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Racconti | Scaglie

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min




 

Testo di: Aurora Martello

Illustrazione di: Irene Di Oriente

Editing di: Arianna Cislacchi



 





L’odore di gasolio, di sale incrostato, di legno bagnato aleggiava sul peschereccio. I bambini piangevano in grembo alle madri. Queste, in silenzio, osservavano l’orizzonte che inghiottiva le fondamenta delle loro case. 

«Addormentati, Amina, e sogna, quando riaprirai gli occhi saremo arrivate».


La notte, quando il vento scuoteva i sottili tubi metallici dello scacciapensieri, un tintinnio argenteo si levava nell’aria: era il segnale che le sirene avevano raggiunto la battigia: cantavano per attirare gli umani e annegarli nel tremolio delle stelle riflesse. 

Correvo a nascondermi nell’armadio. Aspettavo che mia madre aprisse le ante per avvisarmi quando le sirene sarebbero andate via. 

«Hai tappato le orecchie?». 

«Sì». 

«Forte forte?». 

«Sì, non ho sentito nulla». 

«Brava la mia bimba coraggiosa». 

Alcune volte mamma aveva le palpebre gonfie e violacee, altre le guance. Altre ancora perdeva sangue da nuovi tagli, o da quelli vecchi, dove la crosta si era sollevata. Erano le sirene, ripeteva, provavano a ucciderla. 

Per farmi capire che aspetto avessero, aveva scolpito con l’argilla una piccola statua. Quando ne ripercorrevo col dito i rilievi della coda, mi domandavo perché, se erano così tanto cattive, avesse inciso sul volto un grande sorriso. 

Non mi separavo mai dalla sirena di argilla. La disegnavo tutti i giorni, ma al posto del sorriso tracciavo un ghigno coi denti aguzzi che calcavo con forza fino a lacerare la carta sotto il peso del tratto. Poi, la trapassavo con la matita per ucciderla. 

«Cosa fai a questo povero disegno?» aveva domandato il signor Bauman quel pomeriggio in cui mia madre mi chiese di aspettarla nel giardino. Doveva aiutare la moglie con le confetture di lavanda selvatica. 

Mio padre mi vietava di dare confidenza ai parassiti stranieri e così mi limitai a tenere la testa bassa finché Bauman e la sua carnagione di cotone non rientrarono in casa. Presi a disegnare le pupille a fessure verticali della sirena ed ebbi l’impressione che mi scrutassero: si dilatavano, si restringevano, mi seguivano. 

Udii la porta d’ingresso aprirsi e richiudersi: era il signor Bauman, aveva in mano un libro. Era un uomo che sapeva molte cose. La sua libreria mi dava le vertigini: pensavo che in ogni libro fosse nascosto un mondo, e che aprendoli tutti insieme ci sarei precipitata dentro, senza più riuscire a tornare.

«Ti piace l’arte?».

Scossi la testa per dire no.

«Non so cos’è l’arte».

Per qualche secondo il signor Bauman rimase con lo sguardo per aria, poi disse:

«L’arte è qualcosa con cui esprimiamo ciò che abbiamo dentro». 

«Ce l’ho anche io?»

«Sì, certo. Sei brava. Ma la tua è un’arte arrabbiata». 

Bauman si sedette al mio fianco e sfogliando il libro mi mostrò riquadro dopo riquadro, come disegnare una bocca, un ombrello o una farfalla.

Mi disse che potevo averlo, era mio, un regalo. E mi regalò anche dei pastelli colorati. Due regali.

Con quei segni e quei colori avrei potuto proteggermi dalle sirene. Non più soltanto ferirle, ma domarle. Forse l’arte serviva a questo: darmi un respiro diverso, che non fosse nei polmoni. Perché quello, comunque, lo trattenni quarantadue secondi per non piangere.


Cinquantatré secondi non respirai, invece, davanti alla scheggia conficcata nell’occhio di mamma. Il libro era soffocato da un amalgama viscoso di marmellata insieme a pezzi di vetro sul tavolo dove disegnavo. Era stato un errore di mira, spettava a me piangere sangue. A dire di papà per un paio di pastelli i parassiti stranieri mi avrebbero convinta a prostituirmi: era così che si imbonivano le bambine stupide. 

Non sapevo cosa volesse dire prostituirsi, mi sembrò qualcosa di sporco, sporco come le mie mani in quel momento. Non più colorate di tempera. Solo sporche. 

Mio padre bruciò il libro, i colori e i disegni tranne quelli che nascosi, incollandoli con della resina al legno ammuffito nell’armadio, insieme alla sirena di argilla. 

La notte dopo, quando lo scacciapensieri si risvegliò, corsi a nascondermi. 

I bambini della mia età, ma anche quelli più grandi, non contavano come facevo io. Per loro era importante arrivare al massimo fino a dieci, per me fino a mille. Loro contavano per gioco, io contavo per combattere le sirene. Avevo imparato a contare nell’attesa che la mamma arrivasse e aprisse le ante. 

Trattenevo il fiato e lo riprendevo ogni volta che iniziava una nuova decina. Lo facevo per mamma, come se il respiro che toglievo a me fosse forza da donarle. Come se fossimo una cosa sola. Anche se io ero nascosta nell’armadio, combattevamo insieme. 

