The meaning of groove | Alex Fernet
- 18 mag
- Tempo di lettura: 8 min
In questa rubrica ci interrogheremo insieme ad artiste ed artisti sul modo in cui concepiscono il senso del groove, sulla relazione fra suono e resa emotiva e in generale sulle influenze che l’ascoltare musica esercita sul processo creativo e generativo del produrre musica.
Funziona in modo molto semplice: ogni artista coinvolt* fa una playlist che racconti il proprio mondo musicale, le proprie influenze e i propri ascolti, presenta il proprio progetto musicale e risponde a sei domande
Numero 02: Alex Fernet
Per il secondo numero abbiamo rintracciato e agganciato Alex Fernet, artista bassanese poliedrico e sofisticato, che dopo l'esordio del 2021 con il singolo "1 2 3 Stella", pubblica il suo primo disco "Luicidanotte" (2023) per la statunitense Peoples Potential Unlimited (PPU) e l'italiana Costello's Records. Da subito apprezzato da stampa, artisti e addetti ai lavori, si esibisce in alcuni dei più importanti festival italiani e, a inizio 2024, viene segnalato da Rolling Stone Italia tra i nuovi artisti da tenere d’occhio. A febbraio 2025, in collaborazione con North Of Loreto (side project di Bassi Maestro), pubblica "Disco / Diavolo Blu", stampato in 12" da Maledetta Discoteca e seguito da un mini-tour nazionale prodotto da Costello's Records e Django Music. Il suo secondo LP “Modern Night” è uscito il 24 settembre 2025 per Bronson Recordings / La Zona d'Ombra. __ INTERVISTA 1
Partiamo dal principio: riesci a risalire al momento in cui hai capito che la musica avesse il potere di farti venir voglia di muoverti, che toccasse corde speciali che la rendevano diversa da qualsiasi altra cosa? In altre parole: raccontaci la tua prima esperienza con il groove
Ci sono alcuni filmati VHS di quando ero bambino - che ho rivisto da poco - che mi riprendono mentre ballo sul divano di casa. Devo ammettere che ho notato un certo ritmo nel mio movimento, per quanto infantile! Inoltre, ricordo in modo abbastanza lucido un episodio (sempre di quando ero bambino ma un po’ grandicello): battevo le mani sulle ginocchia a mo’ di batteria e i miei genitori, sorpresi dalla complessità del “beat” che stavo eseguendo, esclamarono che, di certo, il ritmo non mi mancava! Ricordo anche che durante la scuola media, quando volevo sentirmi un “rockettaro” diverso dagli altri, apprezzavo comunque la “meno trasgressiva” disco music proprio per il suo ritmo irresistibile, capace di far muovere il mio corpo in modo incontrollato. Durante le superiori, quando cominciai a suonare con le prime band e a scrivere musica, iniziai ad approfondire ed esplorare il ritmo ed in particolare a sperimentare con cosiddetti i “tempi dispari”. Questi difficilmente riescono ad essere groovy (sebbene possano pur sempre esserlo!) ed infatti con il tempo ho fatto un passo indietro e ho intrapreso un percorso di semplificazione (la quale, spesso, è più complessa). Come disse il maestro Ennio Morricone in merito alla “primitività” del ritmo: esso “è l’ossessione del cuore, l’ossessione del corpo [...] della respirazione. Siamo noi”. Il groove siamo noi.
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In neuroscienze è stato dimostrato che, quando ascoltiamo musica -e in particolare musica con delle particolari caratteristiche- la frequenza dell’attività cerebrale si sincronizza con quella del suono, creando una connessione completa, e questo fa sì che sentiamo e percepiamo la musica come parte di noi, quasi fosse il “suono del nostro cervello”. L’insieme delle caratteristiche sonore e ritmiche che creano questo effetto è definito groove. In che modo definiresti tu il groove? Che cosa contribuisce a costruirlo?
