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Racconti | Come una luce al neon



 

Testo di Matteo Orlandi

Illustrazione di Simone Paesano

Editing di Morgana Chittari

 


Tristezza.

Anzi, no.

Rabbia, nemmeno.

Niente, ecco.

È questo che sente Daniel ogni volta che finisce a pipparsi della cocaina: un nero immenso e informe in cui fluttua senza meta. Il rumore di fondo cambia e assume frequenze diverse, ma non svanisce.

L’abitacolo gira per alcuni secondi e poi si assesta in un tiepido torpore, accompagnato da una leggera nausea, niente di preoccupante. Mette in moto a fatica la Fiat Panda che ha ereditato dalla buonanima della nonna materna, Iole. Che donna che era! Arrivata alla veneranda età di settantanove anni senza mai aver visto un medico (nemmeno in foto, come si suol dire), nell’ultimo anno di vita si era rifatta alla grandissima tra esami, radiografie, ricoveri d’urgenza e pianti isterici per poi morire nel sonno, stroncata da un cancro giudicato inoperabile.

Neanche a dirlo, la mattina in cui Daniel venne a sapere della dipartita dell’amata nonnina si era procurato cento euro di Prodotto, così lo chiamava, per spararselo un po’ nelle sue narici e un po’ in quelle di Karen.

La bella Karen.

Che pezzo di ragazza.

Certo, se non si fosse fumata anche l’intonaco dei muri fino ai venticinque ora sarebbe anche meglio, ma ehi! Non si può avere tutto, no?

 

Tornando alla nostra Scena Madre, abbiamo Daniel un po’ alterato dalla coca, che ha alzato il riscaldamento della macchina a manetta, perché ‘sto schifo di umidità gli ha appannato tutti i finestrini. È nervoso perché la serata in pizzeria è andata una merda e ha pure mezzo litigato con il suo capo, un coglione patentato. Pazienza, si dice, tanto c’è Karen che l’aspetta alla sala slot. Un paio di ventelli se li bruceranno alle macchinette e, se vincono, si prendono un po’ di Emme in stazione; se perdono vanno a casa, due moine, magari una sveltina e poi un bel cannone d’erba a chiudere la serata.

Mentre Daniel esce dal parcheggio la nausea gli sale fino quasi al fondo della lingua. Sente come una massa fluida che si agita tra la gola e la bocca, pronta a schizzare fuori in un fiotto acido. Deglutisce disgustato e continua a guidare.

Le stazioni radio non offrono nulla di interessante, o parlano di cose di cui non gli frega niente o passano musica di merda con bassi distorti e voci pure peggio.

Lo schifo aumenta. Il rumore rimane stabile.

 

Supera il semaforo, l’istituto tecnico e anche una volante degli sbirri ferma lungo il ciglio della strada. Si asciuga un rivolo di sudore gelido con il dorso della mano e trattiene il respiro per qualche secondo. Se ne rende conto, ma non riesce comunque a fare altro. Gli occhi, grandi e neri come il buio in cui sta vagando, inchiodati sullo specchietto retrovisore.

La sirena non si accende. Nessuno gli spara. Ve l’ho fatta, porci, pensa con un tremore che lo scuote dall’osso sacro fino alle punte dei capelli arruffati.

Non è la sua serata. Ancora non se n’è reso conto, ma lo farà a breve.

Certo di aver messo chilometri tra sé e l’arresto, prende una bustina dal vano portaoggetti. Ci tuffa l’indice e lo estrae infarinato. Se lo infila in una narice e si spara tutta l’estasi fino al cervello. Chiude gli occhi per godersi il rigido e travolgente attimo di adrenalina, che si interrompe bruscamente con un sordo schiocco di metallo e plastica.

Qualunque cosa sia successa deve scappare. Sì. È la soluzione giusta. Merda, la coca. Dov’è la bustina?

Si gira e si rigira sul sedile senza accorgersi di aver impanato la maglietta Ralph Lauren.

Il cuore che rimbomba ovunque sembra pronto a lacerare petto e timpani per uscire in un’esplosione di carne e sangue. Daniel respira a fatica, prova a pensare veloce, ma anche questa volta è un rumore a destarlo dal senso di ottundimento. Un toc toc stanco ma deciso.

