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II edizione concorso | Ai cigni non piacciono i mandaranci

Primo classificato della II edizione del concorso per racconti inediti, ispirato ad un'illustrazione originale di Veronica Villa



 

Titolo: Ai cigni non piacciono i mandaranci Autore: Maria Sole Cusumano

 



*


A mia moglie Angela volevo un gran bene. Sì, le volevo bene perché dopo più di cinquant’anni di matrimonio l’amore muta in qualcosa di più vasto e tranquillo, si passa dall’essere in balia della corrente di un fiume a navigare in un lago tenendosi per mano.

Io ho sempre tenuto per mano la mia Angela, anche prima d’essere vecchi e sentirci i protagonisti di quella bella poesia di Montale, com’era? Ho sceso dandoti il braccio un milione di scale… Anche quando stava nel letto, mangiata dal cancro e imbottita di morfina, le stringevo la mano.


Per lei sbucciavo le clementine, mattina e sera. Prima, quando ancora poteva masticare, le porgevo uno spicchio dopo l’altro così che lei potesse passarci sopra le labbra e il naso; dopo, le sbucciavo solo per farle sentire l’odore della scorza, e le avvicinavo le mie dita, ruvide e scure, che però almeno sapevano di buono.

Diceva che il gusto della clementina era diverso da quello del mandarino o dell’arancia, e lo descriveva così: il mandarino ha un fondo più aspro, simile al limone, se non è proprio dolce dolce ti fa strizzare gli occhi. L’arancia è più acquosa e se non è buona, ma buona davvero, non sa di niente, sembra succo Ace. Il mandarancio, invece, è dolce naturalmente, come dovrebbe essere la frutta, e il sapore se ne va da solo dopo un po’, senza bisogno di sciacquarlo via.

Mangiava solo clementine d’inverno e io mi impegnavo per trovare le migliori, quelle con la scorza morbida, grandi abbastanza da stare in un pugno o più piccole, così il gusto era meglio concentrato e lei poteva aprirle con le mani. Credo che il suo unico dispiacere negli ultimi mesi sia stato non avere la possibilità di assaggiarle. Se me l’avesse permesso, se fosse stata cosciente per farlo, le avrei masticate per lei, ne avrei fatta una pallina che le avrei infilato in bocca e poi l’avrei aiutata a ingoiarla, massaggiandole il collo come una volta avevo visto fare all’infermiere.


Mia figlia dice che non dovrei pensare a queste cose; ha letto un libro su come affrontare il lutto e secondo questo tizio, un danese, dovrei essere già nella terza fase, quella del patteggiamento. Per questa ragione Marta mi ha iscritto a un corso di cucina e ogni domenica pomeriggio mi porta al parco a passeggiare, e poi a cena da lei. Mia figlia è molto gentile, ha un collie nero e bianco e un appartamento con poca luce che puzza di cane. Non glielo direi mai che non mi piace stare lì, però se la tranquillizza va bene. Lo vedo che mi studia, mi guarda come guarda i suoi pazienti, con gli occhi da psicologa.

Questo pomeriggio andiamo di nuovo al parco perché ci sono i cigni. Marta mi viene a prendere tutta contenta, il guinzaglio in una mano e il mio braccio nell’altra. Mentre attraversiamo il parco mi racconta alcune cose della sua vita, le ultime novità: ha smesso di frequentare ragazzi e ora sta cercando una fidanzata; a lavoro le hanno regalato una bottiglia di vino rosso e non sa che farne, di certo non la può bere da sola, mi chiede scherzando se voglio dividerla con lei.


Quando vede il primo cigno si ammutolisce e Gino, il collie, abbaia forte. Le dico di farlo stare buono, per non spaventare i cigni, e da solo mi avvicino al lago. Ce n’è uno molto bello, con il collo lungo e gli occhi neri, neri come quelli di Angela. Per un momento solo mi pare di rivederla e vorrei dire a Marta di andar via, lasciarci soli, a me e il cigno. Nuota con la stessa eleganza con cui Angela attraversava la cucina tenendo in equilibrio sulle mani un vassoio di biscotti al limone, e io glielo dicevo sempre che sembrava avere i piedi nell’acqua, anzi, che tutta la stanza fosse fatta d’acqua e lei ci nuotasse dentro.

“Papà” Marta mi tira per un braccio “andiamo? La pizza arriva alle sette e mezzo”


Torno da solo il pomeriggio successivo. Mi siedo su una panca di fronte al lago e cerco il mio cigno, le sue piume lucide mi ricordano i capelli bianchissimi di mia moglie, che già a quarant’anni li aveva tinti d’argento come la carta d’alluminio, lo riconosco per quelle e per lo sguardo. È l’unico, fra tutti, a guardarmi.

Ogni giorno vado al parco finché il cigno si abitua alla mia presenza. Non mi sbraccio per avere la sua attenzione, semplicemente aspetto. Nuota vicino a me, se deve pulirsi le piume si accuccia sulla porzione di prato che mi sta di fronte, e lì riposa. Osservo il suo respiro, il suo corpo ovale muoversi piano, come un’onda, la stessa che quando soffia il vento increspa la superficie del lago. Quando arriverà dicembre non sentirà freddo? Cerco le guardie del parco per chiederglielo, è un giovedì, mi pare, sono già stato qui due domeniche con Marta.


C’è una donna in divisa che sta al cellulare e mastica una gomma; io mi sfilo il cappello dalla testa e alzo una mano, faccio segno, e lei seccata dice: “Un momento. Che c’è?”

“I cigni restano qui anche d’inverno?”

“Certo”

“E hanno un posto dove ripararsi, d’inverno?”

La donna mi squadra, dal telefono qualcuno la chiama per nome: “Anna, Anna, ma ci sei?”

