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II edizione concorso | Corpi di donna

Secondo classificato della II edizione del concorso per racconti inediti, ispirato ad un'illustrazione originale di Veronica Villa

 

Titolo: Corpi di donna Autore: Sofia Regini

 


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“Francine, su non pianga e mi spieghi bene com’è andata” La voce di Teresa Conti lasciava trasparire una punta di insofferenza, mentre le dita laccate di smalto rosso giocherellavano nervosamente con la spirale dell’agenda turchese. Ultimamente, se ne rendeva conto, i piagnistei e gli struggimenti dei suoi clienti o la lasciavano del tutto indifferente oppure la indisponevano. Osservava con apatico distacco la donnina che, seduta davanti a lei nella sala colloqui del carcere di San Vittore, si lasciava deformare il volto dalle lacrime e dal dolore, mentre mugugnava qualcosa di incomprensibile riguardo al compagno, ai carabinieri, alla cocaina che le avevano trovato addosso, alla madre e al suo stramaledetto cane che era scappato. L’avvocata smise di far finta di prendere appunti e si mise a fissare le braccia nude della sua cliente: ridotte pelle ed ossa, la carnagione biancastra era dilaniata da tagli, ematomi, punture ed abrasioni. Le macchie violacee si incrociavano con le cicatrici in rilievo: quanti ne aveva visti, in vent’anni di onorata carriera, di corpi di donna che portavano inciso sulla carne, ormai inutile ed opaca, il dramma di esistenze fatte di eccessi, dipendenze, violenza inflitta e violenza subita. Quando era una giovane e brillante praticante, Teresa rimaneva impressionata ogni volta che si recava in carcere per incontrare le detenute; ora invece provava solo un grande, immenso fastidio verso quel corpo straziato. Si costrinse ad ignorare i singhiozzi di Francine e iniziò a sfogliare l’agenda: giovedì 11 novembre, ore 10.30 intervento. Per l’ennesima volta si domandò se fosse davvero pronta a farlo.


“Signora Conti, glielo chiedo per l’ultima volta, ne è proprio sicura?” Teresa annuì lentamente e si sfilò la blusa di seta rossa. “Allora, adesso chiamo il chirurgo. Si tolga pure il reggiseno e si sdrai sul lettino. Arriviamo” Mentre attendeva l’arrivo del dottore e dell’anestesista, Teresa si accorse che rimpiangeva di non aver confidato nemmeno a Carla, la sua migliore amica, la decisione di rifarsi il seno. D’altronde, sentiva che si trattava di una questione personalissima, un segreto tra lei ed il suo specchio, quello grande appeso nella parete destra del bagno del secondo piano, che non perdeva mai l’occasione, quando usciva dalla vasca, di rimandarle il riflesso di un corpo di donna ormai cinquantenne che nulla aveva più a che fare con l’immagine che credeva appartenerle. Cos’era quella massa informe e decadente che, irrispettosa, la fissava con occhi giudicanti? Come se lo scorrere del tempo e la menopausa avessero cancellato le fattezze del suo corpo conosciuto e avessero lasciato posto a dei contorni sbiaditi e sciatti. Ovviamente, non lo aveva detto neanche a Piero che si sarebbe sottoposta alla mastoplastica additiva, ma questo non doveva stupire: erano anni, ormai, che i coniugi Lamberti non parlavano più di niente, se non dei pessimi voti di loro figlio e del cane dei vicini che continuava a sporcargli il roseto.


Eppure, di Piero, un tempo, era stata veramente innamorata, quando lo vedeva, alto e allampanato, aggirarsi svagato e gaudente per i corridoi del tribunale, con i codici sottobraccio, il colletto della camicia liso e un manipolo di amici che lo chiamavano “Venezia”, per quella sua smania, al calcetto del sabato sera, di dribblare tutti gli avversari senza mai passare il pallone ai compagni. Forse già allora avrebbe dovuto capire che si trattava di un uomo egoista e opportunista, di un marito infedele che tutti i martedì sera, quando lo studio si svuota, rimane a scoparsi la segretaria di venticinque anni più giovane, fregandosene di nasconderlo ai colleghi ed alla moglie. L’ultima cosa a cui pensò Teresa prima che l’anestesia entrasse in circolo nelle vene e la facesse sprofondare in uno stato di totale incoscienza fu proprio suo marito che spoglia la bella Denise nella sala conferenze dell’ultimo piano. Si sarebbe accorto del suo seno nuovo?

