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Vertigo | Intervista a Vincenzo Montisano

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 8 min



Intervista a Vincenzo Montisano

a cura di Laura Scaramozzino





Intervista a Vincenzo Montisano sul romanzo: Inaugura stanotte il secolo del bene, Wojtek Edizioni



  1. Ciao, Vincenzo, benvenuto in Vertigo, la rubrico che curo su GELO Rivista e che esplora la vertigine in tutta la sua ambiguità. 

Il tuo libro, Inaugura stanotte il secolo del bene, Wojtek Edizioni, è un ottimo esempio di romanzo che potremmo collocare sul bilico del precipizio. Parliamo di un testo con uno spiccato carattere speculativo, con forti tinte ibride che lo collocherebbero, non a torto, tra il lavoro di finzione e il saggio filosofico. 

Tra il distopico e il visionario, Inaugura stanotte il secolo del bene, racconta un mondo in dissoluzione. La parabola discendente del protagonista, Hugo Boll, è una calata inesorabile negli inferi di una società ultraliberista che ha smarrito non solo “il desiderio” ma qualsiasi coordinata assiologica. L’epidemia, che conduce gli uomini all’automutilazione e al suicidio, è ben più di una lucida metafora. Ci racconta non solo la dissoluzione di qualsiasi vitalismo residuale, ma anche, e soprattutto, di quell’anelito all’inorganico, all’annullamento biologico che aveva in parte esplorato Ballard, soprattutto con romanzi come Crash e La mostra delle atrocità

Pensi ci sia una continuità con la visione dell’autore inglese, in questo senso?


Ciao Laura, grazie per l’invito e l’interesse. Direi, prosecuzione e revisione. A dispetto della grande scorta immaginifica che da sempre la fantascienza ha messo da parte, ho l’impressione che la realtà contemporanea ha tanto superato la finzione da rendere i mondi orwelliani, o ballardiani, eufemismi pallidi. Perché, per quanto ci si possa sforzare di rimpiangere l’umano attardandosi in pose post-socialiste da rivoluzionari da divano e da fruitori di cataloghi (cinematografici, musicali, relazionali) accuratamente confezionati al fine di contenere il livello culturale e di scambio interpersonale, la riprogrammazione è già in atto. È improbabile che i secoli venturi rimangano a trazione antropocentrica. Con questo romanzo, avevo in mente di fotografare l’apice di questo processo storico, l’attimo esatto in cui il protagonista Hugo Boll comprende, e (non) digerisce, d’essere già stato tritato dalla macchina societaria liberista e di aver smarrito qualcosa, un che d’innominabile, quel quid umano irrecuperabile per sempre – alla posterità il giudizio sulla buona o cattiva riuscita di questa operazione. Il punto è che è impossibile cronometrare la disfatta. La catastrofe è già avvenuta, in qualche tempo, da qualche parte, molto prima della nostra venuta. Ma l’onda lunga della speranza consumata e consumistica vanifica l’azione di quel sistema immunitario che dovrebbe proteggerci dalle menzogne invisibili di questo mondo.




  1. Hai scelto di raccontare la disgregazione della società attraverso una rappresentazione della violenza che ripiega verso l’interno, invece che verso l’esterno, attraverso per esempio il racconto di uno scontro bellico tra Stati. Anche qui, ripenso a Ballard e alle mutilazioni che i suoi personaggi si infliggono attraverso gli incedenti stradali. L’autore inglese sosteneva che il nostro tempo sia quello della psicopatologia diffusa. L’aumento dei suicidi e dell’isolamento sociale sembrerebbero confermarlo. 

La città che racconti, e non nomini mai, è un collage delle metropoli mondiali, un non luogo in cui, come all’interno di scatole cinesi, si aprono altri non luoghi. Periferie weird, e mi riferisco in particolare al Luogo, che mi ha fatto pensare ai quartieri zombificati delle metropoli americane in cui intere folle senza volontà vagano sotto l’effetto del Fentanyl

Quanto gli sconvolgimenti sociali degli ultimi anni hanno influito sulla realizzazione del tuo romanzo?

 

Esterno: Jean Baudrillard, ne Lo spirito del terrorismo, identifica l’attentato al World Trade Center come il primo accadimento storico in diretta globale e, nella perversa fucina di sperimentazione delle logiche capitaliste, il primo evento della post-verità a valle del quale – a più di un ventennio di distanza, possiamo dirlo – è stata tutt’una pantomima ben orchestrata di mistificazione mediatica, creazione a tavolino di minacciosi nemici prêt-à-porter, dalla jihad alla sempreverde minaccia russa, e di sostituzione reiterata degli effetti con le cause su ciascuna questione geopolitica e sociale. Se tutti fruiscono istantaneamente della stessa informazione, quale potere detiene chi è in grado strumentalizzarla in modo più capillare di quanto non si potesse mai sperare di fare con dispositivi bradicardici quali tv e radio? 

