Racconti | L'impasto
Testo di Ilaria Pamio Illustrazione di Angelica Stefanelli Editing a cura di Maria Sole Cusumano
Non sapeva che farsene di quelle mani. Quella mattina per prendere l’autobus le aveva coperte con uno strofinaccio rosso con i disegni delle mele. Doveva per forza raggiungere Alice: aveva lasciato a casa sua le tele da esporre a Rimini.
La porta si aprì, salì i due gradini e protese il biglietto, stretto tra le labbra, verso l’autista. Lui le sorrise. Lo sfilò dolcemente, lo timbrò nell’obliteratrice e glielo mise in tasca.
Le gambe le tremavano. Non poteva andare avanti così, doveva sedersi. C’era un posto libero.
«Posso?». L’anziana esaminò lo strofinaccio e le sorrise. La signora aveva il profumo dei panni stesi che sventolavano nei prati d’estate con le violette e la lavanda.
Il corridoio accanto a lei si stava riempiendo di gente che si reggeva ai sostegni. Gli occhi aguzzi di uno di loro fissavano con insistenza lo strofinaccio. Le veniva da piangere. Avrebbe voluto gridare. Smettila di fissarmi! pensava Sono solo mani. Ho delle mani lì sotto. Non un pacco di anfetamine; non un coltello; non una pistola. Mani. Mani che non posso mostrare.
Anna aveva sempre avuto mani affusolate, dita lunghe e sottili. Francesco la prendeva in giro alle medie, durante l’ora di musica.
«Prof! La vede Anna? Quando suona, le sue mani sembrano dei ragni che si rincorrono sulla tastiera.»
“Li vedi sempre
i ragni rampicanti sul muro Anna?
Ti appaiono ancora
la sera, prima che il sonno ti rapisca?”
“Io li sento camminare
leggeri sulle gambe
salire fino al busto
sul lato
raggiungere le spalle
(sono tantissimi) e
ridiscendere le braccia.
Spalanco gli occhi,
nella penombra
guardo le mani convinta.
E loro
loro non esistono.
Loro non sono mai esistiti.”
Anche quella notte si era svegliata pensando di avere il letto pieno di ragni. Con le loro zampette tracciavano percorsi sulle sue gambe, sulle braccia, salivano verso il collo. Si era alzata di colpo, ansimando, il corpo picchiettato da gocce minuscole e fredde, le guance bollenti, spostava le lenzuola, accendeva la luce e non c’era nulla.
Adesso invece questa cosa era reale. E continuava a crescere.
Scese per ultima dall’autobus.
La casa di Alice era poco distante. Il condominio aveva le finestre tutte uguali: un austero viso allungato pieno di occhi che la osservavano.
Una signora uscì nel momento in cui lei doveva entrare, Anna accelerò il passo ed entrò; percorse due piani di scale e, giunta davanti all’ingresso di Alice, con i piedi diede piccoli calci alla porta.
«Ma che hai?» rise Alice sistemandosi l’elastico della coda.
«Devi aiutarmi.»
«Sì sì, ma stai calma.»
Alice tolse lo strofinaccio e le vide: c’era un blocco d’impasto tutt’attorno alle mani. Prese un braccio dell’amica e provò a tirarlo. Era come se le mani fossero intrappolate nel gesso.
«E da quando stai così?»
«Da questa mattina. Dammi una mano a slacciare i jeans: ho bisogno di andare in bagno.»
Alice si accovacciò ai suoi piedi, mentre Anna piangeva sul water.
«Non so come fare. Marco mi ammazza se annullo l’evento. Tu non sai quello di cosa è capace, quando si arrabbia.»
Anna e Marco stavano insieme da due anni, ma non convivevano. Lei lo raggiungeva appena possibile e ogni volta gli portava un sacchetto con dei biscotti fatti in casa; prepararli la rilassava. Cantava sempre, mentre li faceva.
La cucina di casa sua era molto grande, lunga e stretta. Anna era entrata con i sacchetti tra le mani e li aveva appoggiati sul lungo ripiano. Poi aveva tirato fuori tutti gli ingredienti. Le pareti verdi brillavano di vernice lucida.
Quel pomeriggio il riflesso nello specchio rimandava un viso stanco. Una nuova ruga accanto all’occhio.
La cucina era di varie tonalità di verde; le mattonelle erano piccole e rettangolari, tra una mattonella e l’altra spiccavano fughe bianche; era una cucina anni Sessanta. Con sgabelli alti e mobiletti anch’essi verdi. Verde chiaro, quasi bianco. Bianco lattiginoso velato di verde, sempre che esistano nuvole verde chiaro. L’aveva ereditata dai nonni e l’aveva voluta con tutte le sue forze, quando era andata ad abitare da sola.
