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Racconti | Il bisogno di volare

5 ore fa
Tempo di lettura: 8 min




Testo di Paolo Federico Illustrazione di Elena Santacesaria Editing a cura di Yuri Sassetti







L'acqua del lavello di Massimo continua a scorrere sulla stessa tazza. I muscoli del collo tirano per la posizione statica di profilo. Gli occhi fissano attraverso l'unica finestrella che affaccia sul cortile condominiale, un groviglio di ferrame e tubature perfette per incastrare lo sguardo. 

Momenti simili danno la sensazione di staccarsi dal proprio corpo.

Ma è solo una sensazione.

Questa è la spiegazione di Massimo alla sorella: una sensazione.

«Ma tu stavi volando, te lo giuro», dice Monica.

Monica, dal tavolo con cerata plastificata a motivi floreali. Monica e la sua nuvola di fumo davanti alle occhiaie sono davvero convinte di aver visto il fratello fluttuare sul pavimento.

«Saranno stati almeno quindici, venti centimetri. Non scherzo», dice.

La stanchezza, l'astigmatismo, il sonno arretrato. Qualche aperitivo di troppo. 

«Ma non ti sto prendendo per il culo», dice lei.

Il caldo, le pillole della pressione, qualche effetto collaterale di una pomata.

«Smettila, non è divertente. Ti assicuro che hai volato, l'ho visto».

Monica accartoccia la sigaretta nel posacenere, e stringe i pollici sul telefono.

«Dovevo riprenderti. Dai, rifallo».

Massimo ride e scuote la testa. «Magari prima metto su una camomilla?»

Monica non risponde. La sua visuale inquadra solo i talloni di Massimo avvolti dai calzini.

Le suole delle pantofole. 

L'attesa che qualcosa all'improvviso si smuova, anche questo è un modo per incastrare lo sguardo. Che sia il numero allo sportello, la valigia che sbuca sul tappeto mobile o un fratello che all'improvviso decolla in cucina, non fa differenza. 

È solo un altro modo per focalizzare un obiettivo. Per non restare sopraffatti dal caos.




Nei giorni successivi, Massimo si presta come panorama per sua sorella Monica. Un continuo avvicendarsi di pieghe e spigoli pelosi e cartilagine, su cui sdoppiare la vista pur di mantenere la concentrazione.

Non sia mai che si stacchi di nuovo da terra, e che lei se lo perda.

Così, di proposito, Massimo finge di allungarsi per prendere i barattoli più in alto. Con la coda dell'occhio, gode nel vedere Monica scapicollarsi pur di filmare lui che si sbellica.

Monica lavora come pubblicitaria per una piccola agenzia quasi al collasso. Tutta questa storia del fratello che vola, secondo Massimo, è solo un modo per spurgare la creatività in eccesso. Un pretesto per colorare una serata grigia sul divano.

Almeno finché Massimo non scopre la prima microcamera dietro le cornici di famiglia. Un'altra sotto il letto, in direzione della porta-finestra. All'interno, ore di registrazioni per controllare se fosse atterrato sul balcone durante la notte, o volato in cima all'armadio per fare prima col cambio di stagione. Interi stralci della vita di Massimo immortalati da minuscoli obiettivi, in un groviglio di cavetti che si affollano tra i pantaloni di felpa di Monica.

«Ma dove li hai rimediati i soldi per questa roba?»

Monica singhiozza, e fissa il fratello maggiore con gli occhi gonfi. 

«Perché non ci riprovi? Possibile che non te ne freghi nulla di saper volare?»

Massimo scalcia via gli obiettivi e sancisce la fine dello spionaggio tecnologico.

«Ti avrei aiutata a mantenere il segreto, e invece mi costringi a smascherarti».

«Prima o poi lo ammetterai», dice Monica. 




Dopo quella discussione, per qualche giorno, Monica si immerge nel lavoro e l'argomento non spunta più in nessuna conversazione. 

Poi un ragazzo in bici frena davanti al negozio di Massimo.

«Lei è Massimo Aneli, il fotografo?», dice. «Posso farle qualche domanda?»

Episodi simili accadono al parcheggio. In fila al tabacchi. Dal benzinaio.

Al solito bar gli chiedono: «Massimo, ma quindi andrai in televisione?»

Se gli commissionano una foto, all'improvviso, in realtà vogliono uno scatto con lui.

«Siamo dell'agenzia tal de tali», telefonano. «È interessato a farsi rappresentare?»

Il flusso che si riversa nel suo buchetto ombroso, tappezzato di scatti a rullino, si triplica senza preavviso. Finalmente, basta mamme che lo sfruttano come stamperia. Ora viene invitato alle inaugurazioni che contano, alle sfilate.

