top of page

Racconti | Masina si vendica

11 minuti fa
Tempo di lettura: 8 min


Testo di Claudio De Fazio Illustrazione di Ludovica Fantetti Editing a cura di Yuri Sassetti



Nell’inverno del 1955 le strade di Belcastro, un paese arroccato in cima a una timpa a metà strada tra Catanzaro e Crotone, erano ancora in gran parte sterrate, e le piogge di quei tempi, che diversamente da adesso gonfiavano il Nàsari quasi fino a scoppiare, trasformavano il suolo in un pantano denso, pieno di pozzanghere che duravano settimane. Impossibile attraversare la via senza infangarsi.

Tuttavia Masina ‘a spazzina, la prima figlia di Giuseppe ‘u spazzinu e di Rosa Poeria, non badava né alla pioggia né al fango.

I suoi diciott’anni valevano due volte tanti: da quando si era sposata, appena quattordicenne, aveva già avuto due figli, e il terzo era in arrivo. Il marito, con quel brutto tempo (ma col sole non era forse lo stesso?), s’era chiuso aru barru, a giocare a carte e bere vino; anche gli altri paesani se ne stavano tutti rintanati in casa, con le finestre chiuse e il lume acceso. Quei brevi spazi di libertà, quei momenti di isolamento, le capitavano di rado. Non c’era occasione migliore per fare quello che aveva in mente.

Così Masina avanzava spedita verso la casa della madre, che, rimasta vedova già da qualche anno, viveva da sola nella zona più remota e isolata del paese, da tutti detta castellacci.

Qualcuno raccontava che Rosa Poeria, vedova Pane, si fosse rifiutata di prendere in braccio la figlia subito dopo averla partorita, allontanandola da sé con una smorfia e un gesto infastidito della mano. Che fosse vero o no, quel gesto bene riassumeva i suoi sentimenti di madre, la sua disponibilità alla cura e all’accoglienza. Dura, quasi sdegnosa, aveva cresciuto Masina come una serva, non rivolgendole altro che ordini e parole di sfida, di disprezzo e di rimprovero.

A sei, sette anni la bambina già lavorava dentro e fuori casa. Girava per il paese da mattina a sera, poi rientrava, cucinava per tutti, cunzava la tavola, lavava i piatti, metteva a letto i due fratellini. La madre, intenta al suo ricamo, sedeva in disparte, dandole le spalle. Del padre, Masina ricordava qualche carezza, qualche abbraccio, ma era un uomo debole, sottomesso alla moglie, che non contraddiceva mai. Veniva da Mesoraca, a una quindicina di chilometri da lì, e si era sempre sentito un po’ un estraneo nel paese. Rosa Poeria aveva invece fratelli e cugini in quantità, pronti a difenderla al primo suo accenno. Perciò Giuseppe ‘u spazzinu passava in casa il minor tempo possibile, e si confidava con la bottiglia, la sua sola vera compagna. Era morto giovanissimo, con l’acqua alla pancia, come si diceva allora per nascondere la cirrosi epatica.

Solo il maestro elementare aveva avuto a cuore, almeno per un poco, le sorti di Masina. La bambina mancava da scuola nove giorni su dieci, e in quell’unico giorno non si riusciva neanche a farla abituare all’ambiente, figurarsi se era possibile insegnarle qualcosa. Così un giorno il maestro era andato a trovare Rosa Poeria.

“La criatura le rimane analfabbeta”, aveva detto, “e sarìa nu peccatu”.

“Chilla nu l’aiu mica a hare maestra”, aveva risposto secca Rosa Poeria; che era come dire “Serva è e serva deve restare, impararle a leggere e scrivere sarebbe tempo sprecato”.

E infatti qualche mese dopo Masina smise proprio di presentarsi in classe: era cominciata la stagione del grano, e tutti i giorni ora li passava in mezzo ai campi, insieme a donne cresciute che sudavano e cantavano e avevano le mani indurite dai calli. L’infanzia era finita; ma lei, non avendola in pratica mai conosciuta, non poteva sentirne la mancanza. Solo, sotto tutta la sottomissione e il servilismo che le erano stati imposti, e a cui non sapeva né immaginava di potersi ribellare, cresceva un sentimento di sfida, di risposta al disprezzo con maggiore disprezzo, sotterraneo però, coltivato nel profondo come un segreto.

Ma quella fierezza nascosta non riusciva in fondo a scalfire l’umiltà di serva, l’integrità di massaia infaticabile che era il suo primo istinto, e la sua consolazione.


Il mese dopo la sua prima luna, sua madre la prese in disparte. Fissava il muro dietro di lei, mentre parlava, rifiutandosi di guardarla negli occhi.

