Racconti | Dove gli scogli finiscono
- 4 ore fa
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Testo di Andrea Carone
Illustrazione di Gabriele Merlino
Editing di Arianna Cislacchi
In paese si racconta di come Vittorio, non appena nato, sia sgusciato dalle mani dell’ostetrica per andarsi a fare due passi.
I dottori dicono di averlo visto camminare a lungo nel reparto e tornare solo qualche minuto per lanciarsi nelle braccia di sua madre, prima di ripartire. Crescendo prese a vagare così tanto, che chiamarono il telegiornale per intervistare il ragazzino che camminava di continuo.
Quando vennero lui però non c’era: era da qualche parte a muover le gambe.
Perfino a scuola, quelle poche volte in cui veniva, si alzava e usciva dopo dieci minuti. Camminava per tutti i corridoi delle medie e nelle aule, tra i banchi, sotto gli occhi delle professoresse che parlucchiavano tra loro.
Nessuno conosce i marciapiedi di questo posto meglio di Vittorio.
Sapeva quanti passi distanziassero dalla cartoleria al negozio di alimentari. Quanti ce n’erano tra il campo sportivo e l’officina.
Una volta in macchina coi miei lo trovammo nel bel mezzo della superstrada che fiancheggiava la linea bianca, con la mano poggiata al guard rail, tornando da chissà dove. Mio padre accostò chiedendogli se volesse un passaggio, e lui disse di no, che preferiva camminare.
Era la prima volta che Vittorio voleva portare qualcuno con lui.
Ce lo chiese una mattina a ricreazione, a me e Lorenzo. Ci chiese se avessimo voglia di andare in un posto che non conosceva nessuno.
Noi eravamo eccitati all’idea di unirci a Vittorio, di vedere dove andasse durante le sue passeggiate.
Ci accordammo per il giorno dopo. Appuntamento fuori al cancello, dopo la campanella. Ci disse di lasciare i libri sotto al banco, e di mettere nello zaino degli asciugamani da mare e dell’acqua, ci sarebbe stato tanto da camminare.
Di quel giorno ricordo ogni metro.
Passammo dalle strade del paese a quelle di campagna. Da quelle sterrate a quelle sperdute. Fino ad arrivare dentro a un bosco. Si vedevano appena le impronte. I nostri piedi seguivano i suoi che ci entravano perfettamente, come se a lasciarle fosse stato proprio lui.
Fu lì che Lorenzo gli chiese - Perché non vieni mai a scuola? -
- Non so stare seduto. - rispose Vittorio continuando a camminare.
- Le professoresse parlano male dei tuoi genitori. -
Con gli occhi fissi sul sentiero Vittorio disse - Vuoi due noccioline? -
Io e Lorenzo avevamo le braccia in avanti appese come salami. Ma secondo Vittorio c’eravamo quasi e allora continuammo.
- Siete mai stati al mare? - ci chiese.
Ovvio, dicemmo. Ci andavamo d’estate con i nostri genitori.
- E vi siete mai tuffati da una scogliera alta come un palazzo? -
A questo punto sentimmo come se Vittorio ci stesse mettendo alla prova. Come se volesse capire se fossimo o no due pappamolle.
Certo, rispondemmo. Ci eravamo già tuffati da una scogliera. Due estati fa durante le vacanze.
Non era vero, ma Vittorio sembrava contento. Disse di resistere ancora un po’, perché una volta arrivati tutta quella fatica sarebbe stata ripagata.
- Quindi stiamo andando a tuffarci da una scogliera? - Chiese Lorenzo.
- Indovinato. - Rispose Vittorio continuando a camminare.
- È alta più di dieci metri? -
- Non lo so. -
- Più di cinque? -
I raggi del sole che si ficcavano tra i rami degli alberi, un sentiero segreto che conduceva a un posto di cui solo Vittorio era a conoscenza. E ora una scogliera alta come un palazzo. Quel giorno sembrava proprio come ce l’eravamo immaginati. Come i personaggi di un film d’avventura, tutti e tre ci togliemmo la maglietta per metterla attorno alla testa. Subito dopo l’ultima fila di arbusti, si aprì una distesa verde davanti a noi. Vittorio prese a correre fino a fermarsi a una distanza più o meno di un campo da calcio. Era la prima volta che lo vedevamo starsene impalato, come se per tutto questo tempo avesse camminato per arrivare lì, in quel punto, finalmente a destinazione. Vittorio si era interrotto dove gli scogli finiscono.
Lorenzo gli chiese - Come fai a sapere che questo posto è segreto? -
- Nessuno cammina fin qui. -
Una volta lì spiai di sotto, e mi domandai cosa stessimo facendo mentre Vittorio scopriva questo posto. Forse storia o magari giocavamo a pallavolo in palestra.
- Non è un po’ troppo alto? - Chiese Lorenzo.
Ma Vittorio si era sfilato le scarpe, la maglietta e lo zaino. Erano poggiati sugli scogli e lui già un passo oltre.
Aveva ragione, quella scogliera era alta come un palazzo, e Vittorio per aria sembrava precipitare su un asfalto fatto di acqua salata.