“Intendo, c’è qualcuno che controlla che stiano bene?”

“Credo di sì, ma di queste cose si occupa l’amministrazione, non io”

Dico va bene e la ringrazio.


Ho con me un paio di mandaranci, li mangio seduto sulla panchina, la solita, e il cigno mi si avvicina. Succede una prima volta per caso, mentre butto per terra la buccia e un po’ del succo schizza sul prato. Il profumo lo fa uscire dall’acqua, si scotola e allunga il collo verso la mia mano, prova a prendere un pezzo della scorza con il becco, allora gli offro uno spicchio. Lo inghiotte tutto intero e me ne chiede ancora, mi morsica sulle nocche e sulle ginocchia finché non gliene do dell’altro. Diventa il nostro segreto, perché le guardie del parco proibiscono severamente di dare da mangiare ai cigni.


Una notte di febbraio sento le dita gelate. Prendo una coperta di pile e accendo la stufa ma continuo a tremare, allora penso che il mio cigno starà ghiacciando lì nel lago, con le piume bagnate di brina. M’infilo gli stivali di gomma e m’incammino verso il parco. Scavalco la recinzione, c’è un punto in cui è più bassa e qualche teppista ha piegato le assi di ferro; molti ragazzini vanno al parco a fumare le canne o altro, è una cosa che si sa.

Nel buio avanzo a tentoni, seguo il lento rumore dell’acqua finché non intravedo i loro profili bianchi: tante uova sparse intorno al fiume che brillano sotto la luna. Il mio sta sempre davanti la panca, come se mi stesse aspettando. Mi inginocchio davanti a lui, sento tutte le giunture strillare, prendo una clementina e comincio a sbucciarla.


Marta è arrabbiata. Lo intuisco dal modo in cui fuma la sua sigaretta, in piedi davanti la questura.

“Che storia è?”

“Quale?”

“Fare il barbone al parco, entrare di notte… Sei impazzito? E poi non devi dare da mangiare ai cigni”

“Ma a lei piace, me lo ha chiesto”

“Lei chi? Ai cigni non piacciono i mandaranci”

La conversazione finisce qui, Marta non vuole parlarmi e io vorrei andare al parco. Sono tre giorni che dorme a casa mia, nella sua vecchia stanzetta con la carta da parati azzurra e le nuvole dipinte sul soffitto. Mi prepara la colazione, il pranzo, e quando va a lavoro mi telefona, fra un paziente e l’altro, per controllare che io sia a casa e non in giro a scavalcare recinzioni e violare proprietà. L’altra sera era sabato e le ho chiesto se non voleva uscire con qualche amica, se non voleva tornare nel suo appartamento puzzolente e con poca luce, perché Gino fa un odore intollerabile.


Marta mi ha risposto: “No, voglio stare con te”. E poi ha cominciato a citare passi dal libro del danese, su come è giusto e naturale trovare dei nuovi interessi ma con moderazione, senza farsi arrestare, e mi ha ricordato del corso di cucina.

Di domenica però le chiedo se può farmi la cortesia di accompagnarmi al parco.

È marzo, le giornate si allungano e il cielo è pulito, quando c’è il sole fa quasi caldo a stare col cappotto.

“Solo per qualche ora” dice “e niente mandaranci”

Lei non sa che io ne tengo sempre uno nella tasca.


Quando arriviamo nei pressi del lago c’è una gran folla. Mamme che si tirano i figli, agenti di polizia, guardie del parco sudaticce che parlano dai walkie-talkie. Qualcuno si sporge in avanti, oltre il recinto di legno dove quella notte di tanto tempo fa avevo visto i cigni dormire come uova.

“Aspetta”, mi dice Marta.

Si allontana, chiede informazioni, la vedo sparire fra i cappotti, e quando torna da me ha una mano sulla bocca.

“Papà, è meglio se torniamo a casa”

“Ma siamo appena arrivati”

“E ora ce ne torniamo, su, non fare storie”

“È successo qualcosa?”

Marta si scombina i capelli, si strofina gli occhi mentre Gino abbaia.

“Hanno sparato ai cigni. Se c’è un tipo armato potrebbe essere pericoloso, per questo dobbiamo tornare a casa”

“Cosa?”

“Queste cose succedono nelle grandi città. Ve l’avevo detto io, quando mamma si è ammalata, di tornare nella casa in campagna, per stare più tranquilli”

Mi tira verso il sentiero principale, dove si sta formando un altro gruppo di persone, gli indecisi che non sanno se avvicinarsi o tenersi a distanza.

“Per favore, andiamo a casa e non pensiamoci più. Ti va la pizza stasera? Guarda Gino, lui già sbava.”

“Lasciami guardare”

“No”

Allora comincio a tirare, scuotere il braccio e il busto, finché non mi molla per esasperazione – e perché Gino ha visto un bambino rovesciarsi sui pantaloni il tonno con maionese del suo panino e scalpita per andare in quella direzione.

Mi faccio largo con i gomiti, ma c’è già molta meno gente che un paio di poliziotti invita ad allontanarsi, potrebbe essere pericoloso, dicono. A me non importa, ovviamente, ho visto Angela morire, il suo respiro estinguersi, mentre immaginava di camminare verso la luce. E il cigno, che è il mio cigno, quello a cui davo le clementine, non mi fa poi tanta impressione riverso sul prato, con il collo mollo e il becco semiaperto, un buco sul dorso che ricorda quello di una freccia, mica di un proiettile.

“Papà” Marta mi prende la mano e la stringe forte “andiamo a casa?”

“Dovremmo dirlo a quel tizio”

“Chi?”

“Il danese del tuo libro”

“Che dovremmo dirgli?”

“Come si fa a sopravvivere alla morte di tua moglie due volte?”

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