Interno: parafrasando Mark Fisher, in esergo al mio romanzo, non abbiamo più scuse per considerare la distimia e ogni risposta schizofrenica al vuoto quotidiano che ci assedia, alla stregua di una carenza vitaminica ascrivibile al singolo individuo. È chiaro che il lavorio di molte traiettorie del nostro sistema occidentale sta scientemente producendo materiali di scarto umano, una sorta di selezione innaturale, quali cittadini impotenti, lavoratori sfibrati, insoddisfatti cronici, depressi e potenziali suicidi flebotomici martorizzati a solo nei loro antri domestici – siano essi fisici o mentali. 

La combinazione di uno spazio esterno assai manipolato e di uno interno sconvolto dal malessere psichico indotto ha minato l’abilità delle masse iperconnesse (succoso controsenso) di riorganizzare la coscienza in operazioni di pratica critica e autocritica. Perciò, perso il baluardo di una qualche resistenza morale, convinto i cittadini che a diventare consumatori avrebbero guadagnato un surplus di soddisfazione che a esercitare un qualsiasi altro tipo di libertà, le città si svuotano di persone e si riempiono di gente, una folla ipertrofica di elettroni processionali che circuitano zombificati su pattern prestabiliti. 

Gli eventi che hanno influenzato realmente il romanzo sono quelli che non troveranno posto negli annali. Quelli che gli sconfitti dell’era contemporanea avrebbero dovuto redigere e che, invece, taciuti e annichiliti, rimarranno pagine bianche e bianchi sospiri tra un vittorioso capitolo e l’altro dei libri di storia. Hugo è il custode di questo non detto e attraverso la sua caduta egli lascia intendere che, se rivoluzione dovrà esservi, tanto provocatoria quanto inattuabile su vasta scala, non potrà prediligere uno soltanto dei due spazi presi in esame, ma tentare di apparentarli profondamente: nello spazio interno, ricodificare gran parte di quel linguaggio introiettato fin dall’infanzia per l’esecuzione di comandi automatizzati funzionali (argomento centripeta del “Luogo” surreale descritto nel romanzo); e mutilazione corporea nello spazio esterno, in quanto sottrazione dell’elemento sensibile all’esercizio di potere. 

Una sorta di disinstallazione cosciente dell’hardware e del software occidentali. Una mastectomia prolungata in seno alle vecchie-nuove modalità dell’essere che moltitudini di ciechi, incapaci di ratificare l’intricato sistema di catene di una schiavitù fantasmatica, scambiano per autodeterminazione e libertà. 




  1. Hugo Boll perde il padre, un medico ricchissimo, e decide sperperare la sua eredità. L’uomo, dedito alla promiscuità e a differenti parafilie, diventa per Hugo il simbolo di una società intera. Una società che perpetua se stessa senza più alcuno slancio autentico verso il futuro. Sempre parafrasando Ballard, potremmo dire che alla ricerca del piacere, l’uomo contemporaneo ha sostituito il disgusto verso se stesso, accompagnato da un’indifferenza necrotizzante?

Decisamente. Marcel Boll, padre di Hugo e testimonial di un’aristocrazia decaduta, ha una doppia funzione nel romanzo. Da una parte, rappresenta il mitologico archetipo del Padre che sempre grava sul figlio con fare petulante e censorio e contro cui il figlio, per portare avanti la dialettica storica e costruire così un futuro, non può che nutrire l’unico desidero, o principio di piacere vitalistico, di ucciderlo. Dall’altra, Marcel assume su di sé il ruolo di Ultimo Padre, in una società destinata a essere composta soltanto da figli. Proprio nella impossibilità da parte di Hugo di compiere quell’omicidio concreto (poiché il libro inizia dentro la camera ardente di Marcel – e la catastrofe è perciò già avvenuta) il meccanismo dialettico s’inceppa e Hugo rinuncia per sempre all’idea di un futuro possibile. Dio è morto. Il Padre è morto. I gerarchi novecenteschi non reggono più sistemi totalitari circoscritti e chiaramente identificabili. Il potere, silente e gassoso, ha fatto sparire le sue tracce e si è infiltrato nelle nostre tasche. I figli sono rimasti soli e senza nessuno contro cui ribellarsi. 




  1. Se il desiderio è morto per sempre, nonostante i tentativi maldestri di rianimarlo, i rapporti di potere che si instaurano tra i personaggi (penso a quello tra il protagonista ed Estrella o tra Alice e lo zio, o ancora tra Inigo e i suoi adepti) rappresentano l’ultimo rantolo del desiderio stesso? Magari mediante l’illusione di un qualche controllo sull’altro?