Massimo abbassa il collo, e belle ragazze gli infilano i lasciapassare.

«Dai, su, un altro scatto e poi ci spicchi il volo! Massimo, vola per noi!»


«Mi spieghi perché l'hai detto a tutti! Basta, tu sei da ricovero. Scendi!»

Monica scappa sul soppalco, per poi tirarsi dietro la scala.

«Avanti, vieni su a prendermi. Tanto, lo so che puoi».

«Ma che ho fatto per meritarmi tutto questo?»

Il pacato Massimo, che nessun vicino sentiva mai strillare, ora sbraita con il collo incassato.

«Ammettilo», dice la sorella dall'alto: «Quanti lavori ti sto procurando? E quante scopate?»

Massimo si blocca: «Quindi sarebbe solo una mossa pubblicitaria? Non ci credi sul serio?»

Se la speranza camminasse con degli scarponi verde oliva, sarebbero quelli di Massimo.

Meglio una bugiarda truffatrice, pensa, che una vera allucinata.

«Come si accede qui? Come faccio a controllare quel che hai diffuso su Internet?»

Massimo si morde una nocca per non sbatterla sulla tastiera.

«Monica, vieni giù, per favore».

La sorella è ingobbita per il poco spazio, con i gomiti infossati tra le valigie.

«E chi mi assicura», dice, «che se scendo non ne approfitti per sfogare anche la superforza?»

Massimo sospira. «Oh Signore, aiutami a non sfasciare tutto qua...»

«Vedi?» ribatte lei. «Quindi, volendo, potresti!»

Un altro modo per incastrare lo sguardo è assistere alla sfilata dei propri avatar che fanno il giro di Internet. Massimo connette il computer e ritrova se stesso in balcone, che cambia la terra in un vaso. Un Massimo che sale in terrazza a stendere le lenzuola. Un Massimo che legge in poltrona. Tutti questi innocui Massimo, in ogni ripresa, a un certo punto passano in secondo piano rispetto al mento di Monica, e alla sua bocca che sussurra qualcosa.

«Ecco, vedete? Mio fratello sta lì a leggere. A fingere di essere normale».

Inquadrandolo dalla finestra, intento a scaricare la spesa, Monica scuote la testa.

 «Guardate: anche oggi ha preso l'auto solo per ingannarmi. Vi assicuro che entrando farà di tutto per sembrare stanco. Sbufferà e dirà che il traffico era un inferno...»

C'è un Massimo sull'ultimo piolo della scala, e la mano di Monica che si avvicina al bordo di alluminio: «Amici, se non lo faccio è perché spero che confessi di sua volontà».

Questo e altri video svettano nella galleria di video-blog lanciati in rete da Monica. 

In cima troneggia la frase “mio fratello sa volare ma non vuole ammetterlo”.

Sotto lo sguardo di Massimo, estranei registrano video di risposta e si azzuffano sul tema.

Giovani spettinati disquisiscono di gravità, e i contatori si gonfiano.

Monica è ancora sul soppalco. «Dovevi fidarti di me», dice.

«Adesso, finché non ce lo dimostri, noi non ti crederemo».

«Ma sei impazzita?!», Massimo stringe i pugni, e ne tende uno verso l'alto.

Monica lo osserva in silenzio, con i capelli che gravitano verso il pavimento.

Vorrebbe dirgli: «Avanti, vola a prendermi», ma si trattiene per non rovinare il momento.

Nota il pugno di Massimo che comincia a ondeggiare, e non sbatte più le palpebre.

Eppure, i piedi del fratello non si staccano. La mano non fa altro che fendere l'aria.

«Ti posso denunciare, lo sai?»

Se la delusione non sapesse più cosa pescare dall'armadio, si vestirebbe da Monica.

«Fai pure, tanto l'onda si è scatenata. Nuotale incontro, a questo punto!»

Massimo allarga le braccia. «E cosa dovrei fare, buttarmi giù da un palazzo?»




Secondo i dottori, il primo passo per favorire la guarigione è il distacco. Monica può ripetere le proprie teorie soltanto agli inservienti o ai compagni di bingo. Dunque il fratello non deve preoccuparsi se nel frattempo è già diventato un uomo capace di fermare il tempo.

Sono bastati pochi giorni per additarlo come il colpevole dell'incidente dei genitori.

«Chissà quale supercattivo l'avrà scoperto», Monica pulisce le lenti degli occhiali.

Dopo la terza settimana, ha iniziato a ingoiare le pillole. 

