Aperitivo | Campari e gin per tutti!



Concorso per racconti inediti a tema APERITIVO | Secondo classificato



 

Titolo: Campari e gin per tutti!

Autore: Mike Papa

Illustrazione: Riccardo De Giorgi


 


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Quella che solo dopo fu chiamata “La guerra dei Campari” cominciò in sordina, come tutte le guerre, e come tutte le guerre ebbe la sua escalation: sottili prese in giro, insulti dapprima velati poi sempre più espliciti, qualche pugno in risposta a qualche spintone, i primi feriti da lama… E poi morte, distruzione, annichilimento.


Le due fazioni in conflitto, i Pro e i Gin, iniziarono a fare sul serio con le loro schermaglie al bar Battaglia (ironia della sorte) nel periodo delle feste natalizie, durante le quali, si sa, ogni scusa è buona per brindare. Non che i futuri belligeranti avessero bisogno di giustificazioni per scolarsi i loro aperitivi, lo facevano d’inverno sotto zero e d’estate con quaranta all’ombra, imperterriti e fedeli al loro credo.

Per un breve periodo di tempo, nel confronto che alla fine degenerò in vero e proprio conflitto, ci fu la mediazione dei Lisci, ma da buona minoranza era destinata a sparire non lasciando nessuna traccia.


Per tornare alla Storia, quell’anno, Augusto Mastro, che si vantava senza nessun titolo di aver avuto per primo la geniale idea di correggere il Campari col gin, era seduto a un tavolo del Battaglia con una mezza dozzina di sodali. In piedi al banco, coi loro abituali modi spocchiosi, consumavano Luca Luca, guru della correzione col prosecco, e altri aderenti alla sua fazione.


Sarà stato il clima festaiolo o il desiderio di consolidare la propria autorità, ma più probabilmente i numerosi bicchieri già ingurgitati, fatto sta che Augusto fece un commento a voce troppo alta: «Guardate quei senzadio come deturpano il sacro nettare rosso annacquandolo con vino scadente. Omuncoli del genere, senza spina dorsale, sono capaci anche di ordinare una birra analcolica, credetemi.»


Le sue parole giunsero all’orecchio di Luca Luca che non poté fare a meno di inalberarsi, complice anche un antico astio personale nei confronti di Augusto per questioni non inerenti alla nostra cronaca.

Si avvicinò al tavolo, brandendo il suo bicchiere come una sacra reliquia o come un’arma, arrivò davanti al Mastro, puntò il dito e sentenziò: «Tu, tu che osi alterare il grado alcolico dell’italico rosso nettare con liquore proveniente d’oltre manica, tu che annienti il Suo sapore con artifizi troppo inebrianti… Ebbene tu, se ancora conservi in te un minimo di amor proprio e di rispetto per il divin Campari, dovresti solo tacere.»

Augusto, punto sul vivo, si erse in tutta la sua bassa statura, rispondendo a tono: «Branco di femminucce incapaci di reggere l’essenza della vita, ignoranti, stolti, sprovvisti degli attributi atti a ricevere il vero e unico benefizio che il nettare rosso può donare solo se esaltato con l’estratto del sublime arbusto di ginepro… Andate ad abbeverarvi in una latteria, che tale contesto vi è di certo più consono.»


A questo punto si intromise lo Svizzero, proprietario del bar: «Ehi, vedete di non rompere i coglioni. Se dovete fare a botte andate nel vicolo qui dietro. Niente rotture di palle nel mio locale, intesi?»

Luca Luca si ritirò in buon ordine, ma ciò non vuol dire che si sentisse sconfitto in quella schermaglia.

Augusto invece si autoproclamò vincitore e ordinò un altro giro di Campari e gin.


La notte di Natale, dopo la Messa, la fatalità ci mise lo zampino: Luigi Improta camminava incerto verso casa, sfoggiando una discreta sbronza e la splendida consorte in minigonna e pelliccia. Un paio di ragazzotti ebbero l'audacia di fare apprezzamenti un po' sopra le righe sulla signora e, come un cavaliere d’altri tempi, il marito provò a difendere l’onore della dama oltraggiata. Ma il cenone era stato abbondante, al pari dei beveraggi, e i due ragazzi ebbero con facilità la meglio sull’imbolsito Luigi. Risultato: un braccio rotto e varie escoriazioni. Nonostante fosse davvero solo un caso che l’Improta appartenesse ai Gin e gli aggressori ai Pro, l’increscioso episodio venne preso da Augusto Mastro come una dichiarazione di ostilità bella e buona che reclamava vendetta.





Capodanno nella balera cittadina. La folla era eterogenea e allegra, come si confà a un evento del genere. I due addetti al bar versavano bottiglie dopo bottiglie e nello stesso tempo portavano avanti un altro lavoro, per cui il Mastro li aveva pagati: annotare chiunque correggesse il Campari col prosecco. La mattina del primo gennaio la lista non era molto lunga, ma recava nomi importanti e, parecchi, insospettabili. Avutala in mano, Augusto sguinzagliò i suoi fedeli a caccia, con l’ordine di arrecare più danno possibile ai disprezzati Pro. Per il momento non autorizzò punizioni corporali, nonostante il braccio dell’Improta le invocasse ad alta voce, ma qualsiasi pesante danneggiamento alle loro proprietà era lecito. Così una trentina di cittadini si ritrovarono con le macchine bruciate, i giardini devastati, il cane sgozzato o il gatto avvelenato. Ci fu solo un’unica voce fuori dal coro, ma Augusto sorvolò, convinto della buona fede del suo uomo che, a quanto diceva, mentre si apprestava a trasformare in falò il gazebo di un miscredente, era stato sorpreso dal proprietario e non aveva potuto fare altro che infilzarlo col coltello a un fianco.


