Racconti | Silenzio


 

Testo di: Dylan Ruta

Illustrazione a cura di: Veronica Villa

 

Aida sarebbe arrivata a momenti. Lui aspettava in stazione, davanti al display, lo sguardo sugli arrivi. Non c'era nient'altro, dietro quegli occhi, nemmeno la vaghezza di un'attesa o la proiezione di quella giornata insolita, per loro due. Si lasciava frastornare dai bagliori di quelle lettere geometriche, quegli orari squadrati, essenziali, disattesi anche, ma non importava: sarebbe arrivata a momenti, ne era certo. Come una campanella, quasi un monito, da un bar vicino le prime tazze risuonarono la mattina, e le macchine del caffè in azione immediata annunciavano l'infuriare dell'impegno. Non si sarebbe fatto distrarre da nulla. Non una bozza di pensiero che lo avrebbe trascinato giù in un vortice in cui si dà nome alle cose: ai rituali mattutini, alle notizie del giorno, ai ragazzi in piedi davanti agli arrivi. Milano era una meta nuova per loro, lontana dai silenzi che avevano sempre setacciato verso il Piemonte, o anche solo nel Varesotto, lungo il Ticino, attorno a un lago, sul Sacro Monte. Ma Aida si era data una missione. Una sua amica aveva iniziato a postare su instagram particolari di dipinti: una firma, uno sguardo, un drappo o una pennellata che si imponeva sulle altre. A concludere, la vista di insieme. Passaparola veloce: like raddoppiati. E adesso si andava alla Pinacoteca per tentare una copia dal vero di quel successo.

C'era da sperare che Aida avesse le idee chiare. Non avrebbe potuto chiedergli suggerimenti, comunque: lui non faceva mai troppo caso ai dettagli; non gli era mai servito e nemmeno ne aveva avuto occasione, forse. Un successo di fama ai tempi del liceo aveva chiuso - per sempre, sperava - la sua esperienza nei musei.

Il professore di storia dell'arte lo aveva preso a modello davanti ai compagni dopo una visita nella mattinata scolastica. Quella volta era stato fisso per mezz'ora davanti allo stesso quadro. Agli altri della sala aveva dato uno sguardo veloce, ma di fonte a quello era rimasto paralizzato. Così si deve fare, aveva detto il professore.

E poi era stato un montare di entusiasmo da cattedra: rispetto, cura, incontro e condivisione di un tempo fino alla suggestione di una simbiosi, e poi di nuovo a casa, nel proprio corpo, ma cambiati da minimi dettagli. Aveva offerto il pretesto per la lezione. Da andarne fieri. Ma dettagli non ce n'erano; non che la memoria conservasse. Era rimasto lì e basta. Qualcosa lo aveva attratto di certo. Il resto era stato l'attesa che la mattinata finisse e una postazione dalla quale scivolare dentro quel tempo. Cogliere l'essenza nella quiete. Erano solo parole, ma per un po' quell'idea se l'era portata addosso come un'etichetta. Era un pensatore, dicevano gli altri; uno che sa contemplare, che apprezza il silenzio.

Ed era vero, soprattutto adesso, sotto il picchiettio di una pioggia babelica in cui anche tacere diventava un modo per significare, per rendere il proprio obolo al rumore. Persino i manifesti delle mostre d'arte temporanee tradivano i loro quadri con titoli da copertina, strilloni agli incroci degli scaffali in biblioteca. Peggio: si davano alle insegne mobili, dove la compostezza di un ritratto si riduceva al taglio provocante di uno sguardo, e repentino sfilava appariva e spariva con la raffinatezza di uno stacchetto televisivo. Apprezzava il silenzio, era certo. Ma quel suo bianco non era mai stato una pagina che invoca il battesimo dell'inchiostro. Lui ci vedeva il candore di un lenzuolo o la morbidezza di un cuscino, nel bianco. E quelli non chiedono niente. Il suo silenzio non voleva nulla. Invece c'era da aspettare. Aspettare Aida. Sotto le insegne, sopra quei passi, dentro il rumore. Sarebbe arrivata a momenti, ma c'era da aspettare. Di quel silenzio candido nemmeno l'ombra. Non che fosse completamente inesperto di quella pratica così galante. L'aveva già aspettata, e in varie occasioni. Il sedile reclinabile era stato il primo testimone dei minuti sotto casa di lei per quel velo di trucco prima di uscire. Si era fatto una routine ormai, ma anche una fama, in quella casa, ed era tempo di presentarlo. All'inizio gli era dispiaciuto lasciare l'auto per il salotto dei suoceri, ma era gente di poche domande. Bastava vederlo sciogliersi con pazienza sul divano per capire che era un bravo ragazzo. Quella postazione era diventata sua, nei mesi. Aspettava lì, sotto un getto caldo di complimenti per quella sua maschile rassegnazione, e tutto sarebbe andato come da copione.




Lui era di Morimondo, ripeteva la suocera, come fosse un attestato di merito. I campi e gli echi di preghiera medievale del monastero intrecciavano la sua trama; un ordito, sottopelle, di rosari e appezzamenti.