Al contrario, trovo che il desiderio sia più vivo che mai. Linfa spettrale che alimenta ciclicamente gli ingranaggi della produzione, dal sesso al cibo, tramite una profilazione millimetrica e un controllo asfissiante. Solo che non si è più in grado di amministrarlo. Non è più di proprietà, per così dire, del portatore, ma in subappalto alle multinazionali della Silicon Valley che lo custodiscono nelle profondità oceaniche dove scorre il traffico di rete globale, e lo sfruttano a fini commerciali. Se l’uso prolungato e sistematico dei dispositivi sembra da un lato renderci abulici, tarpati e svuotati, dall’altro provvede a impiantare uno “strato” macchinico desiderante e autonomo sul nostro subconscio analogico e rende difficile, se non infattibile, distinguere il desiderio autentico da quello indotto. Siamo quasi dieci miliardi di piccole black box, per usare un termine caro agli ingegneri dell’automazione, dentro un’unica black box gigantesca. A dati input, in linea di principio, devono corrispondere certi output. E chi non si allinea ai capostipiti del profitto a tutti i costi e del denaro si autoesclude come un appestato dal gioco di società dei presunti sani. Hugo, in tal senso, non è che un voltagabbana indegno della seppur minima fiducia, un debole, un debosciato disertore che, pur avendo a disposizione gli strumenti per emanciparsi in una “proficua” scalata sociale, opera un’abiura totale e viene ghettizzato per inadempienze filosofiche e sciocchi crucci morali annodati in gola. Nell’incapacità (o meglio, nella premeditata e comminata impossibilità) di comprendere i nodi linfatici interni alla black box. Un passaggio al nero entro cui, come un illusionista, il post-capitalismo ha postulato promesse e celato segreti che, con “agentività” del tutto weird, riverberano sulle nostre “inutili vite” come spire di un campo magnetico. Estrella, Alice, Inigo e gli altri protagonisti del romanzo subiscono lo shock provocato dal cambio di paradigma del potere. Restano appesi a una visione datata del mondo, ancora imperniata sul servo-padrone, sul sadomasochismo eterodiretto tra due poli estranei e contrapposti, che si rimpallano l’energia del dinamismo e producono la Storia. Ma cosa succede se uno dei due poli si spegne? Cosa accade quando si ha l’impressione che non ci siano più catene né prigioni, che finalmente ci si sia affrancati e che ci si possa affermare in quanto individui per mezzo del denaro? La più grande vittoria del capitalismo è stata, da una parte, scorporare il senso di colpa dal mercato e, dall’altra, accorpare subdolamente il servo e il padrone, il sadico e il masochista, all’interno dello individuo stesso. Uno, unico e indivisibile, che detiene sia il virus che la cura, benché il prezzo per inocularsela sia a livelli massimi, un costo calcolato in mutilazioni e automutilazioni.  Stando così le cose, contro quale potere dovremmo combattere? Tocca davvero imboccare la metaforica (o forse no?) via della privazione, della rinuncia, del non-essere?




  1. A quali grandi scrittori o registi hai guardato con interesse? Fra gli italiani ho ravvisato qualche punto di contatto con Giuseppe Genna. Che ne pensi?


Raccolgo l’input su Genna e ti ringrazio per l’accostamento. La letteratura, tanto quanto il cinema o le arti figurative, covano in sé la strana malia, l’innominato potere di far esistere sul serio le cose di questo mondo: persone, animali, drammi, tragedie e felicità, grumi residuali di passato e fumi corrotti di ricordi, e civiltà, tutte le civiltà, e “opulente e vanitose” società inseguite dalle ombre dei futuri possibili; di rendere tangibile e vero il reale, pur nell’assolutamente menzognera intangibilità letteraria, attraverso cornici estetiche capaci d’inquadrare uno stesso oggetto alla luce di una gamma infinita di sfumature, dalla più turpe alla più santa. Senza mercanteggiare una squallida (e innecessaria) sintesi. Questo tipo di autori e autrici (lascio in calce un elenco esteso) hanno attratto il mio interesse. Artisti capaci, con una sola parola, o col fulmineo guizzo di un’intuizione, di raschiare le tonnellate e tonnellate di carne umana raccolte nello sterile grigiore quotidiano dell’ovile impoetico, produttivo e ingegnerizzato. Quegli artisti che riescono a innescare batterie interminabili di punti di domanda nati per statuto orfani di una qualsiasi risposta, che non sia quella data dall’esigenza poetica – questa grande assente da quasi tutti i palinsesti artistici contemporanei. Con loro si rimane in bilico tra lo stupore e l’angoscia, il baratro e il paradiso, e di certo – qualità da non sottovalutare, specie oggigiorno – leggendo o guardando le loro opere non si avrà mai l’impressione di essere cavie di una qualche catechesi sperimentale di partito o di una subdola messinscena attuata a fini utilitaristici e morali, per trarre l’acqua verso questo o quell’altro mulino. Contro il mondo e contro il cielo. Contro se stessi. Così dev’essere. Così è, se vi pare, la letteratura.




Elenco esteso: Luois-Ferdinand Céline, Philippe Grandrieux, Agota Kristof, Lars Von Trier, Venedikt Erofeev, Virginia Wolf, Fëdor Dostoevskij, Curzio Malaparte, Sion Sono, Osamu Dazai, Felipe Polleri, Gabrielle Wittkop, Sergej Dovlatov, Takashi Miike, Sara Kane, Henry Miller, Michel Houellebecq, Abe Kobo, Clarice Lispector, et al.  





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