“A tri mesi ti sposi”, le disse.

“Co chine?”, avrebbe potuto domandare Masina; ma sapeva già tutto. Sua madre la aveva promessa da sempre a un ragazzo più grande di quasi quindici anni, che con la sua quinta elementare era uno degli uomini più istruiti del paese.

Quando Masina lasciò la casa della madre per seguire il marito quasi non si accorse della differenza: nella nuova casa il disprezzo era lo stesso, stesse le parole che esprimevano fastidio, stesse le responsabilità che pesavano solo su di lei. Il solo mutamento fu questo: Rosa Poeria non usciva quasi mai, e anche se ostentava disinteresse teneva d’occhio ogni suo gesto, pronta a attaccare e recriminare; il marito stava tutto il giorno fuori (a fare chissà cosa, a volte senza tornare per due o tre notti di seguito), e esercitava su Masina una pressione indiretta, un controllo solo a parole, ma altrettanto impossibile da aggirare. Non che lei si sognasse di venire meno al suo dovere.

Rosa Poeria e Tonino – così si chiamava il marito – erano in fondo alleati: entrambi vivevano sulle spalle di Masina, prosperando indolenti sui suoi sforzi. Lei lavorava, obbediva, macinava miglia di fatica, ma lenta e segreta, in gran parte sconosciuta anche a lei stessa, l’indignazione cresceva.

Forse anche un cavallo da soma morderebbe la mano del padrone, se sapesse di poterla mordere impunemente. E in un giorno di pioggia del 1955, a Masina si presentò l’occasione perfetta per sferrare un morso inaspettato.





Sua madre era fuori paese. Lei e altre due donne avevano approfittato di un passaggio in automobile fino a Catanzaro, dove avevano delle faccende da sbrigare. Tre mesi prima uno zio di Rosa Poeria, vecchissimo e straricco, era finalmente morto, e lei aveva ereditato una discreta somma di denaro, intascandosi anche la parte destinata alla figlia. Non fidandosi delle banche, come era comune all’epoca, teneva tutti i soldi dentro casa, nascosti in un posto che però Masina conosceva bene.

E così eccola lì davanti, consapevole di non avere molto tempo. I bambini erano rimasti a casa da soli: dormivano, ma sarebbe bastato un pianto per attirare l’attenzione dei vicini. E, per quanto improbabile, niente escludeva che proprio in quel momento Tonino decidesse di rientrare.

La porta non era chiusa chiave. Masina, i sandali lordi di fango, entrò nell’unico vano di quel gadinaru. Le tremavano le mani; un sentimento strano, per lei, quasi sconosciuto, che la faceva sentire come se avesse avuto la febbre alta.

Agì in fretta: prese una sedia dal tavolo da mangiare, la mise di fronte alla credenza, ci salì sopra – era mezza sfondata, e quasi cedette sotto il suo peso – e aprì l’anta più in alto; poi infilò la mano dietro i piatti buoni, senza spostarli, e tirò fuori un sacchettino di stoffa. Quando lo strinse tra le mani, quando ebbe la certezza della sua esistenza, allora anche la realtà di quello che stava facendo la colpì all’improvviso, e per poco non ebbe un ripensamento. Ladra!, si disse, in bilico sulla sedia di legno tarlato; e il suo moralismo, unico vanto per chi non ha niente di suo, neanche vizi da occultare, quasi la spinse a rimettere il denaro dove l’aveva preso, e a tornarsene a casa strisciando lungo i muri bagnati. Ma poi quella voce, che le gridava “ladra!”, assunse anche un volto, ed era quello cattivo e disgustato della madre. Il moralismo cedette al moto di orgoglio, al desiderio di vendetta. Si nascose il sacchettino di stoffa tra i seni e scese dalla sedia.

Subito, nel panico che segue il crimine appena compiuto, ebbe l’istinto di correre fuori, lasciandosi la porta spalancata alle spalle. Poi vide le impronte di fango, umide e scure, che risaltavano sul pavimento già sporco: un atto di accusa. No, pensò, e fu più la sua natura di serva che il senso di autoconservazione a parlare, quelle macchie lì non potevano restare. Si tolse i sandali lordi, li mise fuori, e preso uno straccio cominciò a pulire il pavimento e la sedia. Sentiva la stoffa ruvida del sacchettino tra i seni, calda come una patata appena bollita, e pensava a cosa sarebbe successo se qualcuno l’avesse sorpresa così, al buio, intenta a pulire la casa della madre in sua assenza.

