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Astratti Furori è concepito come contenitore di proposte, suggestioni, inviti, consigli, attinenti ad aspetti variegati della fruizione culturale. Iniziato come progetto collettivo su Facebook (https://www.facebook.com/Astratti-Furori-328170347375115), si trasferisce su questo spazio mantenendo la stessa forma e gestione. Ogni mese arricchiremo questa sezione di nuovo materiale, con l'idea di allargare lo sguardo al di fuori dei confini di Gelo, rivolgendosi a tutto ciò che catturi il nostro interesse.



ASTRATTI FURORI - IV

Rubrica fotografica


Josef Koudelka (1938)


La vita di Koudelka è stata di un'irrequietezza implacabile, in costante viaggio e senza mai stabilirsi.

Avendo iniziato a fotografare nel 1967, Koudelka ha fotografato l'invasione sovietica di Praga, pubblicando le sue fotografie con le iniziali P. P. (Prague Photographer) per paura di rappresaglie nei confronti di lui e della sua famiglia. Nel 1969, è stato insignito in forma anonima della medaglia d'oro Robert Capa dell'Overseas Press Club per quelle fotografie. Koudelka lasciò la Cecoslovacchia per chiedere asilo politico nel 1970 e poco dopo si unì a Magnum Photos. Cominciò il suo costante stato di esilio, e rimase apolide fino a quando non fu naturalizzato francese nel 1987.





“Essere in esilio significa semplicemente aver lasciato il proprio paese e non poter tornare. Ogni esilio è un'esperienza personale diversa. Io stesso volevo vedere il mondo e fotografarlo. Sono quarantacinque anni che viaggio. Non sono mai stato da nessuna parte più di tre mesi. Quando non ho trovavo più nulla da fotografare, allora era arrivato il momento di andare"





“Non avevo un appartamento, non ne avevo bisogno. Al contrario, ho cercato di evitare di possedere qualcosa. Non pagavo nessun affitto. Ho capito che potevo viaggiare con i soldi che avrei speso per un appartamento. Quello di cui avevo più bisogno era viaggiare per poter scattare fotografie... Sapevo che non avrei avuto bisogno di molto per funzionare: un po' di cibo e una buona notte di sonno. Ho imparato a dormire ovunque e in qualsiasi circostanza. Avevo una regola: Non preoccuparti di dove dormi, finora hai dormito quasi tutte le notti, dormirai di nuovo stanotte. E se dormi all'aperto, hai due scelte: avere paura che ti possa succedere qualcosa e che non dormirai bene, o accettare il fatto che possa succedere qualcosa e dormire bene, che è la cosa più importante: devi funzionare bene il giorno dopo”.

 

Shomei Tomatsu (1930-2012)


Shomei Tomatsu è considerato uno dei padri della nuova fotografia giapponese, uno dei più influenti, il cui lavoro ha riflesso i cambiamenti sociali e culturali che hanno accompagnato la società giapponese negli ultimi 60 anni. Insieme a Daido Moriyama, Takuma Nakahira e Koji Taki fondano la "rivista Provoke", una rivista che cercò di trovare un nuovo modo di rileggere gli eventi: i fotografi devono usare i loro occhi per cogliere i frammenti della realtà ben oltre la portata di una preesistente lingua, presentando un materiale che deve provocare e mettere in moto il pensiero.






Quando nel 1961 Shomei Tomatsu incontra Nagasaki, 16 anni dopo la bomba, gli provoca un fortissimo turbamento sia da un punto di vista umano sia professionale. Da questo momento in poi la fotografia di Tomatsu non sarà più la stessa: è il crollo del realismo come si era inteso fino ad allora. La domanda che Tomatsu si pose è: “se l’idea che si ha del Giappone non esiste più, come posso fotografare la realtà? Dove trovo il momento decisivo del Giappone post guerra?”. Così pubblica il libro 11.02, orario in cui fu sganciata la bomba su Nagasaki e in cui il tempo, per tutti i giapponesi, si è fermato.

Compone così un tempo multi-strato su quattro livelli, quattro storia che si svolgono in parallelo:

  1. tempo fermato alle 11.02 del 9 Agosto 1945

  2. tempo che ha avuto inizio per i sopravvissuti dopo le 11.02

  3. tempo naturale delle attività umane avulso dagli eventi

  4. tempo del dopoguerra in Giappone






 

Jeanloup Sieff (1933 - 2000)


Jeanloup Sieff nacque a Parigi da genitori polacchi, si laureò in filosofia nel 1945 e poi decise di intraprendere altri studi come la letteratura, il giornalismo e la fotografia sia presso Vaugirard a Parigi che presso Vevey in Svizzera. La sua prima macchina fotografica le fu regalata dallo zio all’età di 14 anni, si trattava di una Photax (poco più che giocattolo) che, a quanto pare, segnò particolarmente la sua decisione di dedicarsi completamente al mondo della fotografia. La sua prima pubblicazione avvenne nel 1950 su Photo Revue, ma il successo iniziò ad arrivare nel 1960 quando fotografò i ballerini che apparvero nel Balletto dell’Opera di Parigi, tra i quali Rudolph Noureev, Carolyn Carlson, Claire Motte e Nina Vyroubova .


