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Racconti | La malattia della rabbia


 

Testo di Arianna Cislacchi Illustrazione di Elisa Terranera

 

Ci hanno strappato dal nostro territorio. Feriti alle cosce, storditi alla testa. Condotti in questo luogo, fatto d’ombre e anime dimenticate. Mentre ci trascinano lungo il corridoio, riusciamo a sentire le grida. Gli odori, sconosciuti, come fratelli. Le pozze, i pianti, il sangue incrostato sul pavimento, impossibile da cancellare. Le pareti ascoltano e rimandano indietro, respingono gli orrori dell’uomo. Il legno scricchiola sotto le nostre schiene, la morsa metallica al collo stringe così forte da annebbiarci la vista. Perdiamo l’aria, dimentichiamo il mondo. Dietro le nubi forse sorgerà ancora il sole.


Abbiamo visto i loro volti, qualche secondo fugace. Sono grossi, corpulenti, con strane divise. Uno di loro ha estratto un oggetto dalla tasca. Si è messo a giocare con le dita, passandolo con destrezza da un palmo all’altro, poi ce l’ha puntato contro. Sembra una pistola. Non conosciamo i calibri, non ci intendiamo d’armeria. Siamo sempre stati dall’altra parte. Dal lato dei bersagli. L’uomo sorride, la follia regna nei suoi occhi. Si prende gioco di noi, prova a spaventarci, soffiando un "Bang" tra le labbra. E centra il colpo. Ci pisciamo addosso per la paura. Tremiamo, feriti, ansimando contro le assi. La stanza sprigiona ricordi, incubi, vomito. Non c’è posto per le belle memorie. Improvvisamente ci abbandonano lì, vanno verso l’ingresso. Discutono con fervore, ridono, sputano a un palmo dai nostri corpi. Sputi lunghi, studiati, per vedere che reazione possono avere due bastardi come noi. Restiamo distesi, manteniamo la calma mentre rantoliamo, aumentando la salivazione. La rabbia si fa spazio, caccia via il terrore, torniamo lucidi. Dove siamo. Perché siamo qui. I nostri sguardi cercano risposta, una traccia, qualsiasi cosa. Notiamo una recinzione di metallo. Un cerchio perfetto. Mozziconi di sigaro sparsi ovunque. Residui di carne bruciata. Poi udiamo un fischio. La porta si spalanca e s’accalcano dal nulla uomini dal passo pesante, con i loro rumori, le grida, i borbottii che echeggiano nell’aria. Stiamo recuperando le forze. Le ferite non spurgano più, il dolore ci dà tregua per un momento. Ma l’uomo con la pistola torna da noi quasi correndo, e con un colpo secco sulla coscia livida intima ad alzarci. Il flusso scuro riprende a sgorgare, scivola fino all’estremità, s’annida tra la peluria. Ci accucciamo impotenti contro un angolo di muro, l’umidità penetra negli occhi. Secrezioni giallognole ci impregnano occhi e naso, la vista è di nuovo macchiata. Più ci colpisce, più è impossibile per noi recuperare le energie necessarie, anche solo per addentare l’aria nei polmoni. Attorno alla recinzione s’è raggruppata una folla notevole. Inspiriamo nell’esatto momento in cui il pazzo smette di massacrarci, ed è lì che una scia familiare ci investe come una folata di vento. Quell’odore tanto amato, venerato, disperatamente conosciuto. Battiamo la coda sul pavimento, solleviamo i nostri animi, ma non diamo tempo alle ossa di fortificarsi. Il suo tocco raggiunge la nuca, le orecchie, gratta, ci accarezza con dolcezza e noi siamo le creature più felici della terra. Ma la gioia e la fedeltà che tanto ci assorbono, vengono spazzate via da un pensiero, un impulso, un orrore che fa roteare i nostri occhi. E ci fissiamo, a vicenda, con affanno, la bocca asciutta, la lingua di fuori e i denti ricoperti di sangue rappreso. Cosa ci fa lui, qui? Come ha fatto a trovarci?

E mentre ci poniamo domande, ci illudiamo che la risposta non sia quella che gli sentiamo pronunciare dalle labbra, lui inarca le sopracciglia e si stringe nelle spalle, afferrandoci il muso.

Lottate come si deve, amici miei.


Poi si alza, s’allontana con la sua giacca che odora ancora di cibo, di campagna, di sudore. Veniamo afferrati per la collottola, ma non è la presa di una madre, è una morsa diversa, d’uomo, di ferocia e rancore, che ci trascina lanciandoci letteralmente nel recinto. Alziamo polvere, le ferite s’imbrattano, l’infezione avanza lenta. Ansimanti ci sfioriamo i corpi, annusiamo, scrutiamo, lecchiamo le parti intime, assicurandoci di stare bene. Agli uomini non piace vedere scene sdolcinate, ci insultano, urlano, fischiano, non comprendono il nostro legame fraterno perché loro stessi tradiscono i propri. Non abbiamo tempo per capire: l’uomo con la pistola si mette in mezzo a noi, ci separa con un bastone. Dentro il campo di lotta fanno entrare un incrocio spaventoso. È così grosso che siamo costretti ad alzare il muso. Ci appiccichiamo l’un l’altro cercando coraggio, in fondo siamo solo pastori, cuori di gregge, certamente guardie di casa, ma mai attaccheremmo un nostro simile se non per difendere la vita.

Chi ti costringe a farlo, amico. Fermati finchè sei in tempo.