Piero affondò il viso nella chioma fulva di Denise, inebriandosi di Gucci Bloom, e si lasciò cadere sul divanetto, sfinito e soddisfatto. Dopo aver fatto l’amore, gli piaceva restare qualche minuto in silenzio a contemplare la curva perfetta della schiena della sua amante, mentre, di sottofondo, l’immancabile Mozart li accompagnava verso i primordi della notte. Di solito, prima di salutarsi e di tornare a casa – dove li aspettavano rispettivamente la moglie e il futuro sposo – ordinavano del sushi d’asporto e lo mangiavano dallo stesso vassoio, spettegolando sulle ultime imprese di colleghi e clienti. Piero stava per allungare la mano per prendere il cellulare con cui ordinare la cena, quando questo si mise a vibrare insistentemente

“Pronto, parlo con il signor Lamberti? Chiamo dal Gemelli di Roma, è un’emergenza: si tratta di sua figlia Eva” L’avvocato Lamberti si rivestì in un baleno, saltò sul taxi diretto all’aeroporto di Linate e prese il primo volo per la capitale: solo una volta sprofondato sul sedile accanto al finestrino, si chiese cosa diavolo potesse essere successo a sua figlia e si rimproverò di non aver chiesto alcuna informazione alla centralinista del Pronto Soccorso. Da sempre temeva che potesse succedere qualcosa ad Eva, la sua principessa dagli occhi di mare che aveva deciso di studiare giurisprudenza a Roma e non a Milano per stare più vicina a sua mamma, la prima moglie di Piero. Raggiunto l’ospedale, decise di non prendere l’ascensore, ma di correre fino al quarto piano - reparto grandi ustionati, stanza numero 317 - per fare più in fretta e cercare di placare l’ansia che gli attanagliava lo stomaco. Mentre Piero vedeva il corpo di sua figlia ricoperto di bende e garze, il telegiornale locale cominciava a dare la notizia della studentessa di ventidue anni che era stata sfregiata con l’acido dall’ex fidanzato. Immobile sulla soglia, l’avvocato Lamberti fissava inorridito i rari lembi di pelle che spuntavano, arrossati e lucidi, tra le fasciature: cosa rimane quando brucia l’involucro? Un mucchietto di cenere? L’anima, la coscienza, lo spirito? Stronzate, voleva gridare Piero, che si reggeva con tutte le sue forze alla maniglia della porta, tenendosi il più lontano possibile da quelle carni imputridite. Quando entrò l’infermiera per disinfettare le ferite e cambiare le bende, distolse ostentatamente lo sguardo e si concentrò sul nome della targhetta che questa aveva appuntata sul camice bianco, all’altezza del petto: si chiamava Annalisa.

Senza neanche prendersi il tempo per posare lo zaino e sfilare il giubbotto, Annalisa spalancò il frigorifero ed afferrò la prima cosa che le capitò sottomano: divorò l’avanzo di polpettone freddo con la solita foga e con la solita rabbia, ungendosi tutte le dita e sparpagliando pezzetti di carne sul pavimento. Poi attaccò un vasetto di yogurt bianco, ma trovandolo piuttosto insapore lo lasciò a metà per dedicarsi ad affondare il cucchiaio nel barattolo di marmellata ancora pieno. Quando lo ebbe finito, aprì la dispensa e si infilò due biscotti in bocca, cui ne seguirono altri due e altri due ancora, finché il pacco non fu completamente vuoto. Da quanto andava avanti quella storia? Da quanto tempo era che, tornata dal lavoro, fosse mattina, notte o pomeriggio, si gettava famelica sul cibo, senza mai sedersi al tavolo, senza mai riscaldarlo, senza mai concedersi di sentirne neppure il gusto. La sua psicologa diceva che era un modo per colmare l’immenso vuoto che sentiva da quando Martina l’aveva lasciata: cazzate, pensava lei con rabbia, Martina non c’entrava nulla con quei suoi attacchi bulimici, anzi, erano divenuti più contenibili da quando se n’era andata. La colpa era del suo corpo, di quel suo maledettissimo corpo che reclamava attenzioni, pretendeva di essere nutrito, scaldato, curato e persino guardato. Ma proprio non riusciva a trovare le parole per descrivere alla psicologa la sensazione che provava non appena, inavvertitamente, lo sfiorava: immediatamente, la coglieva il desiderio di graffiarlo, lacerarlo, scavare la carne, strappare i muscoli e i nervi, fino a toccare le ossa. Punirlo. Si infilò nel letto ancora completamente vestita e ripensò all’ultima seduta con la sua terapeuta: “Annalisa, cos’è che proprio non le piace del suo aspetto?” E avrebbe voluto rispondere tutto, ma era rimasta in silenzio, mentre insieme alle lacrime affiorava la verità di un corpo sbagliato, di cui non avrebbe voluto fare altro che liberarsi, proprio come aveva fatto qualche domenica prima sua nonna Anna.