Alla fine dei raid tutti a brindare soddisfatti al bar Battaglia con casse di Campari e boccioni di gin.

Luca Luca sapeva di trovarli lì.


Sprezzante del pericolo entrò nella tana del lupo. Il coraggio mostrato era figlio della rabbia per le notizie degli scempi apprese dai suoi discepoli, ma soprattutto della Beretta che aveva in tasca.

Passò davanti al banco senza ordinare il suo amato drink, si diresse sicuro verso la tavolata dei Gin e una volta a tiro puntò la pistola contro Augusto. Il quale era già molto su di giri e, ignorando la minaccia, disse col solito tono canzonatorio: «Oh, messer Nullità, vuole unirsi a noi per brindare con il nostro nettare? Tradotto in vocaboli semplici, in maniera che anche lei riesca a comprendere, vuole rinnegare, qui e adesso, il suo credo scellerato e abbracciare la vera Verità?»


Luca rimase spiazzato, si aspettava una reazione intimidita e sottomessa, se non addirittura di paura: «Il suo malevolo liquore anglosassone deve avere effetti deleteri sull’apparato visivo, se non si accorge di quello che è mia intenzione fare, Mastro del mio pene.»

A quel punto la scena si bloccò in un fermo-immagine per un secondo, forse Luca avrebbe sparato o forse no, non lo sapremo mai, perché ancora una volta intervenne lo Svizzero da dietro il bancone: «Oh, scemo di merda, che cazzo ti sei messo in testa? Fai sparire quella baiaffa e poi sparisci pure tu. Che credi, di essere in un saloon, perdio? Andate a fare i cowboy da un’altra parte, se proprio dovete, coglioni.»


Stavolta Luca, esasperato, non indietreggiò all’istante ma si attardò a gettare il guanto della sfida definitiva: «All’ex mattatoio, domani mattina al sorgere del sole. All’ultimo sangue.»


Augusto sembrò rendersi conto solo allora del pericolo che aveva corso, tirò un malcelato sospiro di sollievo, scolò il suo bicchiere per rincuorarsi e domandò, con il piglio del condottiero nato ma la voce non proprio ferma: «Armamenti?»


«A sua discrezione. All’ultimo sangue.»


Ritrovato tutto il suo spirito beffardo, Augusto replicò: «Mi appare un pochino ripetitivo, messer Doppio Luca. Indugi al banco, prenda uno dei suoi meschini beveraggi annacquati, magari potrebbe essere l’ultimo. Offro io. Anzi no, che dico, la mia religione non mi permette di scialare danari in bibite insulse.»

Luca Luca uscì dal bar tra gli sghignazzi dei Gin e senza consumare, evento mai accaduto, ma era ansioso di dare l’annuncio della disfida ai suoi.


Forse era stato troppo frettoloso. Accecato dallo spirito di rivincita aveva lanciato un ultimatum serio e azzardato. Su quanti uomini poteva contare? Su quali armi? Si attaccò al telefono e chiamò tutti i sodali che poteva, da cui, e questo lo rincuorò, ebbe solo parole di assenso e accordo. Alla sera contò almeno una ventina di adepti pronti a battersi la mattina dopo con coltelli e mazze.

Sperò solo che bastasse.


Fulvio Bomba era orgoglioso di essere un Gin quasi quanto lo era del lavoro di responsabilità che svolgeva alla cava di marmo. Quando ricevette la chiamata di Augusto non esitò un attimo a rispondere di sì alla sua richiesta. Era ancora tempo di festa, la cava era chiusa e soddisfare le esigenze del suo idolo non doveva essere un granché difficile. E se anche lo fosse stato, per il Mastro questo e altro. Si accordarono per trovarsi direttamente la mattina dopo all’ex mattatoio.


L’alba del giorno fatidico era fredda e nebbiosa. Una leggera nevicata notturna contribuiva a rendere il paesaggio spettrale.


Quando la ventina di Pro arrivarono sul luogo dello scontro, armati alla meno peggio ma con l’animo battagliero a mille, trovarono solo Augusto e altri quattro fedelissimi.

Luca Luca sbottò in una risata liberatoria e ripose la pistola nella tasca interna della giacca a vento, convinto di avere gioco facile contro quell’esiguo numero di avversari senza bisogno di sparare: «Queste sono le tue milizie? Ben misera cosa, mi sembra. Gli altri sono così annebbiati dal liquore britannico da preferire impigrire nel tepore delle coltri, anziché impegnarsi in una pugna in cui sanno di non poter uscire vincitori?»


La calma del Mastro fece vacillare la sua sicurezza: «Se tu non fossi succube di quello scadente succo di uva con irritanti bollicine, atte solo a ingigantire la pancia e rimpicciolire il cervello, capiresti che il numero non conta, in certe tenzoni. Codesti sono i miei armigeri e codeste sono le nostre armi.»

Ognuno dei cinque mise mano alla bisaccia che portava a tracolla e prese uno dei candelotti di dinamite che Fulvio Bomba aveva trafugato dal magazzino della cava.


Solo allora Luca si rese conto che tutti i Gin avevano un sigaro in bocca con cui accesero la corta miccia. Cercò di tirare fuori la pistola, ma i guanti imbottiti si incasinarono con la zip. L’ultima cosa che sentì dire da Augusto fu lo sberleffo finale: «Addio, pusillanimi, salutatemi il vostro nume protettore Antonio Carpenè, nell’aldilà.»


Bastò un solo lancio da ognuno dei Gin per fare tabula rasa dei Pro.


Lo Svizzero non si stupì più di tanto quando, sebbene non fossero neanche le otto di mattina, Augusto e altri quattro uomini entrarono nel bar Battaglia e ordinarono: «Campari e gin per tutti!»