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Racconti | Ruggine


 

Testo di Serena Barsottelli Illustrazione di Gabriele Merlino

 

Il suo era un libro dalle pagine ingiallite e smerlettate. Se lo agitava, le parole scendevano, in apparenza confuse, punteggiando di inchiostro nero la pagina bianca. Succedeva così: un temporale improvviso, uno sbalzo di tensione, la luce saltata. Il buio fuori, e poi dentro.

Enea sfiorava i tasti freddi e la macchina da scrivere ticchettava.

Driiin, a capo.

Sospeso tra la veglia e l’estasi, si aggrappava alle gambe della sedia intrecciando gli stinchi. Lo scricchiolio del legno sotto il suo corpo. Aveva il vizio di toccarsi la pelle del viso, soffermandosi sul neo sul mento, proprio sotto la parte centrale del labbro inferiore. La sua bocca non era carnosa ma tendeva a tumefarsi e a diventare violacea quando vi affondava gli incisivi superiori nel tentativo di scaricare la tensione. Reggeva sulle spalle curve il peso delle sue storie; ognuna gli procurava una ragade fresca sul medio destro. La ferita imbrattava la pelle e tutto ciò che la pelle toccava.

Doveva solo finire in tempo.

Se avesse piovuto e la finestra fosse stata aperta, le gocce si sarebbero posate sulla tastiera penetrando tra i caratteri. Il metallo sarebbe diventato ruggine e avrebbe graffiato, – oh sì, forse ucciso – Enea.

Enea, come quella storia, non sarebbe esistito più.

Driiin, a capo.

Capitava che Enea continuasse a scrivere anche quando il foglio era scivolato via. Adagiata appena oltre la macchina, la pagina restava in attesa di essere rialzata come una bambina che, imparando a camminare, aveva battuto a terra le ginocchia e iniziato a sanguinare. C'erano macchie rosse sulla superficie bianca abbellita di nero. Colpa della ferita sul dito. Come ogni dolore di cui non ci si cura, continuava a spurgare.

La fiamma della candela che danzava una taranta al ritmo del vento era l’unica cosa che Enea intravedeva, e a volte si chiedeva se fosse reale o se la stesse immaginando, come quel gelo che lo avvolgeva ogni notte e che si insinuava tra gli infissi del suo appartamento con i soffitti ricamati di muffa.


Dalla strada saliva il ciangottio dei bambini del quartiere. Dall’appartamento accanto si udiva il cigolio continuo del letto della Nina, i suoi versi sommessi. Nina era una poetessa con troppe muse per la testa, muse di cui spesso finiva per dimenticare il nome. Per non sbagliare, salutava tutti i clienti con un «Dolcezza». La sua voce cantilenante si intrecciava con le note di una musica lontana. C’era musica, sì, poco più in alto, forse a due piani di distanza; il suono grave di un contrabbasso che cercava di sembrare allegro. E le dita del musicista scivolavano sulle corde proprio come quelle di Enea sulla macchina da scrivere, e quelle di un avventore sui seni della Nina e poi poco più in basso, sul monte di Venere; come la corrente che tornava a risalire nei fili, e dai fili nelle prese, e dalle prese nelle case e dalle case nella vita della gente.

Tornava con un lampo, come se n’era andata.

Ehi! Un grido dalla finestra di fronte.

È pronto! Intonava il coro delle madri.

Vogliamo giocare ancora! Stonavano i bambini.

La Nina chiudeva il portone di casa con un doppio giro di chiave e, sospirando, inalava il profumo di effluvi corporei. Il contrabbasso si sdraiava nella custodia di pelle, l’archetto al suo fianco, lontani abbastanza da non sfiorarsi; erano teneri, così impossibili da separare.

Era notte in strada, negli appartamenti e nell’androne del palazzo. Era notte per tutti, ma non per Enea: per lui non c’era differenza tra luce e tenebra, estate e inverno. Non c’era differenza perché tutto era lettera ossessiva che ritorna sul foglio. Un tasto incantato, linee e curve che continuavano a ripetersi e finivano intrappolate da quelle già scritte, la pagina-gabbia, la foschia che giorno dopo giorno lo avvolgeva e gli rendeva impossibile percepire la vita che pure continuava a scorrere a pochi passi da lui. Tutto era iniziato con l’incapacità di distinguere bene i contorni delle cose, fino a spingerlo a dubitare del confine tra il proprio corpo e quel mondo che lentamente era diventato la sola cosa reale in quel viaggio che per lui era sempre notte, sempre tempesta. Enea non aveva occhi per distinguere le gambe della emme da quelle della enne, né il sorriso appena accennato che nella i faceva capolino tra il trattino verticale e il suo puntino, sorriso di cui la elle era priva. E per la pi e la qu era solo questione di prospettiva, come guardare il tramonto seduti sulla riva del mare o sul ponte di una barca. Era l’abbraccio del mondo a importare a Enea, e quell’abbraccio Enea non l’aveva mai provato. Bloccato altrove, nascosto sotto la camicia di cotone bianco e uno strato leggero di pelle. Se si fosse fermato e l’avesse accolto, la sua storia sarebbe scivolata via, lontano dalle sue dita.