“Venite, venite più vicini, così vi vedo tutti. Come siete belli, come siete forti, tutti quanti” Anna guardava con occhi ricolmi di affetto i suoi quattro nipoti che si avvicinavano al letto; Marco stringeva un mazzo di fiori, Annalisa non poté fare a meno di rimboccare la coperta di lana, mentre gli altri due cugini sorridevano imbarazzati. Il tempo e la malattia avevano scavato il corpo della donna: il volto sembrava fatto di cartapesta, la carnagione era giallastra per l’eccesso di bile causato dal tumore al pancreas e la schiena e le gambe erano solcate da numerose piaghe da decubito. “Cosa sono quelle facce? Non è mica il mio funerale! Parto contenta” L’aveva trovata suo figlio Alberto la clinica svizzera che faceva al caso suo e il nome “Dignitas” che aveva letto sull’opuscolo le era sembrato semplicemente perfetto, amorevole presagio di una fine dolcissima. In ottantasette anni aveva vissuto tutto: l’orrore della guerra; lo strazio per la morte dei genitori colpiti da una bomba mentre erano nell’orto; la paura di quell’uomo, il suo primo marito, di trent’anni più vecchio che, ancora adolescente, l’aveva penetrata con tanta prepotenza da farla svenire; la gioia, comunque, per la nascita di Alberto, figlio della violenza e angelo del riscatto; il coraggio, qualche anno dopo, di chiedere il divorzio non appena era diventato legale; l’amore per Giuseppe, il tramviere della linea 19 che prendeva tutte le mattine per andare a lavorare come dattilografa alla cancelleria del tribunale di via Manara; e, poi, tutti gli altri piccoli e grandi piaceri di una rosa appena colta, dell’aroma del caffè, di un cioccolatino avvolto nella carta dorata, della mattina di Natale in compagnia dei suoi splendidi nipotini; e di nuovo l’atroce dolore per la morte del suo secondo marito, ma subito dopo la soddisfazione e l’orgoglio per la laurea di Annalisa. Sapeva di non poter chiedere più nulla alla vita e si sentiva invasa da una profonda gratitudine: dicono che i vecchi temono la morte, lei si apprestava ad incontrarla come s’incontra un’amica di lunga data con cui ritrovarsi a ricordare gli ardori e le passioni di gioventù. Tra tutte le cose che più le mancavano della sua giovinezza, avrebbe sicuramente menzionato le gite in battello a Stresa con le sue sorelle e l’abito di tulle lilla che aveva indossato al primo appuntamento con Giuseppe. E poi avrebbe aggiunto che, tra tutte le meraviglie del mondo, provava un’immensa nostalgia per quel suo corpo di donna che, fresco e turgido un tempo, fragile e prezioso ora, l’aveva servita fedelmente per tutti quegli anni.


E, infine, cadde sconfitto l’ideale di una perfezione irreale ed irraggiungibile, dal manto immacolato, il piumaggio leggero e il portamento elegante; ben altra cosa è la carne viva, palpitante, impudica ed indecente di una donna che ha amato e sofferto, pianto e cantato, pregato e ballato. Marina, là nella foresta, sa che non serve a nulla chiedere scusa per quello che non è mai stata e per quello che mai potrà essere e, incurante delle ferite che ancora sanguinano e che probabilmente non si rimargineranno più, si addormenta serena in un eterno abbraccio che ha il sapore del perdono per quel corpo denudato oggetto di tanti pensieri, di tanti discorsi. Amato da tutti tranne che da lei.


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