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Racconti | Come si fabbrica un mostro

14 set
Tempo di lettura: 8 min


Testo di Aurora Martello

Illustrazione di Alice Cetta Editing a cura di Arianna Cislacchi






1961

A otto anni iniziai ad avere incubi che non mi abbandonavano nemmeno al mattino, quando mamma mi chiamava per la colazione. Lei non capiva perché rantolassi. Mi pettinava in silenzio, mi guardava storto e poi sbottava: «Che hai avuto stanotte?». Io abbassavo gli occhi, e nella mia mente continuava a comparire Marzilio. Sognavo la fuga, ma lui mi raggiungeva e fracassava il cranio.

A Letorri tutti i bambini avevano paura di lui. Pronunciavamo il suo nome, sottovoce, come le parolacce che non ci era concesso dire. Gli adulti si irritavano quando lui passava, e a forza di sentirli parlottare noi bambini ce l’avevamo addosso, quel terrore, come se ce lo avessero dato insieme al pane e alle mani sulla nuca per farci stare buoni. Eravamo convinti fosse un mostro. Non un uomo, ma una cosa nata dal ventre di Letorri per spaventarci se smettevamo di obbedire.

Le tasche gli pendevano zeppe di pietre. Dicevano che le scegliesse una per una sul greto dello Strozzagalli. Cercava quelle rotonde, quelle che, lanciate, filano nell’aria e non perdono la strada, rimangono dritte, come le frecce degli indiani dei fumetti che rubavamo al chiosco del giornalaio. Davanti casa di Marzilio c’era sempre un cono di pietre. Le preparava con una cura che nessuna persona normale avrebbe impiegato. La sua raccolta avveniva ogni mattina presto, e quando usciva — con le tasche che gli tiravano i fianchi come due cartuccere — cominciava a girare per Letorri. Aveva spaccato la testa a un mare di gente. Ce lo ripetevamo tra bambini, e lo confermava mio padre: anni prima, diceva, lo avevano arruolato nella milizia rionale per gli scontri con gli altri quartieri. Immaginavo le teste rotte, il sangue e un ghigno di soddisfazione sul suo volto.

Marzilio camminava con quel modo scontroso, sporco, che a noi sembrava la camminata di un cane rabbioso pronto a saltarti addosso. Gli adulti ci raccomandavano di non guardarlo negli occhi, mai, nemmeno per sbaglio, perché lo prendeva a modo di sfida. Io, però, la prima volta che lo osservai — e già mi tremavano le gambe per aver disobbedito — non vidi niente di quello che mi aspettavo: niente giallo degli itterici, non bestialità. E quei grossi bitorzoli che gli coprivano la fronte, il viso, tutto il collo — quelli che, senza averli mai scrutati davvero, ci spingevano a chiamarlo il rospo e a ridere, come se bastasse pronunciare quel nome per averne meno paura — all’improvviso mi parvero soltanto ustioni. Una specie di pietà mi prese, subito soffocata dal ricordo di tutto ciò che avesse fatto: bruciato un intero uliveto usando due gatti trasformati in torce. A noi bambini queste storie ci restavano addosso, diventavano immagini precise, feroci, che ci tornavano in mente ogni volta che la sera volevamo rimanere a giocare in strada e le madri urlavano dai balconi: «Vuoi fare la fine di quei gatti nella notte quando arriverà Marzilio?».

Verso gli undici anni la paura che avevamo di lui si fece diversa: non più la paura che ti fa scappare ma quella che ti spinge ad avvicinarti, a vedere fin dove puoi arrivare senza essere punito. Così cominciammo a girargli intorno, a stuzzicarlo, come facevamo alla fiera del santo patrono infilando rametti attraverso le sbarre per far rizzare il pelo dei conigli e dei pulcini quando il mercante era distratto. In fondo, ce la prendevamo con lui per tutte le volte che gli adulti avevano usato il suo nome per ricattarci. Pensai che se l’avessi ucciso, se avessi tolto di mezzo il rospo, saremmo stati finalmente liberi. Per crescere, mi ripetevo, bisognava sconfiggere il mostro come si fa nelle fiabe.