Ma quello non è nostro fratello. Non sa di esserlo. È stato cresciuto per un solo scopo. Eseguire gli ordini. All'eco di uno sparo, ci attacca senza pietà, sentiamo le fauci su di noi. Una battaglia estenuante, e seppur siamo in due, lui è cento volte più resistente. Non sappiamo quanto tempo sia passato, gli unici suoni attorno sono le risate e i piagnistei degli esseri umani. Siamo distesi a terra, ricoperti di liquido ramoso e vermiglio. C’è odore di ammoniaca nell’aria, penetra le narici come un veleno. Vogliono che ci alziamo, vogliono che crepiamo. Poi, senza spiegazioni, portano via quella bestia, trascinandola con una rabbia che non trova ragione. Non riusciamo a vedere molto, i nostri occhi sono incrostati di polvere e sangue, ma la sottilissima visuale ci basta per notare il nostro uomo, proprio lui, che afferra della carta e raccoglie, passa e raccoglie circumnavigando il cerchio metallico, stringendo mani, prendendosi due pacche sulle spalle, in uno scroscio di applausi e incitamenti. Lo vediamo avvicinarsi a noi con il suo dolce sorriso, e la coda scodinzola di nuovo gioiosa. E ci odiamo per questo. Odiamo noi stessi, l’esser così fedeli, buoni, devoti, desiderosi di quel tocco, di quel volto che è sempre stato solo per noi. Si china sui nostri corpi deformi, accendendosi una sigaretta e aspirando con lentezza; ci guarda e i suoi occhi trasmettono una nota di disgusto nel vederci ridotti così. Nessuna pietà. Solo disgusto; cosa siamo diventati se non sacchi di materia organica, nemmeno più degni di possedere una forma reale di quel che siamo, dal giorno in cui siamo nati.





Sapevo non ce l’avreste fatta. Continuate così belli miei. Perdete. Perdete ancora, mostrate la vostra fedeltà. Così papà porterà a casa un mucchio di soldi e potremo vivere ancora felici, insieme. Come abbiamo sempre fatto.

Percepiamo il tremolio del nostro padrone. Sentiamo la sua agitazione. Il sudore gli cola lungo il viso, lo imperla, come fredde gocce di rugiada. Avvicina una mano verso di noi nel tentativo di una carezza. Notiamo le vene pulsanti scavare sotto pelle, quella pelle lattiginosa costellata di lividi per il duro lavoro. Non appena le dita toccano le nostre orecchie, ci scostiamo mostrando i denti. La repulsione scorre veloce, improvvisa, fa tacere la coda in quegli atteggiamenti festaioli. Non vogliamo che ci tocchi, non vogliamo che ci mostri il benché minimo segno d’amicizia.

Vogliamo solo che sparisci nel nulla. Che il tuo corpo possa dissolversi, che la materia di cui sei fatto si disintegri completamente disperdendosi nell’aria. Desideriamo vederti concime per i campi, carne da macello. Il tuo tocco ci disgusta.


Udiamo i nostri cuori devastarci. Sentiamo il battito accelerare, un’imminente catastrofe sta per investirci. Ci rialziamo lentamente sulle nostre zampe, tendiamo il muso avanti, asciughiamo i nostri occhi con grosse leccate, e puntiamo l’uomo che da sempre ci ha accuditi e sfamati. Quello inizia a indietreggiare, nota il mutamento e corre verso l’uscita. La folla si zittisce. In quell’atto di silenzio, scoppia un grido e tutti corrono via, nascondendosi a grappolo dietro la porta, afferrando scope, oggetti per difendersi, per poi gettarli a terra e sparire alla vista del sangue che imbratta loro i vestiti, come meravigliosi schizzi su tela. La porta resta spalancata e dal corridoio giunge una luce che brucia l’atmosfera. Qualcosa ha preso vita dentro di noi. E prima ancora di lottare con la nostra anima, col nostro essere, prima ancora di chiederci cosa stia accadendo a ciò che eravamo sempre stati, la nostra bocca annega nel sangue acido e vecchio del nostro umano. E così le zanne dilaniano la giugulare, straziano gli occhi, le labbra, le orecchie, il petto. Nessuno si avvicina. Nessuno viene a salvarlo. Ancora una volta, l'uomo abbandona il fratello. Lo abbiamo osservato mentre si dibatteva, credendo in qualche modo di potersi liberare. Ma abbiamo colpito con una certa violenza. Girato e rigirato più volte su se stesso. Il suo corpo si è contorto, una vibrazione in quegli ultimi spasmi che i polmoni hanno rilasciato. Il suo viso irriconoscibile, dove ancora riusciamo a cogliere la sorpresa. Il terrore. Il pentimento. Ci scostiamo da lui, lecchiamo il ventre, ci crogioliamo nella pozza calda formatasi sul pavimento. Le sue palpebre si abbassano sfinite, un tremolio come se dormisse. Anche noi necessitiamo di dormire. E sospiriamo accanto a lui, muso contro muso, organi contro organi. Siamo invasi dal dolore, dall'afflizione, quando non volevamo fare altro che correre nei campi, scaldarci vicino a un camino, vivere per qualcuno. Ma la disperazione ci ha guidati verso un destino diverso.


Gli uomini si assomigliano tutti. Se li guardi con attenzione puoi notare la stessa peluria, lo stesso viso, la stessa corporatura, le stesse azioni. Ma lui era diverso. Aveva negli occhi la nostra disperazione.

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