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Racconti | Tramontana


 

Testo di Maria Sole Cusumano Illustrazione di drudefox

 


Il suo nome era Pietro ma lo chiamavano Tramontana perché era andato a studiare a Torino e, negli ultimi anni, tornava solo d’inverno, e neanche per le vacanze di Natale, ché i biglietti costavano troppo. Lui poi lavorava part-time in un pub che faceva il tutto esaurito per le feste, e faceva comodo quel cameriere garbato con la fronte alta, di latte, e il fare un po’ da civettuolo.

Il soprannome gliel’aveva dato sua madre, Madda, quella volta che era entrato e gli si era impigliata la sciarpa alla porta, perciò s’era tirato dentro anche il vento freddo che picchiava forte sulle persiane. I riccioli della donna si erano alzati tutti e gli aveva gridato: “Chiudi, chiudi!”, tendendo le mani perché il figlio si lasciasse baciare. Ma, quando gli aveva preso la faccia, s’era accorta che era fredda pure quella e le era passata la voglia di metterci le labbra sopra.

Questo accadeva tre anni prima, e da allora la Tramontana le aveva lustrato d’argento i capelli. Bastava quella settimana di gennaio, fra Capodanno e l’Epifania, perché Madda si vedesse strappare la morbidezza dalla pelle, il rame dai capelli, anno dopo anno. S’era convinta, ormai, che a ogni bacio di ghiaccio del figlio cedesse il passo alla vecchiaia, ma lei a quei baci proprio non poteva rinunciare.

Lo vedeva così poco e sempre le pareva lontano, anche quando sedevano a tavola e a lei bastava allungare il piede per toccargli la caviglia.


Indossava calzini colorati – s’intravedevano tra il mocassino e il pantalone – e quando rideva s’aggiustava sempre gli occhiali con le nocche. Aveva assunto abitudini e movenze nuove. Ad esempio, aveva quasi del tutto perso l’accento, e parlava con una cantilena che per Madda era uno stridere di denti. Lo riconosceva soltanto se pronunciava la “r”, premendo la lingua contro il palato, come faceva lei chiamandolo per nome; in un certo senso era la prova che fossero ancora madre e figlio.

Perché lui, comunque, assomigliava tutto a suo padre, specie per quel colorito da meringa, che manco le strizzate di nonna Alice bastavano a far arrossare.

Capitava che glielo chiedesse, con finta indifferenza, se s’erano visti o sentiti, e il ragazzo diceva subito no, mai più dopo quella volta. Si riferiva al Capodanno del 2012, quando Totò lo era venuto a prendere per fargli fare i botti. Sì, perché c’era stato un tempo in cui bazzicava nella loro strada – già lei l’aveva buttato fuori di casa –, suonava come un pazzo col clacson e poi gridava scendi!, tutto in dialetto siciliano, sbattendo la mano contro lo sportello della macchina. E il ragazzo scendeva, per non dispiacere il padre, andava a sparare i botti con le mani sulle orecchie, rispondeva di no quando Totò gli allungava la sua pistola di poliziotto e gli diceva: “Prova, avà!”. Un giorno solo aveva detto sì, nel 2012, e s’era sparato su un piede.


Ora zoppicava un po’ ma faceva ancora le sue lunghe passeggiate, soprattutto aveva giurato che sarebbe stato fedele solo a lei, a quella madre bruna, che parlava italiano fra i denti e che l’aveva portato in pancia nove mesi e spinto fuori, dato alla vita, nel senso più letterale del termine: non sei più cosa mia, ora, questo Madda aveva pensato.

E dire che era nato a giugno e soffiava un vento di scirocco che si sudava pure stando fermi. Com’è che era diventato così freddo? Non l’abbracciava più, si lasciava baciare, sì, ma sempre remissivo, pulendosi forte la saliva dalle guance.

– Te lo ricordi, – gli disse Madda una sera, mentre cenavano e in tv davano L’Eredità, – Te lo ricordi quando ti allattavo? Ti sei attaccato subito, e succhiavi tanto da fare male, con le manine mi strizzavi il seno e tutte le altre mamme del reparto ci invidiavano.