Daniel si volta e le vede.

Luci blu nella notte. Sono finalmente venuti a salvarlo da sé stesso.

Sorride.

 

Karen si fa seria.

Ha riso fino a poco fa col cinese della sala slot ma adesso è in modalità Ho le palle di traverso, mollami. Fuma nervosa una sigaretta e, prima di gettarla a terra, la usa per accendersene un’altra.

La seconda? Forse la terza. Poco importa.

Il led verde con scritto VLT si riflette sui Wayfarer tarocchi. Tutto quello sbrilluccicare la irrita. Forse è colpa del cartone che si è sciolta sulla lingua qualche ora (o minuti?) fa, ma Daniel le aveva detto di prepararsi che si sarebbero goduti una serata insieme e lei aveva pensato bene di sballarsi un  po’, almeno se le rompeva le palle non si sarebbe incazzata più del solito. Litigavano di continuo per le questioni più stupide; lui era in grado di farla incazzare come pochi e lei lo odiava per questo. Però sapeva come farsi perdonare e quando incastrava la testa tra le sue gambe lei finiva sempre col dirgli che lo amava. Il più delle volte erano fottuti dalla droga quindi forse tutti i sentimenti erano anche amplificati, vai a capirlo.

Sta di fatto che quel buono a nulla ancora non si fa vedere e Karen non ne può più di aspettare.

Il freddo e l’umidità la avvolgono e le stritolano le ossa. Ritorna dentro e ordina una Tennet’s.

Il cinese ride e dice qualcosa nella sua lingua, lei capisce solo il numero quattro e «Fatti i cazzi tuoi!», risponde.

Si volta, agguanta la bottiglia e se ne scola metà in un sorso. La seconda metà la finisce dopo un rutto che tiene per sé, come un moto di vergogna.

Da quanto tempo ha perso l’amore per sé stessa? Da quanto tempo sente quel rumore in ogni momento delle sue giornate?

Non lo sa, o forse lo sa ma non vuole ammetterlo. La mente umana è un pericoloso labirinto e se ci si addentra senza gli attrezzi adatti si rischia di restarci incastrati per sempre.

Era così che la psicologa del liceo aveva spiegato a Karen il motivo per cui suo padre era stato internato in un manicomio. Certo, la dottoressa non aveva usato le parole “internato in un manicomio”, ma a Karen non veniva in mente nulla di più efficace per immaginarselo. Adesso li chiamavano “ospedali psichiatrici” o “strutture specializzate” e non ti sparavano più scariche elettriche nel cervello, va bene, tutti d’accordo. Però, aveva detto Karen alla psicologa, come cazzo si possono definire quattro mura dalle quali non si può uscire e dove ti infarciscono di pillole peggio che una vacca con gli antibiotici?

Al che la psicologa aveva richiesto altre sedute e Karen l’aveva mandata affanculo.

In questo momento i suoi ricordi del liceo si incagliano lì, come una nave che ha sbagliato manovra.

 

La birra ghiacciata le ha fatto venire i crampi allo stomaco e il cartone non la molla. Si sente in una lavatrice in centrifuga e non sa quanto tempo manchi alla fine del programma di lavaggio.

Va in bagno per sciacquarsi la faccia. La puzza di piscio è invadente e finisce col vomitare nel lavandino. Lo specchio le rimanda, tra una riga con le chiavi e un “TUA MADRE FA I BOCCHINI” scritto con l’indelebile, un volto che non è il suo. Eppure lo è.

Tra piercing ed efelidi c’è un pallore malsano, le occhiaie inasprite dalla nausea persistente.

Perché anche quando si tocca il fondo si fa fatica a risalire?

Se lo chiede, ma non sa rispondersi. Forse perché il fondo ancora non l’ha toccato. Allora dove cazzo sta il fondo? Quante stronzate ancora deve fare per toccarlo e poi finalmente risalire verso la superficie? Che cosa può fare per eliminare quel ronzio?

