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Racconti | Mater Venefica


 

Testo di Francesca Casella Illustrazione di Sofia Bordini

 


«Pensa quanto sarebbe bello, sposarsi un vecchio sfondato di soldi…»

«… pensa che schifo, sposarsi un vecchio sfondato di soldi…»

«Ma io lo sposerei e poi lo farei schiattare. Il tempo di convincerlo a piazzarmi nel suo testamento.»

«E che ci fai con tutti i suoi soldi?»

«Ci vivo, continuo a studiare le cose che mi piacciono senza l’ansia di finire su un marciapiede, continuo a creare la mia linea di scarpe».

«Ma tu non sei già sposata con uno più vecchio di te?»

«Sì, ma come faccio a ucciderlo senza essere incolpata? La moglie sarebbe la prima sospettata».

Mi guardò in tralice, l’occhiata non mi stava soltanto chiedendo conferma ma cercava la soluzione sul mio viso. Mi sorprese il suo pragmatismo sognante, l’attitudine inconsueta di chi ha i piedi radicati al terreno ma la testa persa altrove. Non fu difficile per nessuna delle due realizzare in quel momento un desiderio tanto abbacinante da poter essere vero. Un’occasione tanto inattesa da essere irrinunciabile per me e irresistibile per lei.

Esistono al mondo creature che molto più di altre sono destinate alla tentazione ed Ella era una di queste. Viveva costantemente in bilico, con la fervida illusione di poter poggiare i piedi sul fondo, certa di non affogare non appena le onde si fossero fatte troppo alte – ma poi quei piedi sul fondo non li metteva mai. Era una di quelle creature contraddittorie che sognano l’amore ma che amano le storie destinate al macello, che cercano l’affanno e il tormento lasciando ricadere ogni ansimo di felicità – come foglie accartocciate.

Come avrebbe potuto essere altrimenti?

Quando Ella venne al mondo non c’era alcuna felicità ad aspettarla.




C’era una volta una figlia bastarda, una delle tante nate dal rapporto tra un uomo e la babysitter delle sue figlie. La madre era morta lasciandola a un padre che non aveva il coraggio di guardarla e a una matrigna e due sorellastre che avevano per passatempo prediletto il giudizio su ogni suo sbaglio; per astio, capriccio o noia tutto ciò che Ella diceva o faceva diventava imperdonabile. Il nome della bastarda fu calpestato e deformato in un epiteto sporco – Cenerella! – che si snaturò in un pronome; ben presto il ruolo di figlia fu annichilito mutando lo zimbello frutto della colpa in una servetta infelice, privata di ogni scopo che non fosse il sollazzo del mostro a tre teste con cui abitava. Facile capire perché Ella, non appena ebbe l’occasione di fuggire, lo fece accettando la prima opzione che la vita aveva scelto per lei.

Il suo principe azzurro era un rinsecchito feticista dei piedi in cerca d’ispirazione per le proprie creazioni d’alta moda. Ella divenne in uno schiocco di dita – e con tutto il rammarico delle sorellastre – la sua musa. Si convinse di aver finalmente trovato la soluzione a tutti i problemi, il trampolino che le avrebbe concesso di essere qualcosa di più che un semplice pronome.

E vissero felici e contenti.

Sarebbe potuta finire così. Quello che viene dopo nessuno mai lo racconta – quando del frutto più succoso e più dolce resta solo il nocciolo e l’uomo lo sottomette, conscio della minaccia del veleno che porta con sé.

Nessuno vi direbbe mai che quel principe azzurro era solo un pervertito preso da sé stesso al punto da imprigionarla in casa e obbligarla a fare, ed essere, ciò che Ella faceva, ed era, per la sua famiglia.

Eppure, la vita di ogni anima è composta di istanti, occasioni, incontri. La maggior parte è convinta si tratti di coincidenze – i più ottimisti dicono “scelte”, come se potessero avere una qualche sorta di potere. Esistono al mondo creature che molto più di altre sono destinate alla tentazione – Ella era una di loro – e io sono un’estimatrice di tutte quelle donne che per paura di dimenticare sé stesse fanno scacco matto al Re. Prima di Eva, Adamo era destinato a un’altra donna – e quella donna non gli si sottomise mai. Quella donna ero io.

La soluzione per Ella non fu difficile da trovare – una mantide resta una mantide anche se il verde delle sue ali ridisegna perfettamente il verde delle foglie su cui troneggia. Fu facile intuire che poteva spogliarsi delle paure con cui la morale umana si avvinghia. Se non avesse avuto timore di uccidere rivelando la bellezza inquieta che era già parte di lei, non avrebbe dovuto temere nient’altro – perché al resto ci avrei pensato io, la sua fata madrina.





