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Racconti | Fame




 

Racconto di Lorenzo Del Corso Illustrazione di Margherita Piovani Editing di Lorenzo Vercesi

 




*




Ho una colpa inesprimibile.

Ogni giorno, per tre volte, ho bisogno di nutrirmi. Con un senso d’ombra mi nascondo, in cerca di un angolo in cui consolare questa vergogna: dopo essermi seduto, osservo le farfalle che ho fra le mani. Sono vive quando entrano nella mia bocca. Provano a sbattere le ali, ma si incastrano le une alle altre, sbattono nelle arcate dei denti. L’agitazione fa sudare la mia lingua e le mie gengive. Le farfalle lentamente annegano, si ammorbidiscono come ostie incollate al palato. A quel punto il loro sapore dolce e pungente mi penetra nel cranio, e posso ingoiarle.

Dopo aver mangiato entro in uno stato di grazia aliena: la colpa si addensa, assume i contorni del grumo, si accomoda sulla cima del mio stomaco e lì ozia meditando con una lunga pipa.

Generazioni di farfalle sono nate intorno a me e dentro me si sono estinte. Crescono dentro casa. Ho imparato a prendermi cura di loro, ho selezionato quelle più saporite, più remissive e prolifiche. Le pareti trasudano di bozzoli di seta. I bruchi mi adorano: quando rientro mi accolgono genuflessi, nervosi, impazienti, mentre dalle tasche estraggo le mille varietà di foglie dei giardini pubblici e le spezzo sopra di loro come pane messianico. Ho spogliato centinaia di alberi: sono convinto che dalla dieta del bruco discenda la bellezza della farfalla, e quindi il suo sapore. Ho imparato a riconoscere le nervature più dolci, i margini più seducenti. 




Non posso vivere di prodotti processati, confezionati, sotto vuoto, sotto tono.

Per anni ho vissuto convinto che fossero stati mia madre e mio padre, e i loro genitori di volta in volta a trasmettermi la fame. Ho bisogno di pensare che questo nodo, questo legame tra colpa e bellezza, non sia nato in me. Sono sicuro che è esistito un tempo in cui bastava osservare per potersi saziare: oggi non è più così. Nei momenti in cui il mio cinismo era alimentato da un’adolescenza acerba, ho persino capito che non ero il solo, che tutti gli altri intorno a me ne vivevano, perché avevano ereditato la colpa: il bisogno di fare violenza per poter contemplare. 




Ho iniziato a mangiarle da bambino. Ero molto piccolo, è una fase normale della crescita. Attraverso la bocca conosciamo il mondo. Crescendo molti si dimenticano che la bellezza non è solo una cosa che si vede: ha un sapore, un suono, una consistenza, un odore. Gli altri bambini giocando si infilavano in bocca le formiche, i fiori del trifoglio, le margherite; io li seguivo, esploravo con le mani, gli occhi e la bocca la dimensione del prato. Fu lì che mi accorsi dell’armonia organica delle farfalle. 

Gli adulti ci inseguivano pigramente, ci fermavano spiegandoci cosa è buono e cosa no. Io catturai nella gabbia delle dita un bellissimo esemplare arancione e nero. Lo inghiottii velocemente mentre gli adulti mi guardavano.

Spezzarono il mio piacere incrinando la loro faccia dal disgusto. Capii che l’incontro con la bellezza non sarebbe stato privo di conseguenze. 




«Se i graffi sulla pelle se li è procurato da solo, a causa di questo prurito che mi ha descritto… le confesso che potrebbe essere un’allergia. Un’intolleranza verso qualcosa che mangia. Come le ho già detto, la cosa migliore è fare delle analisi. Sicuramente questo tipo di escoriazioni, questi pruriti che la portano a scorticarsi, possono essere causati anche da pollini. Questa è la mia diagnosi: il polline. Abbiamo detto che passa molto tempo al parco, anche perché è costretto ad attraversarlo per andare al lavoro… Le posso fare un certificato per un paio di settimane, non di più, con la promessa però che torni da me con le analisi. Stare un po’ a casa, ora che è primavera, dovrebbe darle un po’ di sollievo. Le segno anche delle pomate. Un’altra cosa, scusi, una curiosità. Mi ha detto che vive nel quartiere di fronte al parco, vero? Il paziente che era qui prima di lei, che è anche un mio caro amico, un suo vicino, mi ha detto, mi perdoni per il pettegolezzo eh, non si offenda, mi ha detto che dalla finestra di casa sua si vedono in continuazione volteggiare farfalle. Casa sua è famosa perché riempie il quartiere di bellezza: è per caso un amante degli animali?».




Penso che tutto sia iniziato dopo un’abbuffata. Una notte avevo così fame che mangiai bruchi e farfalle insieme, incapace di distinguerli, nel buio. Li sentivo fuggire sotto i mobili. Mi riempivo le mani, a manciate cercavo di saziarmi. E con la mia sazietà aumentava la colpa: la sentivo lacerarmi, mentre di nascosto continuavo a mangiare senza sosta, al buio della mia casa, al riparo anche da me stesso. 

Così iniziò la muta, un’orbita lenta e dolorosa. Ogni giorno grattando le abrasioni aprivo una nuova crepa nel mio corpo. Un prurito costante, piccole galassie di pinzi e abrasioni che io grattavo di continuo, finché la pelle non si è smagliata e ricoperta di ferite. Cicatrici disegnate su tutto il corpo dalle mie unghie. Quella era la forma della vergogna.