* * *
Quando era uscita per andare alla bottega del signor Luciano, lui non c’era. Il negozio pareva più piccolo del solito: i sacchi di farina erano accatastati di lato, accanto alle casse di frutta. La moglie era stata molto sbrigativa nel darle la farina. Non l’aveva pesata. Aveva misurato quella, noci, mandorle, mirtilli, uova e fiocchi d’avena con una sessola di legno: tutto ficcato nei sacchetti della spesa.
«Arrivederci signorina», aveva detto dandole la schiena.
Aveva percorso a piedi il tragitto fino a casa sua. Passo dopo passo, il sacchetto diventava più pesante. Come se contenesse tante piccole pietre.
Aveva preso una ciotola e iniziato a montare le uova con il miele e l’olio. In un’altra aveva setacciato la farina, aggiungendo fiocchi d’avena, lievito, noci e mirtilli; poi aveva unito gli ingredienti liquidi e incominciato a impastare con le mani.
Era solita muovere una gamba e cantare durante la preparazione. Stavolta no.
L’impasto aveva qualcosa di diverso.
Era particolarmente colloso.
Anna non cantava. Le gambe erano diritte, rigide.
C’erano troppe cose in quella casa. Troppe cose per una casa così piccola. Una piccola casa con una piccola cucina.
Questo tavolo è troppo corto.
Non posso rilassarmi in un buco di cucina! Le pareti si stringono, mi comprimono il tronco, i polmoni, fatico a respirare.
Cos’è questo caldo improvviso?
I cassetti strillavano, puntavano i piedi contro le guide. Non volevano uscire. Stridevano come denti, quando è notte e senti solo quello sfregare.
Amo questa cucina, non voglio cambiarla.
Con la mano sporca d’impasto aveva forte verso sé il cassetto, che s’era chiusa di colpo. Anna aveva urlato. S’era piegata in avanti dal dolore. Le dita sporche d’impasto erano state addentate dal cassetto.
Era particolarmente appiccicosa quella mistura. Non riusciva a togliersela. Aveva provato con un cucchiaio. Niente. Con la mano sinistra stringeva il cucchiaio d’acciaio che toglieva l’impasto dalla destra. L’acciaio così vicino alla pelle faceva lo stesso effetto di una lama. La pelle iniziava a tagliarsi.
Bruciava. Non c’era nulla a parte l’impasto, eppure la pelle bruciava come incisa da tagli sottilissimi.
Con un cucchiaio?
Sì! Con un cucchiaio.
Lo senti l’acciaio affilato contro la pelle?
Lo senti l’acciaio che t’incide la pelle?
Lo senti?
Come faccio a liberarmi?
Iniziò a piangere
Provaci tu e poi mi dici come si fa.
Più forte Anna.
Il suo cuore era un orologio a pendolo impazzito.
Non puoi tagliarti con un cucchiaio.
Sì, che puoi.
Tante goccioline di sangue erano schizzate sul ripiano sul ripiano.
Devi muoverti a liberare quelle mani dall’impasto. Hai una mostra! Non puoi deludere Marco. Ha fatto così tanto per te.
Era questo il pensiero che le invadeva la testa. La stritolava in un labirinto con troppe direzioni: come fossero tante zampette ricoperte di cuticola e peli, che ora le raschiavano la gola, si espandevano nella laringe e non la facevano respirare.
Marco ha fatto così tanto per te. Senza di lui oggi non saresti nulla. Non puoi mandare tutto a puttane così. Non questa ennesima volta.
Aveva cercato di arrivare fino alla carne e poi, con la destra dolente, aveva fatto lo stesso lavoro sulla sinistra.
Appoggiata la schiena al muro e s’era lasciata cadere per terra. Respirava forte. Quattro lunghi respiri e le mani sulla nuca. Poi aveva alzato sguardo: l’impasto era ancora lì, sul tavolo. Ci aveva messo sopra lo strofinaccio con le mele; avrebbe ripreso la mattina dopo.
Non era il momento ora.
Non era il momento.
Non era il–
Si sentiva molto stanca. Aveva aperto un pacchetto di Tuc e poi chiamato Marco.
«Ehi–»
«Ho paura.»
«Mi aspettavo un ciao.»
«C’è qualcosa di strano qui.»
«Anna da quanto non dormi?»
«Non è quello.»
«Se ogni volta che hai una mostra ti angosci così–»
«Non è la prima volta che non dormo.»
«Di cosa hai paura?»
«Ti stavo facendo i biscotti–»
«Lo sai che li adoro.»
