Aperitivo | L'androide e il bambino




Concorso per racconti inediti a tema APERITIVO | Primo classificato




 

Titolo: L'androide e il bambino

Autore: Giovanni Milauro Illustrazione: Miguel Vila


 


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L’orologio al polso di Henry cominciò a vibrare insistentemente. Il display illuminato segnava le nove e mezza di sera, era ora di andare a dormire. Al centro della stanza ovale, il bambino accovacciato guardava con disappunto i dinosauri in miniatura che si dibattevano fra le sue mani e con una certa riluttanza li posò al centro del loro mondo giurassico. Il suo sguardo corse per la stanza, controllando di aver lasciato le caratteristiche ambientali nel giusto ordine. La sua camera ovale era solcata da foreste che sfociavano in vallate sulle quali si stagliavano imponenti montagne e vulcani, brulicanti di piccoli rettili. Appoggiate al muro erano appena distinguibili due poltrone bianche in contrasto con il verde delle pareti. Henry si alzò e l’intero mondo giurassico in cui era immerso scomparve facendo emergere il parquet. La casa in cui il bambino abitava era neuralmente connessa a lui e rispondeva prontamente ai suoi bisogni e desideri. Henry aveva nove anni ed era quasi un adulto. Aveva la corporatura esile e due vivaci occhi neri, mentre i capelli castani piovevano sulla sua fronte come rivoli di un ruscello. Era impegnato a costruire interfacce grafiche per simulazioni storiche accurate. L’anno successivo avrebbe lasciato la sua abitazione e sarebbe stato collegato all’Interfaccia Dati. Il suo lavoro, che fin da piccolo aveva sempre sognato, sarebbe stato costruire simulazioni grafiche di eventi futuri. Sarebbe stato il migliore, pensava.



“Sei stato bene oggi?” chiese Monique entrando. Henry, in piedi al centro della stanza, sussultò, catapultato fuori dai suoi pensieri.

“Sì grazie Mony, l’interfaccia di simulazione del Giurassico sta funzionando bene” disse sorridendo. Una donna bionda, vestita in rosso, entrò nella stanza a passo lento. L’androide arrossì sentendosi appellare dolcemente.

“Sono fierə di te”



Henry sbadigliò e tese la mano a Monique. L’androide prese amorevolmente il bambino in braccio. Con un fragore metallico, impercettibile ma presente attraverso tutta la stanza, il muro di fronte ai due rivelò un’apertura dalla quale scivolò silenziosamente una branda. Il giaciglio di Henry si poggiò delicatamente sul pavimento mentre i colori della stanza cominciarono a variare lentamente in tonalità di celeste, magenta e infine blu notte. Monique adagiò il ragazzino. L’androide rimboccò con dolcezza le lenzuola al bambino. Quando le labbra di Monique si poggiarono su quelle di Henry, il bambino sussultò sorpreso. Monique fu costruitə con tessuti interamente biologici coltivati in laboratorio e assemblati insieme da una stampante 3D. Il sistema di processo informatico, il Digital Processing Central Unit (DPCU), era stato elaborato sulle basi del sistema neurale umano e collegato ad un’unità centrale a cui afferivano tutti gli androidi degli Stati Uniti d’Europa. I dati venivano raccolti e rimessi in circolo nel sistema centrale come pacchetti di informazione, posseduti dallo Stato ma gratuitamente disponibili a chiunque. Monique stava monitorando i livelli di melatonina di Henry mentre essi crescevano, incrementati dagli ormoni rilasciati dal suo orologio. L’androide scostò una ciocca di capelli biondi dal volto mentre osservava il bambino assopirsi.

Gli occhi di Monique si spalancarono nel buio, erano le sei del mattino. Una registrazione di livelli ormonali anomali nel sangue di Henry aveva messo l’androide in allarme. Henry era seduto sul letto, le ghiandole surrenali pompavano adrenalina nel sangue.




“Hai avuto un brutto sogno?” chiese premurosamente carezzandogli la testa.

“No, improvvisamente mi sono svegliato” rispose lui con calma.

I livelli di melatonina avevano raggiunto la saturazione massima nel sangue e non era possibile iniettarne di nuova tramite il dispositivo che il bambino aveva allacciato al polso. Henry osservava Monique con aria interrogativa.

“Io so cosa ci vuole” - disse Monique - “andiamo a bere un drink”.

Henry annuì, obbediente. In effetti sentiva di aver davvero bisogno di bere qualcosa. Mani robotiche spuntarono sferragliando dalle estremità laterali della branda. Maneggiarono il corpo del bambino, che docile e assonnato non opponeva nessuna resistenza e gli appiccicarono addosso una tuta MT-02 verde. Dall’elmetto trasparente spuntava il volto piatto e spento di Henry.