Era già mezzodì, il cielo cosparso di un’afa impenetrabile, l’elettricità era già saltata due volte, ed Ella si muoveva al ritmo degli antifurti. Il calore si scioglieva nei gemiti e, nonostante lui provasse a strapparle il fiato, lei lo lasciava aggrapparsi alla schiena, rivelando quella grazia perduta nell’eden - prima che divenisse vergogna - come si rivelano i fantasmi che non fanno paura ma che desiderano esser visti. Il principe azzurro spinto a giacere sotto di lei, tra le ginocchia che affondavano nel materasso, aveva smesso di grugnire dal piacere ma a lei non importava. Non le importava nemmeno del dolore che gli spremeva i polmoni; quel nocciolo avvelenato ora era lì dove avrebbe dovuto essere sin dall’inizio: nella gola dell’uomo.

«Non morire – non adesso».

Non c'era più nessuna premura. Nessuna preoccupazione. Ciò che contava per Ella era aumentare il ritmo di quelle pulsazioni, inseguire il suo orgasmo disperato, pronto a uccidere.

Sentiva le dita callose e burbere affondarle nei fianchi, l'odore acre di sudore, le lacrime viscose che uscivano dagli occhi sempre più sgranati: a ogni penetrazione, il corpo sotto di lei si irrigidiva mentre il suo si contraeva in spasmi elettrici e vibranti.

«Non adesso».

Il corpo inarcato e teso, sospeso e cinto – avvelenato. Sentì l'uomo inflaccidirsi dentro di lei.

Ella seppe che era morto e in quel momento seppe pure che l’aveva ucciso con l’arma più potente di cui una donna può disporre.

Arresto cardiaco – dissero. Perché così volevo io.

Vinta dalla volgarità del denaro e dalle sue brame, Ella investì nel mondo della moda: fashion designer da far impallidire i migliori Blahnik e Louboutin. Sapevo che non sarebbe finita lì, e gioivo: quando privi un’anima di ogni grazia la rendi avida e mai paga; soddisfatto un desiderio ne culla un altro. Ben presto, i suoi desideri si ridussero a uno soltanto: l’orgasmo. Ella si accorse che ogni atto sessuale era un asindeto, ma il desiderio si ripiegava sempre prima del suo apice più lascivo. Me lo rivelò costernata, come se io non ne sapessi niente – e io, come se non ne sapessi niente, le risposi: «Io e il mio consorte vorremmo venissi a trovarci questa domenica, giorno del Signore».




Non si aspettava tutta quella magnificenza – le scale di granito e di ossa, i tappeti intessuti di sangue; gli stilisti con i loro graziosi e anonimi musetti da topo la avvolsero in abiti e accessori che sapevano di rose. Fu accolta dai nostri paggetti, le loro code variopinte di pavoni asiatici e albini, e da un’abbondanza di manicaretti disposti sulla tavola per un banchetto che prometteva di essere una lungaggine di contorno.

Le anime sparse che si votano al Patto sono molte più di quelle che Ella avrebbe mai potuto immaginare ma era proprio lì, in quel museo di bellezze e atrocità, che l’umanità più variopinta era esposta.

Il ballo prometteva di essere sfiancante, un inno vertiginoso di cui non si avverte il peso finché non ci si ferma. Ella, scalpitante nelle scarpette di cristallo, non aveva ballato.

Quando il mio fenicottero si avvicinò non potemmo non notare entrambi che gli occhi di lei avevano incrociato gli occhi di Lui.

«Ah, connubio perfetto», esclamò.

Lui, un organismo ormai morto e grigiastro, aveva fatto un Patto. Come Ella. Lui, i cui occhi tradivano la vita e il desiderio di carne umana di cui doveva nutrirsi per sopravvivere, avrebbe soddisfatto le brame di lei.

Il fenicottero stazionava accanto a me, l’equilibrio precario che lo innalzava in quell’unica gamba distesa per frivolezza, il pince-nez che gli nascondeva l’occhio sinistro ma gli consentiva di vedere tutto ciò che sarebbe accaduto. Sapeva che mia figlia, la vergine, si era tramutata in madre e la sua arma mostruosa sarebbe ora divenuta mezzo necessario per il nutrimento di Lui, l’unica creatura in grado di farle raggiungere il culmine del piacere.

Ballarono, ballarono tutti quella notte.

Gli uomini sono creature semplici, si illudono del loro valore facendo sogni audaci ma in fondo sono poca cosa, e ciò che li soddisfa davvero sono le sciocchezze.

L’inferno lo sa, e li rimette al loro posto.


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