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Racconti | BRO

  • rivistagelo
  • 14 minuti fa
  • Tempo di lettura: 7 min




Testo di Mattia Gargiulo Illustrazione creata con AI ispirata al testo Editing di Mariasole Cusumano e Yuri Sassetti








È passata mezz’ora da quando mio fratello sta sul pavimento. Ho messo delle monetine sui suoi occhi: una da dieci centesimi e una da cinquanta. Caronte dovrà accontentarsi. Ciompf, ciompf, in questa crostata si sente persino ciompf  la colla di pesce, si appiccica al palato. Mio fratello non è mai stato bravo a fare i dolci e sul ripiano della cucina, vicino al lavandino, ha lasciato questa crostata come se fosse un testamento, ma a me pare più uno scherzo del destino. Il mio bro sarà ricordato per le pessime crostate. È questo quello che conta nella vita di un uomo: lasciare il segno, un'impronta, un’orma del proprio passaggio. Le crostate erano il testimone della sua vita, pronte a dare in pasto a una giuria di palati la ricetta dei suoi fallimenti.

Mio fratello aveva si e no quarant’anni, la pancia gli cadeva abbondante sopra la cintura come un mini-blob; ma non era grasso. Niente di più. Non dava fastidio, solo quando brontolava tendeva a ondeggiare un po’. Il mio bro poteva permettersi di sbottonare le camicie fino al petto senza rischiare di mostrare alcunché, che voglio dire, a quell’età è piuttosto strano. Era glabro sul petto. Sì, davvero glabro. Però compensava con la barba. Una barba fitta come un bosco di conifere. Partiva da dietro le orecchie e arrivava giù, fino al pomo d’Adamo. Non riesco ciompf a smettere di mangiare la crostata, ciompf. Mi sto riempiendo di zucchero per addolcire il momento amaro. Del medico di famiglia nemmeno l’ombra. Sulla mattonella, sotto la testa del cadavere, ci sono piccole microfratture. Forse a causa dell’impatto dovuto alla caduta o forse a causa del dolore provocato da quella morte. Il corpo inizia a puzzare. L’odore è strano, sa di piscio agli asparagi; corrompe l’atmosfera della stanza.

Se mia madre fosse qui si metterebbe a pulire, ne sono certo. Inizierebbe dalle ciotole nel lavandino sporche dei residui di farina solidificata; poi passerebbe alle fruste usate per montare l’albume; continuerebbe con l’interno del forno, che non si è sporcato ma è stato usato, parametro sufficiente per una bella ripassata di straccio. Subito dopo si sposterebbe sui fornelli e infine alle credenze, giusto per non permettere alla polvere di farsi trovare quando uno meno se lo aspetta. A quel punto prenderebbe la scopa e con una certa sicurezza posso dire che l’avrebbe passata sopra mio fratello per toglierli quel pallore - sembra cipria - dal viso. Avrebbe fatto di tutto per spostarlo da lì, altrimenti come avrebbe lavato per terra? 


Ho pensato a una cosa strana: che mio fratello fosse un altro quando è morto. Mi è balenata questa idea perché il sangue del mio sangue a causa di questa fissa per i dolci non vorrei che abbia pensato di essere qualcun altro quando stava per morire: tipo un pasticcere famoso o qualcosa del genere. È facile perdersi in un bicchiere d’acqua, mica ci vuole tanto a immaginarsi in un’altra vita. Basta pensarci e pouf da un momento all’altro credi di essere chissà chi. Io una volta sono stato Jack lo squartatore, il fottuto Jack lo squartatore. Non ci ho messo molto, ho solo iniziato a immaginare di vivere nella Londra vittoriana e uccidere, nascondermi e di nuovo uccidere. Mica ci vuole tanto a immaginarsi uno così, tutti possiamo essere un killer, che ci vuole. Mio fratello avrà immaginato di essere un pasticcere di programmi TV, uno di quelli dove ti assegnano punteggi per ogni aspetto: preparazione, impiattamento e cose del genere. A lui interessava impastare, mica ammazzare la gente. Può darsi che sia morto proprio per questo motivo: aver pensato di essere qualcuno altro e aver fatto le cose come quel qualcuno altro. Magari quel qualcuno altro doveva morire davanti a un forno, non lui. Devo dire però che il mio bro non ha mai dato dei veri e propri segnali di squilibrio, diciamo che questa teoria è più per me, non voglio lasciare nulla al caso. Intanto lui sta là, indossa ancora i guanti da forno, freddi, come il suo corpo, dopo aver dissipato il calore della vita. Povero bro.




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Illustrazione creata con AI e ispirata al testo



Mio fratello era un radical chic. Aveva questa saccenza così appuntita che le sue parole tagliavano. Lame che ti colpivano come le wakizashi dei samurai. Ti accorgevi del dolore solo dopo aver decifrato il senso delle sue frasi. Sentivi bruciore dappertutto, dalla bocca dello stomaco fino alle tempie. Perciò lo avevano allontanato dal gruppo di lettura, dal gruppo di snorkeling, dal gruppo di birdwatching e ogni altro gruppo strano che andava a ricercare. Non piaceva agli altri. Aveva sempre qualcosa da ridire. In continuazione. Ho bisogno di zuccheri. Il dottore ancora non si vede. Chissà com’è morto. È scivolato? Un infarto? Un ictus? Qualcuno l’ha strangolato? L’hanno avvelenato? Oddio, e se la crostata fosse –? Chiudo gli occhi. Li riapro in veste di dottore. Indosso il camice bianco e dal taschino esce parte dello stetoscopio. Con estrema lentezza - manco stessi giocando a Shangai - sfilo uno dei guanti da forno dal mio bro e tasto il polso, giusto per essere sicuro che sia davvero andato. Gli metto anche un dito sotto le narici per sentire se passa aria. Non si sa mai. Anzi, lo sai che faccio? Adesso gli sento il battito. Non sento niente. Aspetta, forse ho sentito qualcosa. No, mi sono sbagliato. E invece no, avevo ragione, era qualcosa: il campanello.