Vidi la bocca di grafite dilaniata delle sirene rimarginarsi e muoversi. Spostai le mani, premute forte contro le orecchie, sugli occhi: non arrivarono seducenti canti, ma le urla di mamma alternate a violenti schiocchi. 

«Hai tappato le orecchie?». 

«Sì». 

«Forte forte?». 

«Entra anche tu». 

Mamma osservò i disegni. 

«Il signor Bauman dice che avrai un futuro d’artista».

«Mi parlano».

«E cosa dicono?».

«Vogliono salvarci e portarci lontane». 



Eppure, lo chiamarono miracolo. 

Trattenni il fiato, senza contare. La gola mi bruciava per l’acqua inghiottita. Anche il braccio destro mi bruciava per i tagli che le unghie di mamma mi avevano lasciato nella carne, mentre mi stringeva prima di finire le forze. Le onde arrivavano dritte in faccia come schiaffi. Gli stessi che papà aveva dato a mamma: ora li sentivo io. Pensai che fosse la punizione di Dio per essere scappate.  

Eppure, lo chiamarono miracolo. Lo racconto tutt’oggi, senza confessare che se avessi saputo, avrei aperto la bocca e fatto entrare il Mediterraneo dentro di me, avrei lasciato i polmoni collassare. 






Illustrazione originale di Irene Di Oriente




Mamma non torna. È passato del tempo, ma non so quanto.

Le ante non si aprono, sono bloccate. Soffocherò se non riesco a uscire. Spingo, ancora e ancora. Sul legno ammuffito ci sono dei graffi, qualcuno è già stato qui.

Le prendo a calci, sempre più forte. Alla fine, si aprono, ma non per merito mio. Delle mani palmate stringono un corpo di donna. Mi manca il fiato, non riesco a respirare. Alzo lo sguardo: sopra di me, il cielo, oltre la superficie. Mi aggrappo alla sua pinna, mi trascina. 

Finalmente: aria.

Mi costringe a guardare, anche se non voglio. È il prezzo per avermi salvata. Le sue braccia lasciano andare la donna, che viene inghiottita dal mare. 

Perché l’hai fatto? Io non posso scendere fin laggiù per salvarla. Non ho fiato, non ho forza. Sono solo una bambina.

La sirena mi chiede di liberarla: di afferrare le sue scaglie tra l’indice e pollice, e strappare.

Comincio a raschiare la sua coda. Il suo sangue si mescola al mio.

Le scaglie si infilano sotto le unghie, e pungono.

Lei continua a dire che sotto la coda ha delle gambe, e con quelle potrà andarsene, sarà libera.

E io mi dico: Amina, svegliati. Svegliati. Perché se lei non avrà più la coda, non vedrai più tua madre. 


Chiamo la mamma. Mi dicono: “È lì”.

Lì dove?

Non più nell’armadio. Ora è avvolta in un involucro giallo, come un bozzolo. Forse rinascerà farfalla, come quella del manuale di Bauman. Sarebbero state meglio delle ali, mamma. Invece che le pinne.

Scappare è più facile, volando.

Abbasso la zip e accarezzo il suo volto. Svegliati anche tu, mamma. Svegliati.

Ma tra le mani mi resta solo un cranio anonimo, che scivola via come sabbia della costa jonica.


Mi sveglio, mi trascino dal letto all’armadio, come ogni notte, rimango lì dentro fino all’alba, con la sirena di argilla stretta al petto. Fatta da me, non più quella di mia madre, l’unica cosa che ho deciso di portare sul peschereccio, oltre ai disegni.

Chissà cosa avranno pensato di me gli altri. Che invece di portare con me i pochi averi, avevo scelto argilla e carta – materiali che l’acqua uccide. Ma io questo non lo sapevo. 

Ora la statua di argilla sarà sul fondale, dove le sirene, probabilmente, si distendono per morire. Dove ci sarà anche la mia mamma. Dovevo esserci anch’io. 

Invece sono riemersa e ho sentito la lingua straniera dei soccorritori – adesso so che è italiano –, il vociare di chi sopra le dune ci osservava e il fruscìo del mare che ritirandosi restituiva i cadaveri. 


La sirena è andata via dai miei sogni. Sulla battigia ha lasciato le sue scaglie. Le ho raccolte una a una, come fossero conchiglie.

Ho pensato di infilarle nella carne, di nuotare con le gambe insanguinate alla ricerca di mia madre. 

Ma il mare mi avrebbe risputata fuori, come la prima volta. 


Allora ciò che faccio è scolpire una coda di argilla, dentro è impresso il calco delle mie gambe. Soffio sullo scacciapensieri, come facevi tu, mamma. Dopo mi immergo in una cassa piena di acqua salata e resto sul fondo, la coda si ammorbidisce, si deforma, si spezza. 

Conto solo fino a dieci, per essere da adulta una bambina normale, prima di risalire. Ma so che, se volessi, potrei ancora arrivare a cinquantatré secondi.

Il pubblico mi guarda dall’alto, come i calabresi sulle loro dune guardarono il naufragio degli stranieri parassiti. 

Alcuni prendono appunti, mi domandano perché faccio questa esibizione.

«Perché un giorno un uomo mi regalò dei pastelli». 

No, lo faccio per ricordare, perché non so fare altro. Non dico che ti sento vicina solo in quell’istante, mamma, in quell’istante che separa il vivere dall’annegare. 








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