognizione aerea nel cielo balcanico del mio lunedì mattina.
Buongiorno DonLucio, un caffè lungo per cortesia. Siamo in guerra e tu sorridi beato?, dico bisbigliando le parole, con la bocca mezza ingolfata dal cornetto. Perdona loro poiché non sanno quel che fanno, ragazzo.
DonLucio è lì e mi guarda attento, annuisce con un colpo secco del mento: mi chiede dell’appuntamento.
Non è che non ci voglia andare, ho solo paura che l’arpia venga uccisa da qualcun altro e non da me. Non me lo perdonerei mai. Decido che questo avamposto sarà il mio avamposto. Lo comunico a DonLucio, che nel frattempo mi allunga un caffè doppio. Scruto il cielo, strizzo l’occhio ai militari. Ora, in questa mattina di distrazione generale, decido di stare qui, esattamente qui dove mi trovo ora. La tosse della donna non vede l’ora che io mi disarticoli, e che cali la concentrazione. Siamo in guerra e nessuno sembra preoccuparsene. Mi manca da morire il mio unicorno portafortuna, perché la bellezza di Dory ci avrebbe permesso di guadagnare un vantaggio enorme sulla donna, com’è ovvio. Rimango nel culo dell’appostamento: le mie ossa disintegrate per ora stanno. Porto dentro tutto il dolore del mondo, e quando questa guerra sarà finita, mi presenterò all’appuntamento come il più crollato dei fiori, ma vivo.
Penso alla fine come a un nuovo inizio, chissà?! … quando … dal ventre sano e robusto di nostra Signora La città di M., un piccolo e timido colpo di mortaio si lascia cadere alle mie spalle: tough. Uno solo, intimidito dalla mia presenza, suppongo, un pulcino nel bel mezzo del fuoco della guerra, un corpicino venuto al mondo chissà da dove, e scomparso nel contatto con la luce di un giorno qualunque. E ci sono io, certo, e DonLucio, il barista del nostro sconforto quotidiano, mi guarda forte. Come fossi in preda ad un’isteria da terremoto incombente, mi volto e dietro di me la città comincia, timida e impacciata, a svegliarsi. Pendolari, muratori, agenti di commercio, donne: un piccolo trattato sull’immensità del mondo racchiuso in un migliaio di metri quadrati. Tough, un’altra volta. E una ancora. Corpi. Piccoli corpi che ora si sostengono a vicenda. Un uomo bolso e faticato, in cima alle scale che portano alla metropolitana: lo vedo portarsi la mano davanti alla bocca, tough tough, due volte, come non fossi lì a guardarlo. Sparisce nel tunnel dei pendolari, rimango in fissa sullo spazio vuoto, due colpi – tough tough - piccini ma nemmeno tanto, sono lì e occupano buona parte delle mie angosce, e scivolano dal primo scalino al secondo, e poi più. Non li vedo più. Altri due colpi, più vicini e istituzionali, mi assalgono dalla jeep dei militari, e altri due, o forse sono tre, lunghi e diritti per la loro strada, dal cielo sgombro sopra la mia testa, e comunque dall’alto. Piovono colpi minuscoli e fitti come aghi di spillo, dal cielo di una città dalla quale comincio ad annusare un anticipo di cancrena.

Illustrazione originale di Beatrice Grassi
E come se non bastasse, una cimice mi viene incontro come fosse dio, ed io la bestia. Succede adesso, nel bel mezzo del bombardamento.
Lascio andare il cornetto che stringo tra le mani, perché quello che più voglio al mondo in questo momento – al diavolo tutto quanto! -, è una metamorfosi ferina che mi faccia migrare a miglior vita, fanculo anche l’appuntamento. Mi dico che in questo stesso istante, se solo fossi concentrato, riuscirei a comunicare con l’insetto, chiudendo gli occhi magari, come un portento della natura, un genio del trasformismo: riuscirei a diventare una cimice anch’io, se solo fossi molto concentrato, e schivare questa guerra letale. Forse. E incontrare nel suo magico universo Dory, il mio monumento alla Bellezza. Così comincio a muovere le ali, alzando lo sguardo di cimice vedo il sole aprirsi nel cielo,
una palla di fuoco sempre più ingombrante che suda lacrime di calore, e per un istante, ma solo per una frazione di tempo, chiudo i miei occhi di insetto e piango coscienziosamente per non essere più quell’ammasso di niente che ero prima.
E comunque no, non ho intenzione di raccontare la mia metamorfosi, semplicemente perché non ce ne è stata alcuna. I fuochi d’artificio della fantasia, una piccola evasione da questa atrocità di tutti i giorni. Una cimice si è avvicinata alle mie scarpe, ecco tutto. Io ho tenuto gli occhi aperti, l’ho guardata per qualche secondo, il sole – cos’ho detto prima – già, il cazzo di sole si apriva in cielo e il sorriso dei militari scaldava il cuore delle loro madri, di solito va così. Le rondini volavano basse basse in questa città di martiri, ed io, che non sono né un uccello né un bambino, forse mi sono messo a piangere davanti a DonLucio, forse, e ho pregato non dio, ma il suo occhio da entomologo che scruta divinamente il vetrino sotto il quale io scoppio di salute, e può essere che io sia stanco, e spossato dal caldo infernale che sento nella mia testa ancor prima che sulla mia pelle di soldato, ma ad un certo punto del mio dramma, come a voler spezzare le lacrime, ad un certo punto una sensazione mi ha colto di sorpresa, tough tough, io ho interrotto i miei pensieri, ho levato lo sguardo al cielo, e l’occhio di dio ha sposato i miei, di occhi: era sgranato, con qualche capillare rotto pronto a defluire nel sangue, tough tough: lo specchio fedele di un volto che aspetta la deflagrazione sapendo che non potrà nulla per evitarla. Bé, ecco, io questo volto celeste non l’ho visto, e non ho sentito voci vere e proprie che potessero aiutarmi a compensare la mancanza di completezza. Giusto l’occhio, uno solo, e un paio di colpi, tough tough, ma posso giurare che si è trattato di una tosse a squarciagola di chi si è messo in testa di conquistare l’universo.
Se dio fosse felice io sarei felice, ho pensato.
E l’ho pensato così forte, tough, che quando mi sono presentato all’appuntamento, l’ufficio mi è sembrato, per la prima volta, la sola luce del mondo.




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