Troppo nervoso. Troppa paura (di cosa, poi?). Troppo tutto. Si accende una sigaretta e fuma in faccia a sé stessa guardando lo specchio lercio che si cosparge di puntini colorati. Prova a unirli, ma la stanza comincia a girare e diventa difficile. In quell’intenso e lisergico vorticare finisce con l’intravedere il soffitto del bagno. Sporco pure quello, te pareva. Poi tutto sembra svanire e c’è del buio che vuole dilagare, invadere. Che fatica! Lo lascia entrare e tutto smette di fare rumore.

 

Il rumore della notte, il gioco di luci… che spettacolo!

Le calotte sporche dei lampioni accarezzano di un giallo opaco le auto parcheggiate, la luna si riflette nelle pozzanghere rimaste dopo l’acquazzone, i fari delle auto vanno e vengono in un susseguirsi di rosso, azzurro, bianco e arancio…

 

 

Alberto rientra a casa dopo ore impegnative.

La croce rossa che spicca sulla sua giacca lo riempie di orgoglio. Sorride.

Poi, come colpito da una colica renale, smette all’istante.

Pensa ai due interventi fatti. Come fare a non pensarci, del resto.

Non hanno la sua stessa età, ma li conosce benone.

Se li ricorda ai tempi del liceo, quando sembrava che scegliere quello a discapito di altre scuole, fosse il solo modo per salvaguardare il futuro dei propri figli.

I corridoi erano stipati di ragazzi e ragazze di ogni tipo, di ogni estrazione sociale e mossi dalle più disparate motivazioni. C’era chi si vedeva medico già a quattordici anni, chi sperava di poter studiare giornalismo, chi aveva scelto a caso e chi era lì perché qualcuno aveva deciso al posto suo.

A molti di loro il futuro era stato imposto dai genitori e dai genitori disegnato in funzione di vecchie frustrazioni; erano visti come una sorta di riscatto. In alcuni casi il famoso “dono della vita” che i genitori fanno ai figli finisce col prendere una piega tutta sua, e a sfruttarlo sono papà e mamme, accecati dalla tentazione di mettere una pezza agli insuccessi del passato plasmando il radioso futuro dei figli.

Alberto apre il frigo e si versa un bicchiere d’acqua dalla brocca.

Detesta quella parte di sé che lo porta a quel tipo di pensieri, ma come evitarli?

La vita è un regalo, certo, ma come reagisce un adolescente quando inizia ad avere la percezione che di quel dono non può farsene nulla se non ciò che gli viene detto di fare?

Ricorda di aver passato un pomeriggio intero in compagnia di Daniel e Karen, già avvinghiati in una strana relazione a quindici anni. Ora la definirebbero tutti come “tossica”, ma a lui quel termine non piace. “Tossica”, per alcuni, è la vita in generale, e l’ansia, che si assesta come un rumore di fondo costante in ogni giornata, rappresenta l’unica grande tossina.

 

Torna a quel ricordo: erano seduti sul prato del parco del castello a osservare il tramonto e bere birra calda in lattina. Daniel e Karen si passavano una canna che lui aveva gentilmente rifiutato.

Non mi piace perdere il controllo, aveva usato come motivazione.

Karen aveva sbuffato, sembrava infastidita.

Daniel aveva continuato a guardare un punto a caso nel vuoto: «Mi chiedo su cosa si può davvero avere il controllo… io non ce l’ho manco sulla mia vita.»

Si era poi lasciato scappare qualcosa di simile a una risata carica di frustrazione.

Alberto aveva risposto farfugliando a proposito della lucidità e Karen aveva ribattuto, sempre scazzata, che più rimani lucido più ti accorgi di quanto il mondo faccia schifo.

Erano solo discorsi tra adolescenti mezzi ubriachi che non volevano studiare Kant per l’interrogazione del giorno successivo.

In realtà no. Non adesso, quindici anni dopo.

Perché il peso di alcune parole acquista una portata differente solo dopo il proverbiale “senno di poi”? Alberto non sa rispondersi.

Forse siamo noi stessi a cambiare, giorno dopo giorno, terra erosa dall’acqua.

Affranto, si affloscia sul divano e accende la tivù.

Rumore sul rumore, ma almeno uno sovrasterà l’altro. Anche se per poco.




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