Lui sorrise e si spinse indietro gli occhiali, disse che non se lo poteva ricordare mai.

Madda ci rimase male e cominciò a riempirgli il piatto di cibo: ci mise i maccheroni, quelli che erano avanzati dal pranzo e aveva saltato con l’uovo in padella, e anche altri due involtini e una forchettata di spinaci cotti nel burro.

– Mangia, – disse, – Che secondo me mangi poco su.

E osservandolo masticare, passarsi la lingua sulle labbra sporche di olio e di salsa, un po’ si consolò. Ricordava l’allattamento come il periodo più duro e insieme meraviglioso della loro vita insieme. Era convinta che fosse servito a entrambi per abituarsi alla reciproca autosufficienza dopo essere stati una cosa sola.

Quella notte si fermò sulla porta della stanza da letto del figlio punta da spifferi.

– Fa freddo qui, vuoi che lascio acceso il riscaldamento?

– No, sto bene.

– Lo porti tu ‘sto freddo, – rise Madda, – Sto tanto bene quando non ci sei.

Ma non era vero, lo diceva per cattiveria, per gelosia.

Tornata in camera si guardò a lungo allo specchio, nuda, e si tastò i seni raggrinziti come chicchi di uva passa. Erano stati belli finché erano serviti a Pietro.





Il giorno dopo andarono a fare il giro dei parenti. Madda gli stava aggrappata, piccola, in un tailleur verde oliva che s’era scucito sotto l’ascella ma tanto lì non ci guardava nessuno; si beava della vicinanza del figlio, dei sorrisi che lanciava a destra e a sinistra lungo la strada, e avrebbe voluto gridare alle comari, quelle delle chiacchiere al balcone: “Avete visto che è tornato? Mi vuole bene, non gli interessa venire per le feste a lui, lavora e studia, sgobba, e pure trova il tempo di venire da me.”

Quella mattina soffiava forte il vento, veniva dal nord passando per il mare e portava in paese la salsedine.

I cuginetti, figli di sua sorella Grazia, vennero loro incontro tutti eccitati dalla novità, da Tramontana che per loro aveva il nome di un eroe e solo quello. Lo annusarono, chissà che sentirono, odore di fiume, di nebbia, del freddo cattivo del settentrione che non passa dal mare ma arriva direttamente dalla montagna.

Grazia si profuse in complimenti: “Come stai bene, quanto sei fatto grande, certo un po’ pallido, sarai mica anemico? Tua madre lo era.”

E poi si offrì di fare il caffè, ché venivano anche nonna Alice e lo zio Claudio con la moglie.

Pietro stava seduto, le gambe incrociate e le mani intorno al ginocchio, annuiva e rispondeva con una cortesia che Madda non gli aveva insegnato, e manco Totò, ce l’aveva innata. Quasi si commosse.

Guardò come lo spupazzavano, passandoselo dalle mani, riempiendolo di carezze, e lui, docile, si offriva a tutti loro, aggiustandosi gli occhiali di tanto in tanto.

Madda ripensò a un giorno particolare, poco prima del parto, quando era caldo e lei stava a gambe aperte sulla sdraio della casa sul mare di Totò. Aveva già il seno pieno di latte, i polpacci grossi, il vestitino era fradicio ma lei era felice di avere Pietro tutto per sé. Totò, volgare e nero di sole, non poteva neanche immaginare quella simbiosi fatta di mal di schiena, nausea, bruciore inguinale e cervicale. La fatica che aveva fatto per tenersi quel bambino, per farlo sopravvivere nel suo corpicino da acciuga, che tutti a guardarlo avevano alzato le sopracciglia dicendo "mah", sarebbe stata ripagata. L'aveva capito quel giorno che Pietro non sarebbe mai stato figlio di Totò com'era figlio suo.

Uscirono sotto le ultime luminarie, la tramontana le alzava il tailleur e Pietro le aggiustava il pellicciotto: “Chi sa ti prendi l'influenza.”

– Che feste facevi quando avevi la febbre, ti ricordi? Volevi fatto il pane fritto con lo zucchero, e te lo mangiavi sul divano davanti ai cartoni animati. Per dormire volevi a me nel letto con te, abbracciati, appiccicati, tu scottavi e io ti baciavo la fronte.