Non so se gli altri vedevano la mia metamorfosi: convivevo senza esistere al loro fianco, mentre il mio corpo si incartocciava lentamente. Gettavo uno sguardo nascosto sul loro viso, sulla loro pelle: erano così normali. Cercavo di indagare il loro pensiero, ma mi distraevo nel volo obliquo e disturbato di qualche farfalla bizzosa. Avrei voluto catturarle e portarle a casa, con me per sempre. Ma loro, gli altri, si accontentano di vederle svolazzare tra gli alberi di una corte, attraverso portoni rimasti semiaperti.

Vergogna, colpa e fame mi prosciugavano; infine mi ritirai in casa. Ma la vicinanza continua alle farfalle alimentava il mio appetito. Avrei dovuto imparare l’astinenza; ma ero solo, in pasto ai miei istinti. Sempre più solo, un tiranno sanguinario assetato di vita.








Un giorno infine sono uscito dal corpo di muta, stanco e umiliato. Io e il corpo mutato ci siamo osservati. «Che cosa hai fatto!» mi ha detto pieno di terrore. Io sono strisciato sotto al letto pur di non rispondere.

«Ne hai mangiate troppe!»

«Avevo fame»

«Ora come faremo?»


Non gli ho risposto. Lui ansimava, disperato. Dopo qualche ora di silenzio ha iniziato a trafficare per casa. Ancora non so in cosa sia indaffarato, ma non sta mai fermo. Solo quando dorme, nel letto sopra di me, i suoi movimenti si riducono. Io invece sono tutt'uno con l’insonnia. È così da giorni: lo sento pulire, mettere in ordine, sbattere le tende. Tre volte al giorno mi porta un piatto di farfalle in una porzione da ospedale. Da quando il certificato è scaduto, ha ricominciato a uscire per tornare al lavoro. Sembra che di là, fuori dal mio mondo sotto il letto, qualcosa sia cambiato.

Il corpo mutato si prende cura di me, fragile e diafano. Nessuno sa che io sono nascosto nella mia colpa, deposto sotto il letto. Nessuno sa la nostra vita di dissidio. Lo sento rientrare in casa e chiamarmi con voce calda. Poi vedo la sua ombra muoversi in camera, vedo le sue scarpe. Si abbassa e mi sorride. Mi porge un piatto di farfalle vivaci, sa che muoio di fame. 

Mentre le addento una ad una loro mi zampettano fra le dita. Sento che lui si affaccia alla finestra: lascia uscire le farfalle e saluta i bambini per strada e i vecchi sulle panchine, come un pontefice che si protende dai rami di una quercia. Parla con i vicini, che lo ringraziano e lo salutano. Sento però che tutti osservano con meraviglia i flussi di farfalle, so che lui le ha quasi liberate del tutto. Le immagino scherzare con le foglie del parco, quelle stesse di cui si sono nutrite per generazioni. 


«Non capisco perché non voglia fare le analisi. Il fatto che ora si senta meglio non vuol dire che stia bene. È vero, la sua pelle mi sembra molto più luminosa, ma non sappiamo cosa è successo. Forse c’è qualcosa dentro di lei che non funziona: ma finché non mi fa quelle analisi, io non posso aiutarla»

«Quella cosa dentro me non c’è più».


Ho guardato sotto il letto per dire al corpo colpevole cosa mi aveva detto il dottore. Ma era sparito. Al suo posto c’era un uovo trasparente. Era lui: si era raggrinzito e asciugato del tutto: è rimasta solo la colpa. L’ho presa. Quell’uovo, in fondo ero stato io: potevo tenermi in mano. Volevo romperlo, avrei potuto stringerlo e disintegrarlo ora che il nostro dissidio si stava per compiere. Ma ho provato un senso di incommensurabile pietà di fronte ai resti del collasso del mio passato. Avrei potuto inghiottirlo, ma non avevo alcun bisogno di assimilarlo. Avevo bisogno di portarlo con me, ma non di distruggerlo. Dopo averlo osservato, ho adagiato l’uovo della colpa nella nicchia del mio cuore; lì dove lui sentiva la fame di farfalle. 

Col tempo, senza che me ne accorga, dall’uovo inizieranno a germogliare vene, tendini, fibre; e inizierà a sudare sangue.




Chissà se gli altri che vedo intorno a me sono corpi colpevoli o mutati. Chissà se hanno compiuto il ciclo del dissidio. Chissà quanti hanno potuto inghiottire sé stessi, quanti sono nascosti negli angoli delle loro case e quanti invece sono solo proiezioni vuote di un’idea d’uomo da rendere pubblica.

Ogni mio pensiero fa sudare l’uovo, e per ogni stilla che dall’uovo gocciola dentro me, io divento più leggero; goccia dopo goccia dopo goccia, cammino sulle punte, goccia… i piedi scivolano sul marciapiede, goccia, goccia… inizio a levitare.

Seguo una corrente inconsueta fra le torri di cemento, una brezza incauta infiltratasi fra i terrazzi. Risalgo lentamente ogni singolo grado della troposfera. Nel vertice del cielo le persone mi osservano, leggero e indifferente, irradiati da una confusa aura di meraviglia. Si godono la visione, non sapranno mai cosa è stata la mia angoscia.

Salgo fra nuvole vergini e incontaminate, mentre l’uovo continua a gocciolare sempre più rapidamente. Nel ventre gelido della nube, una coorte di farfalle, proveniente da chissà quale prateria o spiaggia, mi vede e si innalza: mi hanno riconosciuto. Vagano attorno a me come un anello di fiori. La danza dura una manciata di interminabili secondi, poi, nel turbine di petali danzanti, una ad una inizieranno a baciarmi, per vendetta. 



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