In volo ci gridò - Fifoni! -
Dopo sette secondi, Vittorio sparì sott’acqua. Vedevamo le bolle iniziare a risalire fino a esplodere sul manto celeste e poi la sua testa bagnata sbucare.
Dall’acqua ci urlava che eravamo delle femminucce. Le braccia si dimenavano per restare a galla.
Poi uscì e si incamminò fin dove eravamo. Aveva i capelli bagnati, e così dritti e lisci sulla fronte che sembravano disegnati.
Disse - Avete più paura di saltare, o che tutti sappiano che siete dei pappamolle? -
Ancora oggi, non so rispondere.
Io e Lorenzo dicemmo di voler vedere almeno un altro tuffo. Così, per abituarci. Vittorio allora disse di guardare bene questa volta, perché non aveva intenzione di farne un altro senza prima vederci saltare.
Si mise qualche metro prima del precipizio e strinse l’asciugamano da mare al collo come un mantello da supereroe.
Riprese a camminare lentamente, un passo alla volta, fino a completare la strada che lo avrebbe rispedito di sotto come un ascensore.
Una volta superata la scogliera, per un secondo appena sembrava andare dritto. Fluttuava in aria con il piede destro in avanti e quello sinistro dietro.
Ma quell’immagine fu interrotta dall’inizio di una caduta libera. Vedemmo Vittorio cadere al pelo dagli scogli.
Se qualcuno ci avesse visto in quel momento, avrebbe pensato che pure noi ci fossimo tuffati. Eravamo bagnati di ansia e sudore, sopra la schiena, sui palmi delle mani e dietro le ginocchia.
Il mantello svolazzava vicinissimo alle rocce, come lenzuola lavate e appese ad asciugare. Contammo con le dita. Vittorio cadde nell’acqua dopo sette secondi. Arrivò dritto di piedi con l’asciugamano che lo seguiva a fondo.
L’impatto sembrò lo sparo di un fucile, due mani di un gigante che sbattono tra di loro per un applauso. Tutti gli uccelli volarono via dagli alberi alle nostre spalle, e le onde si allargarono in dei cerchi.
Io e Lorenzo ci guardammo e iniziammo a ridere forte.
Ridevamo così tanto da doverci stendere di schiena sugli scogli e tenerci la pancia. Mentre era sott’acqua, gli uccelli si erano ristabiliti sui rami di altri alberi. Ridevamo perché l’avevamo fatta franca.

- Che botta! - Disse Lorenzo asciugandosi gli occhi.
Pancia all’aria guardavo il sole splendere dall’altra parte del cielo.
Forse da scuola avevano chiamato le nostre madri. Forse avevano già scoperto tutto. Mi accorsi che dall’acqua non venivano grida, risate da parte di Vittorio. Non si sentiva niente di niente. Guardai di sotto per vedere se stesse risalendo e non lo vedevo. Vedevo ancora la schiuma causata dall’impatto che veniva a galla. Ma Vittorio invece continuava a stare sotto al mare.
Lorenzo, anche lui si sporse di sotto. Spostando lo sguardo da un punto all’altro chiese - Perché non sta salendo? -
Quando Lorenzo mi domandò se fosse morto, i secondi erano diventati venti all’incirca.
- Ora sale. - Dissi io.
- E se l’asciugamano l’ha trascinato giù?
- Ora sale. - Dissi di nuovo.
- È morto! -
- Non è vero. -
Ma i secondi passavano e Vittorio non risaliva.
- Gli abbiamo detto noi di tuffarsi. - Disse. - L’asciugamano l’ha trascinato a fondo. - Trenta secondi.
Lo presi per un braccio e con una punta di pianto in gola dissi - Fidati. Ora sale. - Afferrandolo mi accorsi che il suo corpo era fluido, come fosse senza ossa. Non pensava più a Vittorio, ma a tutto quello che ci sarebbe toccato affrontare.
L’imbarazzo a scuola. I carabinieri a casa con le loro domande. Le nostre madri che piangevano. Che cosa avremmo fatto?
Quaranta.
E se fosse morto davvero? Se l’asciugamano lo avesse trascinato a fondo, o se gli squali lo avessero mangiato mentre risaliva?
Un minuto.
Continuavo a guardare nell’acqua sperando di vederlo, quando in superficie riemerse qualcosa.
Era il telo che galleggiava, e ancora sotto, di nuovo quelle bolle che salivano sul manto celeste.
Dico a Lorenzo - Aspettiamo ancora. Fidati. -
Speravo di vedere la sua testa sbucare tra le bolle trasparenti che borbottano come pozioni magiche in un grande calderone.
Pregavo di vederlo camminare fin quassù. Di vederlo arrivare gocciolante e sentirgli dire di smetterla di fare quelle facce.
Che ora toccava a noi saltare e che avremmo fatto bene a smettere di fare i pappamolle. Che era tutto a posto, e che voleva solo farsi due passi anche nei fondali. Lì sotto, ben oltre dove gli scogli finiscono.




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