Monique prese il cappotto e si avviò verso l’uscita, seguita dal bambino. Monique si sentiva sempre privilegiata quando all’esterno non doveva indossare una tuta per proteggersi dalle radiazioni: era immune. Ogni tanto l’androide si voltava per controllare se il cucciolo di umano tenesse il passo, anche se i sensori di prossimità l’avrebbero messa in allerta se si fosse allontanato troppo. Una luce fortissima investì i due quando la porta quadrata scivolò lateralmente. Il cielo era solcato dall’aurora azzurra e verde e la città, bianca fino alla nausea, brillava rifrangendo la radiazione solare. La tuta di Henry scintillò appena fu colpita dalla luce. Monique schermò gli occhi con una patina di nano-particelle di piombo per riuscire a vedere attraverso le onde luminose.



Le strade brulicavano di persone. Un montacarichi portò il bambino e l’androide al livello del terreno, detto Piano Base. Sopra di loro, una foresta di cunicoli di vetro stendeva i suoi rami sopra le teste di Henry e Monique, collegando fra loro i grattacieli monolitici. Una folla indaffarata investì il bambino e l’androide. Monique strinse la mano a Henry, che noncurante, seguiva i passi dell’androide.

I volti degli umani erano cinerei e atoni, gli sguardi bassi non si incrociavano mai. Era così il mondo esterno, pensò Monique: vuoto. I cunicoli stretti fra i grattacieli avorio erano sommersi dal rumore dello sferragliare dei macchinari della città. Montacarichi, ascensori di cristallo, scale mobili, leve, porte, scorrevano furiosamente e rumorosamente. L’acciaio, il cemento e il vetro erano vivi intorno a loro e gli umani sembravano delle pulci che brulicavano sulla schiena di un animale antico e mastodontico. Le Città degli Uomini non si fermavano mai, così come i loro abitanti. Si diceva che se gli umani si fossero fermati anche per un’ora la società sarebbe collassata. Era illegale bloccare le proprie attività se non per dormire. L’unico porto franco all’interno di queste prigioni ancestrali erano i bar. Durante l’Aperitivo, gli esseri umani potevano fermarsi per trenta minuti. L’Aperitivo era concesso soltanto due volte al giorno, distanziate da dodici ore, alle sei del mattino e alle sei del pomeriggio.



Queste regole non si applicavano, naturalmente, ai bambini al di sotto dei dieci anni, età dalla quale sarebbero diventati parte integrante della società. Monique trovava sollievo nell’amore che provava per Henry. Il mondo degli adulti era alienante e deplorevole.

Henry osservava con una punta di curiosità quei gusci vuoti ambulanti che sfrecciavano a passo militare nelle strade che stava attraversando con Monique. Sapeva che sarebbe stato il suo destino diventare come loro, ma francamente non gli importava. Monique intanto leggeva il suo pensiero tramite il neuralink. Era profondamente disgustatə e tratteneva le lacrime alla vista dei cadaveri viventi dai quali era circondata, soffocata. Il pensiero che Henry sarebbe diventato come loro la lacerava intensamente.

La strada che percorrevano sfociò in una piazza, illuminata a giorno da luci istallate su ogni facciata degli alti e spaventosamente grandi grattacieli che la circondavano, come una vallata immersa fra le montagne. Al centro della piazza, l’unico albero della città si stagliava fiero. Il resto era cemento marmoreo e asettico.



“Henry vuoi vedere l’albero questa volta?”

“Non ho voglia Mony, andiamo a bere” rispose il bambino cercando di adocchiare il bar.

“Va bene” rispose l’androide, tradendo una linea di disappunto nella sua voce.

Al centro della piazza, vicino la quercia gialla e rinsecchita, dal tronco pallido e marcio, si radunavano una serie di androidi che parlottavano animatamente, ridevano persino. Erano le uniche voci della piazza e a Monique sarebbe piaciuto unirsi a loro. Gli androidi potevano godere di un periodo di sospensione della durata di dieci anni una volta conclusi settantacinque anni di servizio. Di solito pochi di essi li trascorrevano sulla Terra, e nessuno in città.

“Ecco qui” esclamò Monique sedendosi ad un tavolino bianco a lato della piazza. Erano a qualche metro di distanza da uno sgabuzzino nudo e squallido che poteva chiamarsi bar solo a causa della scritta al neon al di sopra. Uno dei tanti punti di rifornimento della piazza. Henry stava già digitando la sua ordinazione sul pad installato sul tavolo bianco.