Marzilio passava ogni giorno alle quindici e quindici in via Raffaello Sanzio. Noi ci nascondevamo dietro le carrette bloccate dai mozzi. Appena arrivava lo riempivamo di pietre. Era un rito che facevamo senza domandarci mai il perché, perché tutti i giorni, perché a quell’ora. Lui si difendeva lanciandoci le sue. Alle nostre spalle cadevano sempre vetri rotti o cocci di vasi. Una volta, Marzilio, lapidò persino una vecchia che non c’entrava niente; ridemmo per giorni.

A Letorri, quando succedeva qualcosa e non si trovava il colpevole, bastava nominare il pazzo Marzilio. Raramente gli adulti avevano la pazienza di ascoltarlo e quando succedeva lui iniziava a parlare con quella sua vocina che stonava con il suo aspetto da orco. Diceva che ogni giorno dei ragazzini gli urlavano: «Marzilio il pazzo… Marzìliu u pazzu…» e gli tiravano le pietre. Gli adulti però gli rispondevano che non era possibile fossimo noi e, appena lui spariva in fondo alla via, ci facevano pure i complimenti: «Per tenere il rione pulito bisogna buttare via la spazzatura».

Capitava che uno di noi venisse davvero colpito, e allora il giorno dopo, alle quindici e quindici in via Raffaello Sanzio, non ci presentavamo noi ma gli adulti. Per noi era un gioco, un prolungamento dei pomeriggi; loro erano un branco affamato. Il giorno dopo Marzilio zoppicante, con un labbro spaccato o un occhio gonfio e viola tornava alle quindici e quindici in via Raffaello Sanzio.

Fu durante una scorreria che mi tagliò il sopracciglio con una pietra. Il sangue mi colò fino alla bocca e ne sentii il sapore ferroso sulla lingua: capii allora che era arrivato il momento di sconfiggere il mostro. Non dissi niente a nessuno: volevo che restassero sbigottiti, che si sapesse che avevo sconfitto il rospo da solo. Andai al torrente Strozzagalli. Lo trovai piegato sui ciottoli, intento a scegliere quelli buoni. Non aspettai nemmeno che si voltasse. Gli gridai, a voce piena, mentre cominciavo a correre via: «Marziliu u pazzuuuu!». Sentii la mia voce farsi più grande di me, come se fosse l’intero rione a urlare dalla mia gola. Lui mi venne dietro, rallentato dalla zavorra di pietre nelle tasche, e cominciò a lanciarmele. Una mi colpì nell’incavo del ginocchio, precisa, piegandomi la gamba. Il bruciore salì e vidi, sotto il pantaloncino, un filo di sangue scendere lento sulla tibia. Mi fermai di colpo. Il sangue mi fece impressione e capii d’aver gridato e corso troppo, creduto troppo nell’eroe che sconfigge il mostro. Ma ormai non potevo tornare indietro.

Sotto il portico all’incrocio principale del paese, dove le case finiscono e la strada larga porta fuori da Letorri, restammo immobili, uno di fronte all’altro. Fu allora che, senza preavviso nemmeno a me stesso, caricai come un toro — così mi piace pensarlo ora, anche se ero solo un bambino magro e spaventato — lanciandomi contro di lui. Sentii il suo odore acre, sudore e vino, e fu in quell’istante che la pietra che stringevo nel palmo gli entrò nell’occhio. Venne barcollando verso di me, una mano sull’occhio e l’altra stretta sulla mia maglia, mi sollevò. Una voce adulta gli ordinò di lasciarmi; cadendo, le ginocchia mi sbatterono sulla ghiaia. Urlai che mi stava facendo del male.

Nel rione una menzogna attecchisce subito: cresce, si deforma, diventa un’altra storia. Dall’osteria, dalle case e dalle botteghe uscirono gli uomini, quelli che passavano le giornate a lamentarsi del caldo, della miseria, delle tasse. Lo circondarono. Il primo colpo gli arrivò alla schiena, forte e secco. Poi un altro, e un altro ancora: calci, pugni, sputi. Io guardavo. Non piangevo più. A un certo punto lo tirarono su di peso e lo trascinarono. Arrivarono altri bambini, donne, unendosi in una processione senza Santo, con a capo solo un uomo da crocifiggere. Lo percossero davanti la porta a due battenti in legno del vecchio negozio degli Scanzato in via Raffaello Sanzio. La sua testa fece un rumore sordo.


