Racconti | Giona
- 3 giu
- Tempo di lettura: 4 min
Testo di Martina Ciullo Illustrazione creata con AI ispirata al testo Editing a cura di Yuri Sassetti
Per colpa di quel meccanismo per cui se qualcuno che vedi tutti i giorni si taglia la barba tu continui a vederlo con la barba finché lui non ti dice: «Ehi, mi sono tagliato la barba», quando Giona ricompare, Eunice non lo riconosce.
Lo vede nel salotto di casa ma pensa che sia il bambino di qualcun altro. Solo quando sente la voce di Giona che la chiama mamma, capisce, e si spaventa. Fa addirittura un passo indietro. Ha senso fare un passo indietro dopo aver visto tuo figlio vivo?
Tuo figlio che hai raccolto dalla strada, che hai seppellito, sulla cui tomba hai portato i fiori ogni giorno, e poi ogni settimana, e poi ogni mese per molto, molto tempo.
Sono passati vent’anni da quando Giona è morto.
Eunice non ricorda più i dettagli di quella giornata.
«Che cosa terribile da dire», le direbbero le sue amiche.
«Che cosa terribile da dire», direbbe lei alle sue amiche, se fossero loro ad aver dimenticato i dettagli del giorno in cui uno dei loro figli – non uno dei loro figli, l’unico - è morto.
Eunice se l’è voluto dimenticare. All’inizio Pietro le domandava cose - «Come ha fatto a sfuggirti dalla mano?», «Lo avevi sgridato per farlo correre via?», «Com’è possibile che un bambino di quattro anni si sia divincolato con tutta quella forza?» - a cui lei non voleva rispondere.
Alla fine era diventata il tipo di testimone che non sapeva davvero rispondere: avrebbe voluto, ma non sapeva più come.
Dopo Giona era diventata grassa; prima non lo era, prima era bella, dice lei, ma avere Giona le aveva fatto prendere venticinque chili. Si era arrabbiata perché ci aveva messo tre anni per tornare quella che era prima della gravidanza. Poi Giona era morto e lei aveva smesso di interessarsi al suo peso, che aveva continuato a calare fino a lasciarla come un mucchio di rami secchi abbandonati sul ciglio di una strada di montagna.
«Che paradosso, che cosa assurda», le direbbero le sue amiche.
«Che paradosso, che cosa assurda», direbbe lei alle sue amiche, se fossero loro ad aver lottato tre anni per riavere il proprio corpo, e appena ritornate nella loro taglia ideale avessero perso per sempre la causa di quei chili in più.
«Se almeno fossi rimasta grassa», aveva detto una sera a Pietro «non avrei mai corso il rischio di dimenticarmi di lui». Lui aveva scosso la testa senza nemmeno risponderle.

Per questo il primo istinto di Eunice, quando riconosce Giona, è quello di chiedergli come sia morto.
«Io non me lo ricordo più», vorrebbe dirgli: «Perché ti sei divincolato? La macchina ti ha fatto molto male? Quali sono le ultime parole che ti ho detto?»
Ma non gli chiede niente. Fa quello che vorrebbe facessero con lei se un giorno dovesse, Dio ce ne scampi, tornare dalla morte. Offre a suo figlio latte e biscotti. I biscotti che mangiava per colazione non esistono più. Lo sa perché il supermercato è uno dei suoi posti preferiti, ci va ogni giorno. Il latte c’è, però. Lo stesso di allora: “Centrale del Latte”, intero, bianchissimo, come i denti di Giona.
Lo aiuta a sedersi su uno degli sgabelli alti al bancone della cucina, poi cambia idea, lo fa sedere su una sedia, è più sicuro, Giona ha solo quattro anni, potrebbe cadere e… E che cosa? Morire? Le viene da ridere.
Gli porta la merenda. Non le viene in mente di chiamare Pietro. Non le viene in mente di chiamare nessuno. Si siede di fronte a lui e lo guarda mangiare fino a quando non suona il campanello di casa. Eunice lo ignora, ma il campanello suona di nuovo e allora lei va ad aprire - stupida idiota, come ti vengono in mente certe idee, lo sanno tutti che non esci mai – e fuori dalla porta c’è la Gabriella, quella vecchia, dannata pettegola della Gabriella.
Eunice le chiede «Che c’è?», e la Gabriella le ricorda che dovevano andare al cimitero insieme, e poi Giona fa un rumore piccolo, un rumore come di sedia tirata, e la Gabriella dice, come nei peggiori cliché, «Chi hai lì?», e Eunice dice, sempre per rispettare gli stereotipi, «Nessuno», e si aspetta da un momento all’altro che il bambino, Giona - deve sforzarsi di pensare a lui usando il suo nome - si affacci alla porta dicendo qualcosa di terribilmente compromettente come magari: «Mamma, chi è questa vecchia?»
Sarebbe buffo, pensa Eunice; ma non accade.
Il rumore si è fermato, Eunice dice: «Il cane», la Gabriella non spia dentro casa.
Eunice tossisce ostentatamente: «Coff coff».
«Non ci vieni al cimitero, allora».
No, non ci va, è raffreddata, e la Gabriella - un secondo miracolo - se ne va via così, senza indagare.
Eunice si richiude la porta alle spalle, va in cucina e vede che il bambino è sparito.
Prima di mettersi a cercarlo, sistema la cucina, e piange piano. Vuole toccare le cose che ha toccato lui, essere sicura che quel bambino, Giona, esista davvero, perché potrebbe anche essere un sogno.
Le gocce che prende per dormire hanno tanti effetti collaterali, forse è solo un’allucinazione.
In ogni caso, prima di andare a cercarlo deve smettere di piangere.
Giona era probabilmente già morto quando lei piangeva sul suo cadavere riverso sull’asfalto, e era sicuramente già morto quando lei piangeva sulla sua bara. Giona non l’ha mai vista piangere, quando era vivo. Del resto, perché avrebbe dovuto? A quel tempo Eunice aveva tutto.




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