I bar che circondavano la piazza erano appena emersi dagli edifici e una folla sciamante silenziosamente aveva cominciato ad occupare i tavoli. Una decina di robot sbucarono sfrecciando su pattini e distribuirono i drink fra i tavoli. Henry prese in mano la fiala vermiglia e iniettò con violenza il contenuto nel muscolo del braccio. Espirò profondamente mentre la sostanza entrava in circolo e svenne accasciandosi lentamente sulla poltrona bianca. Monique non ordinò niente. L’alcol la disgustava profondamente, come d’altronde gli umani.





Mentre Henry era privo di sensi, Monique si guardò intorno. Lunghe tavolate di uomini e donne, rinchiusi nelle loro tute di metallo per proteggersi dalle radiazioni, ordinavano svariati set di fialette alcoliche. Nessuno parlava, e nessuno aveva il coraggio di incrociare lo sguardo con la persona che aveva di fronte, come se gli umani avessero paura di vedere il proprio riflesso sul cristallo dell’elmetto degli altri. Avevano ragione ad avere paura. I volti della specie umana erano scavati e pallidi e assomigliavano ai lunghi e decadenti grattacieli in cui vivevano e lavoravano.

Improvvisamente, come se si fossero svegliati da un lungo sonno, questi esseri abominevoli cominciarono a parlare. All’inizio soffusamente, poi il brusio si fece sempre più forte. Qualcuno azzardò una risata: l’alcol aveva cominciato a fare effetto, tutto è dimenticato, tutto è perdonato. Uomini e donne cominciarono a sfiorarsi timidamente. Le conversazioni erano le più svariate ed eterogenee, ma vuote di contenuto. Era solo contatto umano di base. Monique era divertita da questo spettacolo grottesco. Gli umani alla fine del mondo, incapaci di provare emozioni e desideri durante il loro stato di veglia, necessitavano dell’Aperitivo per sciogliere l’incantesimo a cui si erano sottoposti. Disabituati al contatto fisico, erano goffi e buffi, delle caricature di sé stessi.

Monique sussultò quando una mano sfiorò la sua. Era Henry che, svegliatosi dal suo torpore, cercava l’androide. Il bambino sorrise a Monique.


“Ciao Mony” disse sorridendo.

“Ehi piccolo” rispose lei stringendogli la mano. Henry si mise a sedere e si stiracchiò, come se dovesse scuotersi di dosso una stanchezza accumulata in eoni.



Le persone sedute di fronte a Monique avevano cominciato ad accarezzarsi, e le armature in lega di piombo, carbonio e titanio tintinnavano sfiorandosi. L’androide sentiva il freddo della tuta sulla sua mano. Un robot smilzo e slanciato, fluttuante a mezz’aria arrivò dopo pochi secondi e aprendo la plancia estrasse una fialetta rossa. Henry la guardò con avidità e la iniettò nel braccio. La sostanza lo scosse profondamente, ma stavolta riuscì a rimanere cosciente e strinse più forte la mano a Monique. Gli occhi ruotarono per un secondo nelle palpebre, i capelli scompigliati cadevano scomposti sulla fronte del giovane.


“Mony, penso di amarti” disse il bambino a mezza voce, annebbiato dall’ebbrezza dell’alcol.

“Anche io ti amo piccolo” rispose l’androide accarezzandolo dolcemente.


Ad un altro tavolo due donne stavano accarezzandosi con veemenza, lasciando scorrere i loro corpi metallici l'uno sull’altro. All’unisono si spogliarono, e la tuta scomparve in una nube di nano-particelle. Le due donne si baciarono, nude in mezzo alla folla, accarezzandosi i seni turgidi e il sesso bagnato.

Durò pochi istanti. Immediatamente la radiazione solare arrossì la pelle fumante. In una manciata di secondi i capelli corvini cominciarono a cadere a ciuffi. I tessuti si lacerarono in piaghe sanguinolente. Le donne continuavano a baciarsi contratte in una smorfia di dolore e più i loro corpi si disfacevano a causa delle fortissime radiazioni, maggiore era la foga con cui si univano e scopavano. Gli occhi evaporarono, lasciando le orbite vuote, la pelle sfrigolava e si rigonfiava in bolle e pustole mostruose.





“Ti prego no” lo implorò l’androide mentre lui si avvicinava. Aveva le lacrime agli occhi. Henry tremava. Il vociare era fortissimo, ma i due erano altrove, su un altro pianeta, in un altro tempo.

“Va bene così, voglio farlo” disse lui con voce atona.









Alla fine caddero in una pozza di sangue. Nessuno aveva fatto caso a loro. I commensali a quella macabra cerimonia erano al culmine dell’estasi alcolica. Altre persone si toccavano il sesso eccitate. Sulla destra dello sgabuzzino da cui fuoriuscivano i robot, un groviglio di corpi, avvinghiati su sé stessi, respirava e si contraeva al ritmo delle carezze. Coperti di sangue, gli uomini e le donne si stringevano avidamente gli uni agli altri cercando di stillare ogni goccia di contatto umano prima dell’arrivo inevitabile della morte. Uomini e donne seguivano il loro esempio ovunque ormai. Le urla di piacere, le risate e il vociare erano talmente forti da coprire il rumore dei macchinari vaporosi dell’architettura cittadina e lo sferragliare dei robot che celermente rifornivano di alcolici gli astanti.