“Se non avessi ricevuto quella macchina fotografica, oggi sarei forse un attore, regista, scrittore o gigolò”.



Sieff decise di abbandonare il suo lavoro come fotografo freelance nel 1958 quando entrò a far parte dell’agenzia fotografica Magnum, per la quale ebbe incarichi a Roma in occasione della morte di Papa Pio XII, in Turchia, in Grecia e in Polonia.

La collaborazione con Magnum non durò tantissimo, tant’è che già l’anno successivo, il 1959, sancì la fine dei rapporti tra le parti. Lo stesso anno realizzò per Réalités un drammatico servizio sugli scopieri nelle miniere belghe del Borinage, servizio che gli valse anche un PrixNiecpce.

Nel 1961 si trasferì a New York dove iniziò a collaborare con Harper Bazaar, Glamour, Look, Esquire e le versioni europee di Queen, Elle e Vogue. Le fotografie pubblicate su queste riviste, come tutte quelle da lui realizzate, sono in grado di comunicare il fascino immortale del mondo patinato dei film, delle vite vissute sotto il cielo di Hollywood, degli eccessi e dei successi di chi, di quel mondo, ne era parte.




 

Ernst Haas (1921 - 1986)

Ernst Haas è considerato uno dei pionieri della fotografia a colori e in movimento, anche se la sua la sua aspirazione giovanile era quella di diventare un pittore. Iniziò a studiare medicina, ma a causa delle sue origini ebraiche fu costretto ad abbandonare gli studi e ad arruolarsi nell’esercito tedesco.

I suoi primi lavori sui prigionieri di guerra di ritorno austriaci lo portarono all’attenzione della rivista LIFE. Ha rifiutato un’offerta di lavoro come fotografo dello staff per mantenere la sua indipendenza. Su invito di Robert Capa, Haas si unì a Magnum nel 1949 e poco dopo iniziò a sperimentare con la pellicola a colori Kodachrome. Per questo è conosciuto come il primo fotografo a colori degli anni 50.







“Una formula è la morte di tutto: deve sempre esserci un qualche segreto, una qualche sorpresa. E la cosa strana, nell’estetica, è che anche quando si ha l’impressione di avere una formula, è vero anche l’esatto opposto.Alcuni, per esempio, parlano di formule per quanto riguarda il colore, sostenendo che non si dovrebbero abbinare mai certi colori, e così via. Ma dai pittori impariamo che, se tali formule esistono, possiamo anche infrangerle. Si possono trovare modi stupendi di mettere insieme i colori. Se si giunge a una formula, bisogna cercare di contravvenirvi”.





"Il colore non significa bianco e nero più colore, come il bianco e nero non è solo un’immagine senza colore. Ciascuno di questi mezzi richiede una diversa sensibilità nel vedere e, di conseguenza, una diversa disciplina. Ci sono gli snob del bianco e nero, e ci sono gli snob del colore. Incapaci di usare bene entrambi, si mettono sulla difensiva e militano in campi opposti. Non bisognerebbe mai giudicare un fotografo dal tipo di pellicola che usa, ma solo da come la usa”

 

Karin Mack (1940)

Karin Mack ha lavorato come fotografa di architettura dal 1967 al 1978 e poi ha studiato storia dell'arte e italiano all'Università di Vienna fino al 1988. Dal 1977 al 1982 è stata coinvolta nel gruppo “Intakt” (International Action Group for Women Artists) per migliorare la situazione delle artiste donne.

Nello stesso periodo Karin realizza fotomontaggi di autoritratti surreali in bianco e nero, con i quali indaga la questione del sé e dell'identità femminile. Basati su immagini della tradizionale rappresentazione femminile nella pubblicità, i suoi montaggi hanno infranto false promesse. “Destruction of an Illusion” del 1977 è annoverato tra le opere rivoluzionarie della fotografia femminista degli anni Settanta.



Tra il 1975 e il 1981 Karin Mack realizza fotomontaggi di autoritratti surreali in bianco e nero, con i quali indaga la questione del sé e dell'identità femminile. Basati su immagini della tradizionale rappresentazione femminile nella pubblicità, i suoi montaggi hanno infranto false promesse. “Destruction of an Illusion” del 1977 è annoverato tra le opere rivoluzionarie della fotografia femminista degli anni Settanta.

Margit Zuckriegl, curatrice del Museum der Moderne Salzburg, la descrive come una delle artiste dell'avanguardia femminista, "che generano i loro temi da un'introspezione molto personale e li mettono in scena come in un teatro poetico di autoeventi”.

Invece verso la metà degli anni '90 si è dedicata al rapporto tra uomo e natura nelle sue serie di foto e montaggi.