D'altri tempi: quella era la definizione peggio quotata. Si davano anche occasioni in cui la stessa persona glielo dicesse più di una volta in un pomeriggio: d'altri tempi, accanto alle lodi della contemplazione campagnola. In realtà non contemplava. Doveva avere un oggetto per contemplare. E da un oggetto nasceva lo scacco della sua distanza dallo sguardo. A seguire: vertigine, paralisi. Tanto più drammatica quanto più si avvertiva il desiderio di colmare la distanza tra sé e l'oggetto distante e soffocare lo stridore del suo richiamo. Per avere silenzio. Ma a quel punto era sempre troppo tardi: una tensione indescrivibile avrebbe potuto dilatare lo spazio, assottigliarne i fili d'aria in una corda di violino tesa per vibrare al primo sbuffo del vento. Era una musica che non avrebbe potuto sopportare. Come se l'era procurato un violino quel barbone? I rumori di Milano andavano ad arricchirsi, adesso, di una nota vagamente malinconica. Più diabolica di ogni altra, perché imponeva l'ascolto dipingendo i colori di quella mattinata come una colonna sonora. Quel vecchio all'angolo del tabellone degli arrivi ne era l'esecutore e, insieme, il regista che dettava l'atmosfera. Si va in scena! Aveva vinto in partenza, il barbone con la sua musica, perché ogni nota evocava un'immagine e l'immagine un pensiero. Aspettare Aida. Sarebbe arrivata a momenti. Ma il quadro del suo arrivo era del tutto cambiato, sorpreso dalle intermittenze sonore di quel pensiero decadente, di quel pensiero inautentico e tutta suggestione.

Lo cacciava via e subito tornavano le insegne lampeggianti, le scritte pubblicitarie che vorticavano al ritmo di uno sciacquo di tazzine, di nuovo pronte sul bancone, di nuovo tintinnanti nei sorrisi delle cameriere che brillavano quello spasmo facciale imposto ai borbottii, alle cordialità, ai vecchi che digitavano in un ticchettio martellante i tasti di un touch-screen troppo musicato, ai giornali che si voltano ancora e sbuffano come un treno che non esiste e fa rumore fa rumore di rotaie fa stridere le carrozzine e scalpicciare i marciapiedi di chi scende e urta e trascina e taccheggia giù per le scale sfuma il vento girando un angolo e lascia che il lazo dell'aria d'avanzo schiaffi in faccia a lui che aspetta, che aspetta Aida. Il silenzio solo era il suo elemento. Non l'aveva mai notato con maggiore evidenza. Il rumore non era mai del tutto indistinto. Altrimenti avrebbe scimmiottato il silenzio, ne avrebbe copiato le dolcezze. Al contrario, aveva la fermezza di un imperativo, alle sue orecchie: in quel marasma di voci e azioni che volevano significare, che dovevano significare, obbligava a pensare, anche solo per affermare una parola e perpetuare il diabolico meccanismo, il meccanismo del rumore. Sarebbe arrivata a momenti, Aida come la sua parola. Era Aida la sua parola. L'unica che avesse in mente. Avrebbe dovuto sentirne il silenzio pulsare in attesa che si esprimesse. Ma era un silenzio nuovo; non era più il nome del vuoto, ma un silenzio di attesa per quella che doveva venire: Aida, la sola parola. E il fatto che non venisse, nel rumore, diventava un tormento, perché quella sola parola non gli bastava, per il semplice fatto che non poteva pronunciarla. Allora una rivelazione: Aida sarebbe arrivata a momenti, e lui avrebbe urlato il suo nome. A quel punto si sarebbe unito alla giostra, sarebbe stato parte del meccanismo, a martellare con i battitori di cassa, ruotare sul ritmo dei tornelli, tuonando nell'annuncio dei treni dall'altoparlante, fino a non distinguere più alcuna differenza: tazze morsi trolley preghiere scippi strappi monete annunci cani fischi passi e loro là dentro, più o meno da parte, indistinguibili. Non avrebbe urlato per la gioia. Quella parola scandita era l'unico modo, a quel punto, per sganciarsi dal pensiero, dritto nel vortice chiassoso di un nuovo mascherato silenzio. C'era solo da conformarsi, scendere a patti col rumore, solo per poco. Dire quel nome non sarebbe stato l'inizio di un racconto, non di un pensiero, ma l'esprimersi di un punto fermo, una ferita cui segue l'emorragia d'inchiostro, incontenibile, nella pagina violata, completamente nera: un altro nome per il bianco. Voleva quello: la casualità che non vuole significare, che non impone regole e svincola dalla tenaglia della propria mente.

Aida sarebbe arrivata a momenti. Lui ne avrebbe pronunciato il nome, e avrebbero parlato anche. Senza affermare. Dire quel nome e i saluti e il suo viaggio e l'attesa o il percorso e i biglietti, la metro e quel meteo reggeva e la mostra poi il pranzo era annullarsi in un silenzio domestico dentro le acrobazie disarmoniche di Milano. Era l'unico modo. Era ciò che voleva. E lo avrebbe odiato. Perché quel rumore, per quanto sarebbe divenuto un silenzio mascherato ad un suo cenno, non era comunque il suo elemento. No, non avrebbe accettato compromessi. Quel rumore lo aveva costretto a pensieri che il silenzio celava e nemmeno il tacere dei passeggeri sotto il ritmato incedere della metro verso Abbiategrasso avrebbe potuto cancellarli, quella mattina. Tornavano puntuali ad ogni vibrazione del cellulare perché giustificasse ad Aida il mancato appuntamento. Per l'ora di pranzo, il rumore di Milano era penetrato fin nei chiostri di Morimondo, nel sacrario dell'abbazia, nelle venature dell'acqua che scindevano le zolle di quelle terre fatte tutte un'increspatura di encefalo. Acque di cui ora coglieva il movimento incessante e che non sapevano più distendere la sua mente. Aveva aspettato, certo. E qualcosa era venuto, ma non Aida. Forse perché non l'aveva mai attesa. Forse si era reso conto che non l'aveva mai amata.