Il dottore si presenta con qualcosa in mano. Una confezione turchese leggermente slavata con delle macchioline sulla parte superiore della scatola. Entra timido, a piccoli passi, poggia la scatola vicino a ciò che rimane della crostata. Resta interdetto quando vede il mio bro. “Oh”, dice. Cammina intorno al cadavere, tasta il polso, la carotide, sposta la moneta da dieci centesimi sopra la palpebra chiusa di destra, apre l’occhio e illumina la pupilla con una piccola torcia, poi richiude la palpebra e rimette a posto la monetina. Sembrano gesti sconclusionati. A volte si gira verso di me per vedere se ho qualcosa in contrario. Quando si rialza ha lo sguardo compassionevole, mi chiede se voglio dell’acqua, mi consiglia di sedermi un po'. Prendo l’ultima fetta di crostata, lui prende la confezione che ha portato e la mette al centro del tavolo in cucina. Poi va verso la credenza che sta sopra il lavandino e prende due bicchieri. Come se stesse cercando funghi in mezzo al bosco ciompf lancia occhiate di qua e di là alla ricerca di chissà cosa. Lo lascio fare. Apre il frigorifero e prende una bottiglia. Ciompf. Mette il gin e i bicchieri al centro del tavolo vicino alla scatola turchese. Versa il liquore e mi porge uno dei due shot. Apre la confezione e ne tira fuori una torta. Dice che oggi è il compleanno del figlio. Da quello che ne capisco mi sembra una torta mimosa. È gialla e improvvisamente sembra entrare in casa un po’ di colore insieme ad altro zucchero; una morte dolce non c’è che dire. Prende il suo bicchiere e lo porta al cielo invitandomi con lo sguardo a fare lo stesso. Serra leggermente le labbra; è pronto per fare un brindisi. Dice “a tuo fratello” e dopo il tintinnio del vetro, manda giù il gin in un sorso. A quel punto prende la torta e con le mani ne stacca due pezzi. Dice che per il figlio ne avrebbe comprata un’altra più tardi. Una piccola valanga di briciole rotola sul tavolo. Alcune finiscono per terra. Il dottore s’ingozza come se non mangiasse da giorni. Il mio Bro è sempre steso lì, con le monetine sugli occhi. Dagli inferi vedrà che questa è diventata una specie di festa di compleanno e noi siamo gli invitati. Prendo il pezzo di torta e inizio a ingurgitarlo. Ciompf. Ciompf. Azzanno il pan di spagna e sento i denti triturare l’amarezza che avvolge l’aria della stanza. Mando giù il boccone. Il dottore si alza e inizia a gironzolare per la cucina. Magari sta immaginando di essere qualcun altro. Ciompf. Tiene in mano una scopa e una paletta e si mette a spazzare il pavimento. Non dice nulla, guarda per terra. Passa la scopa intorno al cadavere con attenzione senza mai urtarlo, senza distrarsi dal nuovo compito. Io sono per terra a pancia in su. Ho gli occhi chiusi e sento qualcosa sopra le palpebre. Tolgo il piccolo peso e capisco che sono due monetine. Apro gli occhi. Il soffitto è davanti a me, immacolato. Ho le gambe stanche e le braccia con la pelle d’oca. Ho freddo. Molto freddo. E tanta sete. Mi fa male il petto. Lo tocco, è liscio come il marmo. Una strana sensazione. Tocco la barba. È ispida, ruvida, come la carta vetrata. Provo ad alzarmi, davanti a me c’è il forno e dietro di me, al tavolo al centro, ci sono io. Sto strafogando un pezzo di torta preso da una confezione turchese. Il dottore sta spazzando vicino al tavolo. Provo a parlare. Ho la gola prosciugata e la mascella è dura come la pietra. La mandibola sembra impastata con il cemento e le parole murate tra l’ugola e l’esofago. Mi avvicino al tavolo e ingollo la bottiglia di gin. Poi dico al me che mangia la torta: “Si vede che il pan di spagna è fatto male.” Ciompf. Il dottore adesso è seduto di fronte a me e chiede se ho chiamato mia madre. Il bro è immobile sul pavimento. Per un attimo ho immaginato di essere lui. E per un attimo ho immaginato che il dottore fosse mia madre. Che scena patetica. Bisogna stare attenti a scegliere i panni nei quali immaginarsi. Basta un attimo per ritrovarsi in quelli sbagliati e fare cose che non faresti mai. Cose di cui pentirti.




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BIO

Sono Mattia Gargiulo e vivo a Roma. O meglio, convivo a Roma - che non vuol dire che sia meglio del semplice viverci. Prima di fare il copywriter per la pubblicità, ero uno ufficiale di macchine sulle petroliere e ne sto ancora pagando le conseguenze.

Ho scritto racconti pubblicati qua e là (Nazione Indiana, Rivista Offline, Calvario Rivista, Split di Pidgin Edizioni, LibriCK) e una piccola raccolta con Edizioni Open intitolata “L’amore è quando non succede niente”.









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