Pochi minuti dopo era di nuovo in strada. Scelse i vicoli più stretti, meno frequentati, tutti deserti con quel temporale. Il cuore le batteva così forte che quasi si aspettava di vedere la gente affacciarsi alla finestra, attirata dal rumore.

Aveva quasi raggiunto via Carìa quando sentì una voce di donna alle sue spalle chiamare: “Masì!”. Fece finta di non sentire. “Masina!”, insisté la voce, e dei passi appiccicosi le si avvicinarono di corsa. Masina si voltò: era Nerina, sua cognata.

Le due giovani, quasi coetanee, si detestavano segretamente a vicenda; ma la grande intesa tra i mariti, fratelli inseparabili, le costringeva a frequentarsi spesso, e a fingersi amiche carissime. Nerina era più scaltra, meno schiava di Masina. Obbediva anche lei al marito padrone, ma solo quanto bastava per salvare la facciata. In realtà, quando poteva, scaricava parte del suo lavoro sulla cognata, che accettava col consueto servilismo, e col segreto compiacimento di chi si sente più essenziale, e dunque superiore, quella dose aggiuntiva di fatica.

Fino a quel momento Masina era stata molto brava, sorprendentemente determinata nel suo primo gesto di ribellione. Ma di fronte a Nerina, che non si aspettava proprio di incontrare, crollò all’improvviso.

“Oh, Nerì…”, disse poco convinta, pallida da far spavento, cercando di abbozzare un sorriso disinvolto.

“Ma tu malata sei”, rispose Nerina pronta, con apprensione velata di sadismo, “aspetta mo corro e chiamo a Tonino”. E fece per dirigersi verso u barru.

“No, no!”, quasi gridò Masina, afferrandole il braccio e stringendolo forte. “Vieni cu mmia mo te cunto tutto”.

E reggendosi ancora al braccio di Nerina, senza allentare mai la presa, si diresse verso casa.

I bambini dormivano ancora. Chiuse la porta, accese il lume, e si cavò il sacchetto dal seno. Nerina, che nelle guance, nelle labbra, nei lobi delle orecchie assomigliava molto a una pecora, capì tutto al volo.

“Chissi soldi ‘e mammata sono?”

“Sì”.

L’altra stette zitta per qualche momento; forse valutava se valesse o meno la pena di rischiare l’azzardo. Poi si decise. “Senti a me”, fece, “tu ca ammucciare non li puoi, che se Tonino li trova te jetta hora ‘e casa e bonanotte”. Lo slancio di coraggio si era esaurito: Masina, smarrita, pendeva dalle sue labbra. “Ma so io un posto… te fide ’e mie?”

“Sì”.

“Vieni”.

La guidò fino alle grotte dei maiali. “Ca”, le disse poi nella penombra, indicandole una grossa pietra, e facendole segno di nasconderci dietro il sacchetto. Era un buon nascondiglio, nessuno avrebbe mai pensato di cercare lì il denaro.

“Tempo nu mese, du mesi, e tu vieni e te li pigghi. Ma intanto muta stai, e non dici niente a nisciuno”.

“Sì”.


Quando, un mese e mezzo dopo (un mese e mezzo di ricerche, di accuse da parte di Rosa Poeria, di falsi colpevoli, di tensioni), calmatesi almeno in parte le acque, Masina tornò a recuperare il sacchetto, e non trovò niente dietro la pietra, seppe con assoluta certezza che Nerina l’aveva preceduta. Ma non la accusò mai apertamente. E come avrebbe potuto farlo senza accusare anche sé stessa? Così Masina si limitò ad aggiungere nuova legna al fuoco del risentimento nei suoi confronti, e non dimenticò mai l’offesa.

Quel fuoco dura tuttora, settant’anni e molte ingiustizie dopo. Tonino è morto giovane, senza vedere il nuovo secolo; Rosa Poeria è morta da tempo, novantatreenne, e la figlia non si è neanche presentata al funerale; Nerina è messa molto male, da poco ha avuto un’ischemia: Masina aspetta solo di vederla andare sottoterra. Solo allora, s’illude, avrà finalmente la sua rivincita.

Commenti


WhatsApp Image 2024-04-12 at 10.29.47.jpeg


Se vi va di supportarci… offriteci un caffè ☕
Non c’è trucco, non c’è inganno: potete mettere quanto potete e volete, senza minimi.
Come? Qui sotto trovate un link PayPal, dal quale potete facilmente inviarci il vostro sostegno 
(Non avete PayPal e volete sostenerci? Scriveteci e vi spieghiamo come fare!)

Se rifioriamo e ci rinnoviamo è anche grazie a ciascuna e ciascuno di voi!

Qui il link 
👇👇
https://www.paypal.me/lorenzvi



 

bottom of page