Se la storia non fosse più esistita, anche lui sarebbe stato perso.

Tic tic, l’unghia lunga batte sulla tastiera con eccesso di foga.

C’era una macchia sotto le sue dita. Colava ancora, fresca di sangue, dalla lettera elle alle cavità sotterranee; i meccanismi di ferro se ne imbrattavano, era miele per i loro palati. Una volta asciutta, sarebbe sembrata ruggine. Come la voce metallica di una mamma stanca. Come il graffio grigio sul muro dove il letto della Nina batteva. Come la cerniera del contrabbasso ossidata dall’aria salmastra che di sera saliva lenta da un mare sconosciuto, poco lontano.

Il portone d’ingresso aperto, passi invisibili sul pianerottolo. Enea si voltò aspettando di sentire bussare. Era sicuro che ci fosse qualcuno oltre la porta, e che fosse lì per lui. Per entrare, o per trascinarlo fuori. Non un lucignolo, né un amante in cerca di piacere furtivo, né la tentazione di spezzare con le note il silenzio della notte.

Con gli occhi ancora chiusi - aprirli sarebbe stato impossibile, come tutte le volte che le palpebre restano sigillate troppo a lungo per impedire che l’immagine della storia scappi fuori, per bloccarla tra retina e cristallino - fissò la porta, e attese.

Unghia sulla ruggine. Un dito scivolato da un tasto nella parte buia del telaio.

Metallo freddo, sangue caldo.

«Chi c’è?», gridò, cercando di scostare le dita dalla macchina e il corpo dalla sedia. Come metallo fuso, la sua pelle era incollata alla scrivania. Le lacrime cadevano a terra ed erano pioggia, erano lettere. Un gorgo inarrestabile in cui si cade per non riemergere. Se non fosse risalito in tempo, sarebbe affogato nella storia che stava scrivendo.

Era ruggine, Enea, fuori e dentro, dove le parole perdevano senso perché non c’era nessuno a leggerle o ascoltarle. C’era una frase che nelle sue storie tornava, ma le lettere erano cadute a terra e poi, frastornate, si erano mescolate.

Ub nso olt ocunto an. eoc

Lo scrittore non poteva ordinarle perché non vedeva altro che la storia scorrere nella propria mente. Il suo era un libro dalle pagine ingiallite e smerlettate. Se lo agitava, le parole scendevano, confuse, punteggiando di inchiostro la pagina bianca. Succedeva così: un temporale improvviso, uno sbalzo di tensione, la luce saltata. Il buio fuori, e poi dentro.





Erano da poco passate le cinque del mattino. Fuori l’aurora irradiava pallidi fasci di luce oltre il profilo delle montagne. Passò una mano davanti agli occhi per cercare di fermare il bagliore che violento le colpiva le palpebre. Sotto l’epidermide, l’ecchimosi si spandeva come il tuorlo di un uovo rotto. Il veleno per topi la stava già uccidendo.


Enea tastò i fogli, e sui fogli le lettere senza spessore.


Didone avrebbe potuto accelerare il processo: le sarebbe bastata la lama, poi l’abbraccio del fuoco. Ci sarebbe stata consolazione in quella morte: avrebbe finto che fosse Enea a stringerla, Enea a farla sanguinare, proprio come la prima volta, quando la pelle dei loro corpi si era graffiata e confusa.


Ritrasse la mano, pensando che tutto intorno a lui stesse per bruciare. Eppure non sentiva calore, e neppure odore di fumo. Gli risultava difficile respirare.


C’erano storie che era stato il Destino a scrivere. Altre, invece, di cui le donne potevano ancora essere autrici. E Didone aveva già scelto di finire, come finire. L’altro avrebbe continuato a girovagare e non l’avrebbe più trovata. Quella pena, no, non sarebbe stata di Didone. Sarebbe diventata invisibile e muta; gli avrebbe così ricordato quelle preghiere che Enea non aveva voluto ascoltare.

«Non andare».

«Resta».

Lo immaginò cercarla nei tratti di un’altra, o nelle ombre della notte. Sorrise, e quel sorriso rimase impresso, per sempre, sul suo volto.

Se ne andò così, facendo meno rumore di quando era stato lui ad andarsene.


Enea si voltò. Oltre la porta non c’era nessuno a bussare.



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