Racconti | Il Cimitero dei messaggi in bottiglia
- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 5 min
Testo di Roberta Russo Vizzino
Illustrazione di Stefano Togni (Ser)
Editing di Yuri Sassetti
Puzza di carogna. Cammina davanti a me per farmi strada. Come se ne avessi bisogno. Ha l’odore delle cantine abbandonate. Di mosto. Piscio. Carne guasta. Si volta spesso a controllare se me ne sono andata. Non gli sembra vero che lo abbia seguito: una ragazza borghese e ben vestita che segue un ubriacone lercio in una macchia di campagna. Il vecchio barcolla, parlando in una lingua a metà tra il tedesco e il circense. Ogni tanto si ferma e ride, come se avesse ricordato qualcosa.
«Regalo favole,» mi ha detto per convincermi. «Vuoi vedere?» e così l’ho seguito.
Quando entriamo nella catapecchia prende dalla tasca un accendino. La fiamma si accende, si spegne, si accende. E ogni volta vedo una faccia diversa del vecchio. Una volta è mio nonno. Una volta è Kafka. Una volta è un albero bruciato. Una volta sono io nel viso di mio padre. È un’intermittenza d’amore, quella tra il vecchio e la stanza. Accende una candela solo per me. Kurt, così dice di chiamarsi. Si addentra nel buio, nei detriti, nell’immondizia. Io mi dico che forse questa sarà l’ultima cosa che faccio. Inspiro e lo seguo. Il vecchio apre una porta che non dovrebbe esserci. Ha trovato l’ingranaggio segreto. Il passaggio nascosto tra i muri. In un mare di macerie, ecco il tesoro di Kurt. Dentro non si contano più le bottiglie. Ce ne sono della Pepsi. Del succo di frutta col tappo di plastica. Dei flaconi della farmacia. Del latte. Persino fiaschi di Chianti col fondo di cera. Contengono tutte bigliettini arrotolati, ben visibili in trasparenza e – a volte – piccoli oggetti. Piume. Biglie. Foglie o caramelle. I messaggi sono dei più diversi. Ce n’è uno che parla con precisione contabile di un mondo popolato da novantasei piante grasse senza spine che danno abbracci morbidissimi. In un altro si dice di voler vivere due anni in un ascensore, per muoversi protetta dall’acciaio. In uno si pregano tutti gli dèi insieme. In uno c’è una richiesta di ibernazione temporanea. Il vecchio maneggia le bottiglie con cautela, come se fossero oggetti radioattivi.
«Sono trappole,» dice. «Ti leggono dentro, quando le apri. Ma io le tengo buone perché prima di aprirle chiedo il permesso. Guarda.»
Accarezza piano una bottiglia. La tiene in braccio come una neonata. Come se le desse il biberon. Svita il tappo. La inclina piano. Lascia scivolare il biglietto. Poi la depone in un punto, come la mettesse addormentata nella culla. Mi passa i biglietti. Uno per uno. Li legge con l’enfasi circense, ma bisbigliando.
«Le bottiglie aperte non vanno svegliate» dice.
L’ordine meticoloso del rito contrasta quella discarica di casa. Man mano che leggiamo, appoggia il biglietto accanto alla sua bottiglia custode.
“Ho aspettato che dormissero tutti per scappare. Ho portato mia sorella e un palloncino a forma di pollo. Dopo però ci hanno trovate.”
“Papà dice che le donne non si toccano neanche con un fiore. Mamma oggi sputava un sacco di rossetto liquido nel lavandino.”
“Stanotte ho combattuto con le tartarughe giganti. Così mi sono venuti i lividi. È quello che ho detto ai carabinieri.”
“Oggi sono inciampata e ho fatto rumore mentre mia mamma dormiva. Mi ha detto che faccio schifo come quel bastardo di mio padre.”
“Quando dico una parola che non le piace, mia mamma mi strofina il peperoncino rosso sui denti. Ho paura di parlare.”
“Lettera per i vermi in giardino. Se ve lo mangiate, vi do il mio cuore. Basta che non lo trovino più.”
“Caro Dio, vieni a prendermi. Se non mi fai volare via ho la prova che non esisti.”
“In un altro pianeta le case hanno due porte. Una per chi bussa e una per chi apre (solo se vuole aprire).”
“Appena non guardavano sono scappata. Mi hanno cercata per tutto l’ospedale. Mi hanno trovata sul terrazzo. Forse era meglio se mi buttavo di sotto.”
“Quando loro entrano, io divento l’armadio. Il tappeto. Le sbarre alla finestra.”
“Ho bevuto una boccetta di profumo. Spero che mi blocchi il cuore. Non posso arrivare a dieci anni in questo modo.”
“Se piegate dritte le lenzuola, non vi tocca. È quello che dico alle mie bambole.”
“Oggi a merenda ho mangiato pane senza niente e ho lasciato il prosciutto per mia sorella. Menomale. All’ora di pranzo si sono dimenticati di venirci a prendere a scuola. Di nuovo.”
“Questa lettera è per gli alieni. Sono disposta a tutto. Me ne voglio andare.”
“Ai cani che abbaiano in campagna. Finché vi sento, so che sono viva.”
“Quando mi restano i segni, mia mamma mi punge con l'ago, evitando le vene.”
“A te che stai leggendo: ti prego, scrivimi una risposta. Anche se non sai cosa dire. Scrivere è già fare qualcosa… Qualunque cosa, ma non il silenzio. Non importa chi sei. Scrivimi lo stesso.”

Le bottiglie sono tutto quello che resta del mondo sommerso di qualcuno.
«Vedi che bel tesoro? Te l’ho detto che è casa mia.»
«No, non è vero.»
«E come fai a saperlo?»
«Perché era la mia. Li ho scritti tutti io.»
Kurt ride. La sua risata riempie la notte di campagna: brulicante ma senza testimoni. Mi mette le mani al collo e stringe. Sempre più forte. Chiudo gli occhi e provo a gridare. Scivolo in una paura imprevista. Un riflesso biologico. Nessuno lo saprà. Non lo dirà a nessuno. Non gli conviene.
«Avanti. Stringi, vecchio bastardo!» sibilo.
«Era quello che volevi. Perché ora ti dimeni? Non volevi che ti ammazzassi? Sì, tu lo vuoi.» Sento gli occhi che mi escono dalle orbite. Kurt mi guarda risoluto senza sbattere le palpebre. «Vuoi morire. Ma non vuoi fare la figura della vigliacca. Il lavoro sporco lo lasci a un povero barbone. Neanche questa responsabilità vuoi prenderti. Devi essere vittima fino alla fine. Per sempre. E io ti accontento. Io ti ammazzo, ma sono l’eroe. Ti ammazzo e sono il tuo salvatore.»
Do due deboli colpi all’aria come una triglia sul banco della pescheria. La colpa sarà sua, almeno. Penso: “È meglio farlo qui. Non c’è niente di meglio là fuori. È qui tutto quello di cui mi è mai importato. Dal primo ciuccio. A ogni elastico per capelli. All’amore dei miei familiari. È tutto ammassato qui. Tutto ciò che ho perso – materiale o immateriale – è stato risucchiato e portato qui dentro”. Chiudo gli occhi. Mi arrendo e crollo.
Quando li riapro il vecchio è scomparso, come se non ci fosse mai stato. Sono sola.
Tra le mani mi resta una bottiglietta blu. Tiro fuori il biglietto. Non è la mia scrittura.
Dice: “Torna quando sarai pronta a non amare sempre chi ti distrugge”.




Commenti