«L’impasto aveva qualcosa di strano.»
Marco aveva riso «Che cosa può avere di strano un impasto?»
«Porca troia! Non ridere.»
«Non dormire ti rende nervosa?»
«Non sono nervosa per quello!»
«Di cosa hai paura?»
«Quel dannato impasto era come se mi stesse fagocitando le mani. Mi strattonava verso di lui. Mi ha imbrigliato le mani con la pasta. Non riuscivo più a toglierla.»
«Sarai un po’ debole.»
«Sono solo un po’ stanca. E sentivo come un respiro, come una persona che sbuffa. E c’ero solo io in casa.»
«Quella casa è troppo grande per una persona sola. Il silenzio. Le notti insonni. Avrai immaginato: di sicuro. E poi un impasto è un impasto non può fagocitarti proprio nulla.»
«Dei residui li ho ancora attaccati alle dita!»
«Domani si staccheranno.»
«Credi io sia pazza?»
«Credo solo tu abbia bisogno di dormire. Prenditi qualcosa e domani sistemi per bene tutto.»
Anna allora aveva preso quindici gocce di Xanax. Gliele aveva prescritte il suo psichiatra, quando lei gli aveva raccontato del suo rapporto con Marco, di quanto le sarebbe piaciuto essere meno inquieta.
Era una paura infondata, si era detta, per poi sdraiarsi sul divano.
Le mani che durante la notte aveva appoggiato sulla pancia e unito ora erano bloccate, non le poteva usare.
Si era alzata di scatto dal divano. Le aveva mosse in simultanea avanti e indietro, ma niente.
Le pareti del salotto le stavano comprimendo i polmoni. Non c’era più aria nella stanza e non poteva aprire le finestre.
Si era addormentata con le scarpe e i jeans.
L’impasto di notte era cresciuto. Si era espanso. Le aveva imbrigliato le mani.
Era andata in cucina: l’impasto ora invadeva quasi tutto il ripiano.
Doveva liberarsi le mani.
Aveva spostato lo strofinaccio usando le mani unite coperte d’impasto. Lo aveva spostato fino al bordo del tavolo. Poi lo aveva lasciato cadere, in modo che coprisse le mani.
Si era guardata nello specchio in corridoio: il suo viso era emaciato e cosparso di rughe. La bocca allo specchio si era mossa.
Lei non stava muovendo la bocca.
La bocca allo specchio s’era aperta e aveva iniziato a ridere. Ridere forte.
Una risata che non era la sua.
Aveva preso un biglietto per l’autobus con le labbra.
Spinse la maniglia con i gomiti e scese le scale.
* * *
«E tutto questo ti è successo tra ieri e stamattina?»
«Sì. È iniziato da questo maledetto impasto.»
«Io di là ho una fresa: quella che uso per sagomare i miei gioielli. Adesso liberiamo le mani; ti fai una bella doccia. Poi ti aiuto a portare le tele a casa tua; puliamo il tavolo e vedrai che tornerai a essere quella di prima.»
Anna le raccontò del sangue. Del dolore tagliente che aveva sentito quando aveva usato il cucchiaio.
Alice cercò di essere delicata: asportò l’impasto poco per volta. Nessuno schizzo di sangue, stavolta. Niente di niente. Bagnò un asciugamano e lo insaponò con della pasta lavamani: con quei granellini le mani di Anna tornarono pulite.
Anna fece una doccia. Si specchiò. Il suo viso era quello di sempre. Le guance tonde e colorite. Solo qualche piccola ruga d’espressione accanto agli occhi.
Con il Doblò riportarono le tele incorniciate a casa sua. Alice l’aiutò a pulire tutto.
Nessun residuo di pasta era rimasto attaccato a niente. Alice aveva buttato tutto nel secchio sul balcone.
Anna ammirava la sua grande e splendente cucina verde chiaro.
Uscì a fare una corsa nel bosco. Correre per i prati ispidi, schivare le radici, scoprire nidi di passerotti sugli alberi, accarezzare il muschio morbido sui tronchi, sentir scricchiolare le foglie secche sotto i piedi. Tutto questo la rilassava.
Aveva ragione Marco. L’insonnia la rendeva paranoica.
Tornata a casa girò la chiave nella serratura e spinse la porta.
Una consistenza morbida avanzò sul pavimento in graniglia del pianerottolo. Anna non riusciva a muoversi. Quella cosa le salì lungo il collo dei piedi, le caviglie, i polpacci, le cosce. Le avvolse i glutei e le braccia, distese lungo il corpo. La lingua paralizzata.
Non riusciva a chiedere aiuto.





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