I tavoli, il pavimento e i tristi macchinari di rifornimento erano coperti di sangue. Monique ed Henry si guardavano ardendo di passione. Henry si mordeva il piccolo labbro ceruleo accarezzando con lo sguardo il profilo dell’androide. Monique era terrorizzata dalla possibilità della morte di Henry per radiazioni, ma era anche consapevole della sua quotidiana inaccessibilità ed apatia. L’unico momento in cui era raggiungibile era durante l’Aperitivo, l’unico momento in cui l’umanità cercava di mostrarsi per quello che era.


“Ti prego no” lo implorò l’androide mentre lui si avvicinava. Aveva le lacrime agli occhi. Henry tremava. Il vociare era fortissimo, ma i due erano altrove, su un altro pianeta, in un altro tempo.

“Va bene così, voglio farlo” disse lui con voce atona.

“Morirai”. Le lacrime rigavano il volto di Monique, evaporando con uno sbuffo durante il loro percorso verso il grazioso mento.

“Ti prego no Henry”


Henry sorrise. Inserì i comandi e la tuta si dileguò davanti agli occhi increduli dell’androide. Il bambino, nudo, saltò al collo di Monique e seguì un bacio lento e appassionato. Il piccolo membro eretto tradiva le intenzioni voluttuose del bambino. Era già troppo tardi. Dal volto scarnificato emergevano le ossa degli zigomi, i bulbi oculari erano già liquefatti. La stretta di Henry si fece più debole mentre i tessuti muscolari di braccia e gambe si sfaldavano sotto i colpi inclementi degli elettroni.

Quando Henry morì, Monique stava ancora cercando di baciare il povero corpo afflosciato fra le sue braccia. Era zuppa di sangue. Lo squillo di una sirena interruppe il suo sogno e la ridestò dal torpore. Accasciò la carcassa fumante sulla poltrona di fronte a lei e crollò sulla poltrona di fronte. L’Aperitivo era finito.

Nella piazza il sangue defluiva tramite canali incisi nel pavimento avorio in appositi tombini. Le venature rosse spiccavano fortemente con il surreale bianco dell’architettura e formavano un raccapricciante mosaico. I robot che distribuivano gli alcolici, macchiati anche loro di rosso, ora ammassavano pile di cadaveri tumefatti. Gli umani che erano riusciti a resistere alla tentazione si alzarono e come uno sciame ordinato tornarono a lavoro. Questa era la prassi e succedeva ogni giorno, due volte al giorno. Monique ordinò una fiala di acqua e zucchero. Era triste.



Gli esseri umani, un tempo dominatori del pianeta, adesso erano semplicemente dei gusci di metallo vuoti, prigionieri di sé stessi. Le città che avevano creato per proteggersi avevano finito per diventare mastodontiche prigioni dorate. I cadaveri ambulanti, pallidi e scoraggiati, agonizzavano tristemente per lustri, portando le ferite della condizione a cui erano stati da loro stessi ingiustamente condannati. Durante l’Aperitivo, la maledizione si scioglieva e per mezz’ora potevano ritornare alla loro forma originale, non meno disgustosa della mostruosità precedente, ma più vera.



“Alla tua” disse Monique sollevando la fiala d’acqua verso il mucchio di carne sanguinolento che era stato Henry, ancora accasciato in attesa di essere sgomberato dai robot. Che idiota, avremmo potuto amarci in qualsiasi momento se solo fossi stato capace di provare emozioni, pensò Monique, io ti ho sempre amato.

“Stupide scimmie” sibilò pienə di astio per quella specie.


Uno sguardo di delusione e compassione attraversò il volto di Monique mentre fissava il cadavere del bambino. Alla fine, pensava l’androide, morire bruciati dalla luce radioattiva cercando disperatamente di tornare sé stessi non è male. Certo, non è nemmeno la morte migliore, ma sicuramente è umana, troppo umana.

È una fortuna essere un’androide, pensò. Monique sparò la fiala d’acqua in bocca e si diresse verso la grande quercia in decomposizione al centro della piazza. La visione di quel pezzo di materia organica, resistente alle intemperie, alle radiazioni e all’incuria degli umani, dava all’androide forza e sollievo. Le era tornato il buonumore.

L’aurora illuminava di striature azzurre l’intera piazza, rifrangendosi sui palazzi. Monique tornò a casa sorridendo.