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Racconti | Volevo essere un film


 

Testo di Lorenzo Rossi Mandatori Illustrazione di Alessandro Guidi

 

L’estate era finita, ma il caldo persisteva come una seconda pelle. Io non avevo voglia di vivere, ma una strana inerzia mi sopravviveva. Ero alla ricerca di un’emozione qualsiasi, un qualcosa che intaccasse quel bianco settembre. Così un mattino - il cielo bianchissimo - mi ero alzato con un obiettivo semplicissimo e che mi appariva decisivo nella sua schiettezza: entrare in bagno, prendere il rasoio, soppesarlo domandandosi come una così sottile levissima lama potesse togliere la vita, dunque tagliarmi, con precisione da chirurgo che non sono, la vena radiale, dopo aver prima strizzato un adeguato numero di volte una pallina antistress, e infine osservare il sangue scorrere in una ramificazione di corna o di radici, infine osservare un glorioso rosso su bianco, come in quell’indimenticabile scena dei Tenenbaum.

Ecco, volevo essere un film.


Visto che sono un vigliacco, avevo deciso che quella mattina, per provare un qualche barlume emotivo, potevo piuttosto ricorrere ad una rapida e indolore eiaculazione, dato che mi svegliavo col pene già pronto e nessuno a cui darlo se non le mie mani. Mie? Niente era mio, tutto era un tic nervoso. Senza che me ne rendessi conto, il mio pollice già aveva aperto Instagram e scrollava scrollava scrollava, senza che me ne accorgessi, la mia mascella si stringeva stringeva stringeva, catturata da un’inquietudine senza voce, nel mentre la mia mente scappava altrove, non qui non qui non qui non in questo letto non in questa stanza non in questa vita. Se il mio cervello fosse dotato di arti, avrebbe da tempo incrinato dall’interno il cranio, lo avrebbe rosicchiato con denti nervosi, l’avrebbe spaccato in due e, in un’esplosione degna di Alien, sarebbe saltato fuori, atterrando su quel che rimaneva del midollo spinale, e saltellato via come nella corsa dei sacchi.


L’estate era finita, io ancora no. Ma avevo una nuova idea per darci un taglio. Portavo da anni una folta barba, folta davvero, di quelle barbe che alterano totalmente la forma del tuo viso, di quelle barbe che sono più amiche dei tuoi amici di quanto lo sia tu. ‘Non ti ho mai visto senza barba’ me lo ripetevano così spesso che avrei dovuto rispondere ‘Amen’. Così, quella stessa mattina, dopo essermi reso conto di non avere il rasoio da barbiere che mi ero immaginato, avevo inforcato il rasoio, quello elettrico, e, con una decisione che non era proprio da me, avevo iniziato a tosarmi. Davvero un bel caprone ero diventato, nel lavandino si andava accumulando materiale per una bella sciarpa. E poi, com’era inevitabile, l’orrore.

Nello specchio c’era un estraneo. Non che io sia bello ormai, ma quello là era proprio brutto: pallidissimo, con un mento talmente insulso da sembrare piallato, ringiovanito in un certo senso ma privo della freschezza adolescenziale, spezzato, spento. Un Benjamin Button. E neanche un brufolo a salvarlo.

A quel punto, colmo di una banalissima disperazione, ero corso in cucina a prendere un coltello, immaginandomi già il titolo sui giornali online: Roma, ragazzo di 26 anni si taglia la barba e si recide la vita, troppo poetico certo ma lo desideravo così in quel momento. E così, fissando nelle palle degli occhi quel glabro sconosciuto, recisi, con malcelato entusiasmo e con una decisione che non era proprio da me, la vena.


Con mio sommo stupore, nonostante fosse passata almeno un’oretta dall’atto estremo, e sebbene avessi perso una trasfusione di sangue, non morivo. Non sapevo se ridere o piangere, e allora non feci nulla. Con grande perizia asciugai il pavimento grondante, gettando rotoli di carta igienica interi e osservando, con sincero interesse, il rosso che saliva sfidando la gravità.


Quella resurrezione - anche se di resurrezione non si trattava - non ebbe alcun carattere illuminante per me. Anzi, avevo capito che ormai la mia insensibilità era giunta a una tale intensità - anche se l’insensibilità non ha intensità - che non mi restava che ritentare la chiusura, o almeno trastullarmi un po’ con quella mia inattesa invulnerabilità.





La mia routine era stata più o meno la seguente in quegli ultimi giorni settembrini.