Illustrazione originale di Alice Cetta



1949

La prima volta che vidi Miriam le campane delle Tre Madonne mi erano risuonate in testa; pensai che sarebbe stata la donna che avrei sposato. Lei abitava in via Raffaello Sanzio, sopra la bottega di suo padre, Vittorio Scanzato, un negozio di tessuti pregiati dove entravano solo persone vestite bene, con un modo di parlare che in casa mia non si era mai sentito. Erano stati i primi ad arricchirsi nel rione. La loro era una vita lontana dalla mia: io figlio di un uomo che si spaccava la schiena nella terra, e per i rionali all’epoca ero un perdigiorno senza istruzione né mestiere. Ipotizzai che, se fossi stato migliore, avrei potuto appartenere a quel quartiere, a quel tipo di famiglia, a Miriam.

Iniziai a seguire mio padre in campagna e tornavo a Letorri quando Vittorio usciva per le consegne. Ogni giorno alle quindici e quindici passavo in via Raffaello Sanzio. Lei se ne accorse presto: vedeva quel mio stare impacciato a distanza, come uno che guarda qualcosa che sa di non poter toccare. Andare lì significava starle accanto per pochi minuti. Iniziai a notare che la tenda di una piccola finestra si scostava di poco al mio arrivo, capii che ero ricambiato. Un pomeriggio mi fece entrare nelle scale del suo palazzo — profumo del corrimano di legno e il suo di pepe rosa — e riuscii a sfiorarle le mani, poi a stringerle. La volta dopo ci baciammo. Eravamo così presi che non sentimmo nemmeno il camioncino di Vittorio, il padre di Miriam, fermarsi davanti al palazzo. Quando la serratura scattò lei corse in casa. Io rimasi immobile con il gusto di quel bacio ancora sulle labbra. Lui capì subito. Mi venne incontro, mi afferrò dal collo, per trascinarmi fuori e cominciò a colpirmi. Dopo di me toccò a lei. Da fuori sentii gli schiaffi che diede a Miriam: la finestra da cui mi aveva salutato — quella dove avevo tirato un sassolino per farmi vedere — era rimasta aperta. La fece urlare, e lei, piangendo, chiese scusa, promettendo che non mi avrebbe mai più rivisto. Scappai via, sentendomi un codardo.

Il desiderio di vendetta mi soffocava; era come avere ancora addosso le mani rudi di Vittorio. Cercai un modo per colpirlo senza far male alla mia Miriam. Pensai di andare in campagna a tagliargli le viti del vigneto, o di dare fuoco all’uliveto. Alla fine, riempii ogni tasca dei pantaloni e taschino della giacchetta con una ventina di pietre di fiume.

Con due lanci secchi e precisi spensi i fanali che illuminavano via Raffaello Sanzio. I miei colpi rapidi e ripetuti raggiunsero tutti i vetri della casa — tranne quelli della camera di Miriam — che si aprirono nell’aria come fuochi d’artificio. Vittorio si affacciò al balcone imprecando e sparando alla cieca sette colpi di pistola. Visto che non era riuscito ad ammazzarmi, trovò un altro modo: portarmi via Miriam.

Alcuni del rione mi aveva assicurato che Miriam era stata rinchiusa da suo padre in un istituto per malati mentali di Vibo Valentia spacciando la sua timidezza per ritardo mentale. Ero andato lì, speranzoso di portarla via. Ma nessuno in quella cittadina capiva cosa cercassi. Quelli del rione mi avevano preso in giro.

Passavo ore a percorrere con la bicicletta le vie di Letorri, sempre nei pressi della casa di Miriam. Ogni giorno, quando l’orologio segnava le quindici e quindici, riprendevo a pedalare come un forsennato, finché i pedali, girando così in fretta, finivano per respingere i miei piedi lenti.

Notai sul tubo obliquo del telaio l’adesivo con il marchio Edoardo Bianchi — Fabbrica motocicli e velocipedi, Milano — con un’aquila reale in volo. Avrei voluto diventare come quell’uccello maestoso: così sarei riuscito a trovare Miriam.

Dopo tre settimane senza di lei, inforcai la bicicletta e puntai verso l’uliveto di Vittorio. Chiusi due gatti randagi in un sacco di iuta. Ci versai sopra una bottiglia di benzina da due litri. Incendiai il sacco e i due gatti schizzarono fuori avvolti dalle fiamme. Bastarono pochi minuti perché i due animali cadessero morti e l’uliveto prendesse fuoco. Scoppiai a ridere così forte che mi piegai in due e caddi a terra, e lì, senza più fiato, mi misi a singhiozzare.

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