E gliel’avrebbe dato anche in quel momento un bacio in fronte, ma lui fece un gesto come a dire dopo, a casa.

Madda appoggiò la guancia alla sua spalla e si fece portare.


L’ultima sera prima della partenza cenarono in risentito silenzio. Madda fissava la piccola valigia davanti la porta e odiava avergli lavato e stirato i vestiti, acquistato le paste al forno dietro casa – per i colleghi a lavoro e il coinquilino –, e di nuovo gli chiese se a Pasqua poteva salire a trovarlo.

– No, ma’, te l’ho detto. Ti annoieresti tutto il giorno sola.

– Posso venire a lavoro da te.

– Ti annoieresti pure lì, ci vanno i ragazzini.

Madda grattò con le unghie la cerata, si vergognò per averci provato, ci cascava sempre. Il vento non aveva un paese, una casa, una madre, andava e veniva come diceva lui; quando l’aveva chiamato Tramontana, un po’ ridendo un po’ piangendo, lo doveva immaginare che non se lo poteva tenere dentro la pancia uno così.

S’alzò da tavola con una mano sugli occhi, disse solo: – Buonanotte, svegliami domani così ti faccio la colazione.

Se ne stette buona stesa sul letto accarezzandosi i ricami della camicia da notte del corredo, e ascoltò i passi di Pietro che portavano i piatti dalla sala alla cucina, per poi avvicinarsi alla finestra. La sentì aprirsi e pensò che avrebbe dovuto chiamare il cognato per fargli dare una passata di olio; poi lo scatto dell’accendino, e la corrente fece sbattere la porta del bagno.

Non l’aveva mai ammesso che fumava, ma Madda lo sapeva, gli sentiva addosso l’odore.

A notte fonda si svegliò scoprendosi fuori dalle lenzuola. Era sceso un gelo nella stanza che mangiava le pareti e ghiacciava il respiro.

Madda andò in cucina e trovò la finestra aperta. La richiuse e già tirava su col naso, starnutiva e batteva i denti.

A lei l’inverno non era piaciuto mai e le pareva uno scherzo, una presa in giro, che solo d’inverno potesse vedere Pietro. Che, non ci sarebbe stata bene la Tramontana in quelle atroci giornate di luglio? Ma no, o lavorava o studiava o partiva con gli amici, scendere non valeva la pena, costava troppo.

Tese l’orecchio sulla soglia della camera del figlio per sentirlo dormire, poi però, presa di freddo, si fece spazio nel letto, lo stesso da venticinque anni. Stridettero le molle, Pietro brontolò qualcosa ma si lasciò stringere.

– Mamma mia come sei freddo, – mormorò Madda.

Piedi, mani, schiena, le ricordavano la salma di nonno Carlo. Desiderò che avesse la febbre, che bruciasse e chiedesse le sue mani e la sua fronte per rinfrescarsi, desiderò che dipendesse ancora da lei come quando le stava dentro la pancia.

Lo strinse più forte, se lo premette contro il petto incatenando le proprie gambe alle sue.

Vero è che l’aveva dato alla vita ma era così mostruoso desiderare che le tornasse indietro piuttosto d’andarsene sempre più lontano?


La mattina le sue braccia stringevano niente, aria fredda, quasi la sentiva scricchiolare intorno a sé, come un ghiacciaio.

Chiamò il figlio più volte, saltellando sulle mattonelle gelate, e stava per impazzire quando lesse sull’orologio della cucina che erano le dieci passate. L’aereo sarebbe dovuto partire alle otto, lei si sarebbe dovuta alzare alle cinque per mettergli su il caffè, scaldargli la ciambella nel microonde.

Se n’è andato, pensò subito, ma davanti la porta c’era ancora la valigia.

Madda indietreggiò, confusa, felice, e d’istinto si portò una mano al petto, per scostarla subito dopo. Si sbottonò la camicia da notte e si prese i seni: i suoi chicchi d’uva passa s’erano gonfiati di nuovo, tiravano, facevano male, come quelli di una giovane donna incinta, a guardar meglio si vedeva anche una punta di latte sui capezzoli.


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