Per me il groove è, appunto, coordinazione. La condivisione di un ritmo. Coordinazione sia rispetto ad una musica, ad un ritmo, ad un oggetto (per esempio la freccia o il tergicristallo di un auto) ma soprattutto rispetto ad altri individui. E’ come se il groove, di per sé, come caratteristica misurabile, non esistesse. È un fenomeno che esiste quando più elementi si coordinano e generano la “sensazione” di un ritmo, l’”emozione” di un ritmo. Il groove è una pulsazione, una frequenza che per esistere deve coinvolgere più “corpi” (vale anche ascoltando una registrazione, ma in questo caso il coinvolgimento avviene distante nello spazio e nel tempo).
Il groove non è il ritmo stesso o il tempo stesso: non basta solamente saper andare a tempo per avere groove, bisogna saper plasmare - anticipare o ritardare microscopicamente - il tempo, così come il groove non coincide meramente con il saper andare a tempo, anzi, il groove può generarsi anche su un ritmo che modula la propria velocità. Per come la vedo io, è più facile che il groove si crei se ci sono più elementi che eseguono figure ritmiche diverse ma che "sottendono" la stessa pulsazione; mentre è più difficile generare groove con un solo elemento, per esempio, unicamente con una cassa dritta la quale, senza tutto un “contorno” di altri contributi ritmici, non dice nulla - sebbene, per assurdo, questa corrisponda esattamente al “bpm”, al battito di un ritmo. Per questo motivo, per ottenere il groove perfetto, secondo me, bisogna riuscire ad incastrare e “coordinare” il minor numero di elementi possibili e necessari.
Infine, sempre secondo me, a dimostrazione di tutto ciò, l’unico modo per imparare ad andare a tempo e, successivamente, avere groove è suonare (o anche solo battere le mani) con gente che sa andare a tempo e che ha groove.
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Ci sono alcune caratteristiche che tendono a scatenare l’effetto groove sulla maggior parte delle persone. Ma ci sono anche sfumature soggettive: c’è chi è più naturalmente spinto a muoversi sentendo un certo suono e chi sentendone un altro. Ti viene in mente una situazione in cui hai sentito l’impulso a muoverti con la musica anche se nessuno sembrava sentirsi allo stesso modo? Ti va di raccontarcela?
Ultimamente, ad una serata, ho notato che la gente molleggiava durante la “parte techno” del dj set. A volte trovo la cassa dritta alienante, così come i set fermi a 130 bpm per tutto il tempo. Durante la “parte funky”, invece, con la cassa più sincopata e variazioni nel ritmo di brano in brano, ero decisamente più portato a ballare a differenza delle altre persone che, evidentemente, preferivano la cassa dritta a 130.
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C’è una dimensione di ascolto musicale che possiamo definire “impegnata”, per la quale ci servono attenzione e concentrazione per cogliere tutte le sfumature e le declinazioni del suono. E ce n’è un’altra in cui la musica funge più da sottofondo, senza ingaggiare il nostro ascolto in modo cosciente. Per te esiste questa distinzione? E se sì, in che modo il diverso tipo di ascolto cambia il modo in cui la musica viene prodotta?
No, non credo del tutto a questa distinzione. Per esempio quella che un tempo era considerata “library music” o "elevator music” oggi viene riprodotta con altre finalità e proposta per un altro tipo di ascolto più impegnato. La stessa musica classica che nel Settecento e Ottocento era apprezzabile solamente recandosi in chiesa o in un teatro (e perciò presupponeva tutto un rituale ed una certa concentrazione) oggi possiamo fruirla scrivendo “playlist classical” su Spotify e farne un ascolto spensierato e rilassante che accompagna le nostre docce, le nostre cenette, i nostri pisolini. In sostanza, quella che era sofisticata “musica da camera” o musica religiosa diventa un sottofondo musicale, quello che era uno stupidino sottofondo musicale diventa una musica degna di ascolto attento e profondo. Ciò non toglie, rispondendo alla domanda, che si possa produrre consapevolmente della musichetta “facile” - la cui finalità per esempio è Tik Tok - conoscendo le logiche di quel mercato e di quel repertorio o, al contrario, produrre una composizione sofisticata, magari inascoltabile ai più, il cui unico scopo è esprimere la propria arte.
Allo stesso tempo può succedere che una canzone piuttosto sconosciuta e nata per essere “una cosa seria” venga utilizzata, per esempio, per una pubblicità. Da quel momento essa diviene famosa perché associata a tale spot: il suo ascolto passa improvvisamente dall'essere “impegnato” e di nicchia ad essere il “sottofondo” conosciuto da tutta la massa - e non per colpa sua!