Ora non stacca più i bottoni bombati dai cuscini.

«L'avevo messo al centro del mondo. Solo facendomi rinchiudere, la gente ha dimenticato».

L'analista sospira: «Soffermiamoci su questa frase: l'avevo messo al centro del mondo».




Diffusa la notizia dei problemi mentali, i numeri del blog crollano e nessuno si mette in coda davanti al negozio di Massimo. Il postino non ha più inviti da consegnare. 

I passanti, che prima sorridevano, adesso tirano dritto con smorfie incolori.

Finché una sera, nel suo ritrovato anonimato, Massimo lascia scorrere l'acqua sulla stessa tazza e inizia a guardare fuori dalla finestrella, tra le ferraglie del cortile condominiale.

Ripete nella mente: «non devo più sentire il tocco delle mani».

Senza parlare, si dice: «non devo pensare a niente».

Socchiude le palpebre, chiude le spalle e incurva la schiena, e le dita dei piedi iniziano a formicolare. Vorrebbe guardare, ma si sforza di non schiudere le ciglia: vuole farlo al momento giusto. Aspetta di replicare la sensazione che ebbe la prima volta. 

Solo a quel punto, apre gli occhi.




«Dopo l'incidente dei nostri, Massimo mi portava a scuola e aiutava con i compiti».

Monica rotola un gomitolo di lana, e intanto sfilaccia anche la sua infanzia.

«Veniva a prendermi a pallavolo e quando andavo alle feste. Mi ha aiutata quando ho avuto il ciclo per la prima volta. C'era solo lui. Per me, è sempre stato un eroe».

Monica mordicchia le labbra e dice: «Ma forse, è un eroe normalissimo».

L'analista annuisce, sta per dire qualcosa, ma un'altra dottoressa irrompe nello studio.

«Monica, vieni subito. Tuo fratello...»

Si precipitano in sala computer e Massimo è proprio lì, in quindici pollici di riquadro, connesso dal vecchio canale di Monica.

E indossa una calzamaglia.

«Bene, vedo che iniziate ad aumentare». 

Massimo è accovacciato davanti al portatile, e le sue ginocchia occupano mezza visuale. L'inquadratura traballa. Ai lati spunta qualche antenna. 

Oltre un cornicione, dei palazzi in lontananza.

«Allora, come già annunciato», dice Massimo: «ho deciso di fare una dimostrazione».

Di fronte a Monica, ai dottori e a migliaia di spettatori digitali, il video si divide in più inquadrature. Una ripresa incornicia la barba di Massimo, con in fronte una fascia che regge una seconda microcamera. Una delle tante con cui era stato spiato dalla sorella.

«Dovrei aver condiviso la ripresa frontale. Non so se ci sono riuscito, ma vabbè».

La fotocamera, per un momento, inquadra i suoi occhi che guardano dove puntare i piedi.

«Per chi si fosse collegato da poco: sono Massimo Aneli, il fotografo che sa volare».

La schermata del portatile, inclinata verso lo strapiombo di dodici piani, non è ben posizionata. Per questo l'unico indizio che gli spettatori riescono a scorgere è una serie di pois gialli su calzamaglia nera che all'improvviso saltano giù dalla visuale.

Si vede meglio nell'altro video, quello dello smartphone rimasto tra le mani di Massimo.

Da lì si alternano il confine dei tetti, i tralicci dell'alta tensione, le sopraelevate, le insegne dei grandi magazzini.

Un panorama suburbano è comunque un panorama.

Ma Monica, la dottoressa, gli spettatori. Loro vogliono concentrarsi sul fotografo. 

Capire dov'è.

Massimo, invece, incastra lo sguardo tra le anse dell'edificio. Le ventole, i motori dei condizionatori. Gli infissi appannati dalle intemperie.

Monica intanto accede al pannello del sito, e attiva il collegamento frontale in remoto.

«Finalmente», dice. «Ve l'avevo detto. Mio fratello sta volando. Mio fratello vola!»

La dottoressa accarezza le spalle di Monica.

Il contatore, in basso a destra, supera ogni record del blog.

Tutto accade coi tempi di Internet.

Tutto accade mentre è già accaduto.

Qualche utente che batte i tasti più veloce commenta: è sceso al sesto, quinto. Quarto. 

E Monica continua a ripetere: «Mio fratello è un supereroe!»

Lo sguardo di Massimo si incasella tra le finestre e le ringhiere dei balconi, tutti uguali, finché non rivolge di nuovo la fotocamera verso la sua faccia.

Un ultimo autoscatto, e poi il video diventa nero.






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