Al mattino mi facevo il mio consueto caffè, me lo gustavo rigorosamente senza zucchero, spaccavo allora tazzina e piattino in mille pezzi (è un’iperbole ovviamente) e cominciavo a masticarne i frammenti. Mi si faceva un bel sorriso rosso, le labbra cadevano in festosi coriandoli, la lingua era un polpo. Le schegge proseguivano lacerando, come denti di squalo, tutti quegli organi che non starò ad elencare, fino allo stomaco - aiutando la digestione - poi l’intestino e, per concludere in bellezza, li cacavo. Essendo ancora piuttosto intatti, mi chiedo quanti pesciolini avrò ammazzato. Ma in quei momenti pensavo solo alla mia distruzione e, tra l’altro, si faceva già ora di pranzo. Riempivo per bene una pentola d’acqua e la mettevo sul fuoco, aspettavo che bollisse, salavo, ci infilavo la mano sinistra e aspettavo che si cuocesse. Una volta pronta, ovvero interamente ricoperta di bolle e pustole biancogialle, scolavo e la mettevo in un piatto, stappavo un sugo pronto - un pesto alla siciliana solitamente - e giocavo a fare Hannibal gourmet; sia chiaro, la mano era ancora attaccata al braccio e poi non la mangiavo davvero, mica sono pazzo.

Nel pomeriggio mi spalmavo tutto il tempo sul divano, accendevo la tv e mi guardavo La vita in diretta - ovvero uno dei principali responsabili della mia insensibilità - e mi gustavo gli sguardi contritissimi di Alberto Matano e di mia zia, Mara Venier, di fronte alle immagini della bambina di turno scomparsa; spesso azzeravo il volume e inventavo con goliardia le loro battute, ma mi rammaricavo di non avere gli occhi da cernia dell’uno e la bocca da rana dell’altra. Nel mentre, maneggiavo gli smalti che mia madre si era dimenticata quando era andata via sbattendo tutte le porte: rubino, smeraldo, ametista (gli smalti, non le porte). Tante pietre preziose tra le mie mani, e come profumavano, quasi mi stordivano, mi ammaliavano, mi ci sarei fatto un bagno nella vasca, me li sarei spalmati sul pene - e in effetti lo facevo - ma il fatto era che mi eccitava di più apporli con estrema dedizione sulle mie graziose unghie - non tanto graziose quelle della mano sinistra - per poi tagliarmi, tra prossimale e intermediale, una o due dita imbellettate. Per poi lanciarle giù nel giardino del pianoterra e sentire con ilarità le urla del condomino Moreschi alla vista di quel sensualissimo feticcio.

La sera non cenavo, bensì mi dedicavo al mio scuoiamento: ogni giorno mi strappavo via una porzione di pelle pari ad un foglio A4: con un’adeguata conciatura ci avrei potuto scrivere sopra le mie memorie. Infine, per dirigermi in camera da letto, allestivo il corridoio con un lungo tappeto di cocci di vetro e lo percorrevo con lentezza di fachiro, percependo come un oceano di tracine sotto ai piedi, spesso scivolando e cadendo di schiena nel mio fiume di sangue: un’istrice trasparente.


Forse dovrei chiarire il fatto che la mia sopravvivenza non avesse alcuna miracolosa facoltà curativa, e che quindi la mia ugly-routine era irreversibile, tanto che presto mi ritrovai senza labbra e senza lingua, con gli organi interni a brandelli, il culo un colabrodo, la mia mano sinistra pressoché evaporata, l'altra mano senza dita, mezzo corpo senza pelle e i piedi senza pianta. Ad ogni mio spostamento, che si poteva ormai definire uno strisciare, mi lasciavo dietro un’appiccicosa scia di budella e umori: un gasteropode Pollicino.


Primo ottobre. Capii che tutto questo cominciava da annoiarmi. Mi trascinai verso il balcone, scorticandomi per l’ennesima volta il ventre sulla moquette vetrata e perdendomi un testicolo per strada, mi issai, ancora non so come, sulla ringhiera e mi gettai senza tante storie dal quarto piano. Ovviamente non ero morto, ma quel corpo spappolato sul marciapiede - non nel giardino di Moreschi, in fondo sono un buon condomino - quel corpo raccapricciante fu preso per morto. Ho deciso di stare al gioco, forse perché speravo che per morire mi servisse l’ufficialità: se si è soli, infatti, non si è morti per nessuno.


Ed eccomi qui, sepolto da metri di terra, impacchettato nel mogano, tutto secondo rito cristiano, come voleva mia madre. Col tempo la bara si è incrinata e ha ceduto, ed ora ho gli occhi, il naso, la bocca - o meglio, le cavità dove si trovavano - invasi da umido terriccio. Mi sentirei soffocare, se potessi respirare. Sempre sento migliaia di vermi (stavolta nessuna iperbole) che solleticano, rosicchiano festosi quel che resta del corpo. Sento calze di miceli e guanti di spore. Sento una sciarpa di microbi e un cappello di termiti. Sento radici, come corna, generarsi dalle orecchie.

Se solo avessi scritto un testamento sulle mie pergamene, mi sarei fatto cremare. Mi avrebbero sparso in un luogo lontanissimo da ogni civiltà e con ogni mio piccolo granello di cenere avrei sentito ogni stelo d’erba, avrei sentito ogni goccia di pioggia, avrei sentito ogni raggio solare. Ma va bene così, anche qui sotto non sono più solo.

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