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Una mattina ti svegli e ti accorgi che lo strumento o la tecnica o l’elemento ritmico o sonoro che sei più abituat* ad associare alla creazione del groove non esiste più. Quale sarebbe e in che modo lo sostituiresti?
Sono un chitarrista ma mi diletto - credo tutto sommato bene - anche al basso. Probabilmente il basso è lo strumento con cui cerco il più possibile il raggiungimento del groove. Oltre alla “componente melodica”, infatti, nel basso è fondamentale la “componente ritmica” e l'incastro tagliente con la batteria. Perciò, se domani mattina sparisse il basso dalla faccia della terra, credo ripiegherei sulla batteria che, ahimè, non suono molto bene. Sarebbe un bel pretesto per imparare a suonarla!
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Chiudiamo così: consigliaci tre brani/tracce/album che associ a tre diverse declinazioni del groove, ciascuna diversa dall’altra
Per rispondere a questa domanda farò una cosa che non è molto da me: anziché citare “chicche” sconosciute prenderò come esempio tre canzoni molto famose riportando, però, tre relativi aneddoti che non credo siano altrettanto famosi. Questi tre aneddoti sono le “ricette segrete” che conferiscono così tanto groove ai relativi brani; sono quei dettagli invisibili che però fanno la differenza (eccome se la fanno!).
Thriller - Micheal Jackson
Prendo come riferimento uno dei brani che ha venduto di più al mondo non tanto per il brano in sé (che comunque resta super groovy!) ma perché ho scoperto, grazie ad un video del mitico Rick Beato, che il bassista in Thriller, ovvero Greg Phillinganes, suonò il giro di basso in “loop” per l’intera durata del brano senza mai perdere un colpo. Può sembrare una inutile fatica nel tempo del “copia-incolla” ma, come dice Greg stesso, questo è il vero e unico modo per generare dinamica, generare groove, divertirsi.
Let’s dance - David Bowie
Il produttore artistico di questa canzone è nientepopodimeno che Nile Rodgers il quale in una intervista per Fender ci racconta come è nata una delle hit più famose di Bowie. Durante le registrazioni successe una cosa più unica che rara: un delay (ovvero un effetto che genera una ripetizione del suono come un eco) rimase acceso erroneamente e, nel momento in cui Nile Rodgers suonò l’iconico giro di chitarra di Let’s Dance, il marchingegno (con un settaggio assolutamente casuale) generò una ripetizione del suono che, per pura coincidenza, si abbinava benissimo alla ritmica del giro in questione e, anzi, lo rendeva ancora più particolare ma soprattutto groovy.
“Giocare” con i delay - metterli a tempo per quarti, puntati, sedicesimi e così via - è un ottimo modo per generare groove. Si tratta di quella stessa tecnica su cui, fondamentalmente, si basa la musica dub e che è molto utilizzata anche nella musica elettronica.
Stevie Wonder - Higher Ground
Se si parla di groove e soprattutto di shuffle non si può non citare Stevie Wonder. Un musicista che sapeva come groovare con se stesso dal momento che oltre a voci, basso, tastiere varie ecc questo genio del groove registrava in prima persona la batteria. Da un video o un file audio che ahimè non riesco più a trovare si è scoperto che SW registrava contemporaneamente voce e batteria (dai microfoni della batteria, infatti, rientra la voce e viceversa). Batteria e voce sono i due elementi principali e fondamentali di una canzone nella resa del proprio sound e groove: poterli ma soprattutto saperli registrare assieme è una scelta ed una tecnica che solo poche persone possono permettersi.
Ho scelto questo brano in particolare per la presenza di molte sovraincisioni di clavinet (settati su diversi registri) che interagiscono tra loro per mezzo di unisoni e contrappunti e che generano un wall of sound ed un groove irresistibile.
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PLAYLIST
Ascolta qui la playlist di Alex Fernet
https://open.spotify.com/playlist/5B9ujJBE47BNx011l9RRuE?pi=b88U76QiTWCcD
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