Scadenza | Notte rosso schocking


Notte rosso schocking




È difficile, se non impensabile, provare a raccontare lucidamente ciò che accadde quella notte senza il rischio di essere accusato di pazzia o demenza. Chi mai giungerà a questi pensieri potrà solo ridere della mia condizione o schernire con cinica reticenza ciò che sto per svelare. Incomprensione, assurdità, delirio: non mi interessa, perché in cuor mio, conosco la tragica verità a cui sono stato sottoposto quella notte.

Penso queste parole nell’illusione che qualcuno possa riceverle in sogno o quando, per un istante, la logica si arresta e si medita su quello che non può essere spiegato con la ragione ma unicamente con i sensi che affondano eccitati ed intimoriti nella ragnatela dell’assurdo.

Con la speranza che giungano ai miei simili, gli uomini, attraverso una realtà intangibile e parallela, perché solo in questo modo potrebbe realizzarsi una connessione e giustificare la dimensione in cui sono stato inghiottito.

Altro non posso sperare.

Ora sono fermo ad ascoltare i rumori dei clacson che si scontrano nei riverberi della giornata, i passi feroci dei piccioni sopra la mia testa, l’indifferenza del sole, la vanità della luna che sorveglia con disprezzo la mia inferiorità.

Non ho più niente per cui urlare, niente che possa salvarmi. Spero solo che qualcuno mi ascolti, che qualcuno mi riconosca per quello che non sono, per quello che ancora credo di possedere. Qualcuno che mi dica che esisto ancora.

Non posso più rappresentare il tempo per come si intende usualmente: il mio occhio è fisso sulla strada e posso solo notare il cambio di luce che mi circonda.

Non so più in che giorno, mese, anno siamo né ricordo il momento preciso della mia mutazione.

Ricordo solo che era notte e il vento continuava a masticare le strade. La città aveva gli occhi di un cane denutrito. Non c’erano movimenti, solo un sibilo notturno che raschiava le foglie dai marciapiedi. Camminavo per non sentire il freddo stringersi alle ossa, ma senza residui di luce, la via sembrava procedere lungo un binario fantasma. Avevo perso la strada. I vicoli sporcati dal tempo mostravano come il mio senso di orientamento si fosse consumato insieme a loro. Vagavo nauseato dalla monotonia che quel luogo mi suscitava. Non c’era somiglianza con la città in cui credevo di vivere. Eppure ero sicuro di essere nella mia città.

Passeggiare mi intorpidiva i pensieri. Erano passate quasi due ore e smarrito nella vacuità del cemento, casa era diventata un falso ricordo: ogni piazza, edificio o viale non corrispondevano più alle mie conoscenze, alla mia quotidianità. “Dov’ero?” Mi chiedevo innervosito mentre sbuffi di tenebra mi incrostavano la vista e le facciate dei palazzi sorridevano diabolicamente come se si stessero prendendo gioco della mia confusione. Mi stavano mettendo alla prova come una cavia da laboratorio. Loro sapevano.

Arrivato lungo l’argine di un piccolo fiume, mi fermai un secondo per prendere fiato.

“La quiete della notte non è poi così oscura” pensai piegato sulle mie ginocchia, quando vidi con la coda dell’occhio un uomo che mi guardava dall’alto della strada.

Un uomo alto e denutrito, con lunghe incisioni sul volto come venature di legno appena lavorato. La sua struttura ossea, seppur scheletrica, copriva il cielo come un eclissi lunare. Mi fissava. Il colore della sua pelle si mescolava con il bagliore della luna e due grandi occhi sgranati mi osservavano con superbia come se già conoscessero ciò che doveva accadere. I suoi occhi rossi erano aperti come un campo di grano sul mio corpo. Mi fissavano. Tesi e affamati senza muovere le ciglia. Non riuscivo a muovermi. Rimasi a guardarlo, stupito e angosciato dalla sua immensa corporatura simile ad una corteccia d’albero. Chi era quell’uomo? Cosa voleva? pensai inorridito mentre sorvegliavo la sua posizione. Ad un certo punto, l’uomo, distogliendo lo sguardo verso l’alto, pronunciò impassibile:

“Se smetti ora di camminare, rimarrai sveglio per sempre.”

La sua voce fu un volteggiare di corvi sopra carcasse di animali. Ero inerme. La città era vittima del suo passaggio ed io vittima delle sue parole, incapace di reagire ad un’affermazione tanto insensata quanto possibile e concretizzabile. Sentivo che covasse qualcosa, una verità, seppur minima, ma una verità che non ero in grado di spiegare né di accogliere. La sua intimazione mascherata da consiglio pesava sulla mia sorte come una sentenza già decisa e archiviata. Non riuscivo a scuotermi dall’autorità che quelle parole custodivano, così, guardandolo come per controllare l’inizio di un temporale, ripresi il passo, con il cuore incollato al petto e il respiro che piano piano iniziava ad abbandonarmi. Dovevo fuggire, seppur nell’ignoto di quelle strade, e lasciarmi alle spalle l’uomo e la sua sinistra profezia.

L’uomo, sempre fissando un punto indefinito nello spazio, iniziò a seguirmi con grande flemma e padronanza di sé. Ero braccato, custodito nel buio delle sue parole. Così accelerai sempre di più il passo, e sempre più lo sentivo alle mie spalle come un’ombra bulimica che tentava di oscurare la strada e la sua inospitale geometria.

Il vento continuava a corrodermi le orecchie e depistava il mio senso di orientamento. Arrivai ad un incrocio che si divideva in una strada aperta e un vicolo stretto che passava sotto una galleria. Fui tentato di entrare nel tunnel ma improvvisamente vecchie pagine di giornale stese a terra come cadaveri si alzarono e rimasero sospese per qualche secondo. Il vento stava parlando: era un un monito, un’oscura divinazione che non potevo evitare. Quel tunnel non voleva accogliermi, sentivo come una mano respingermi da dietro la nuca. Così, tremante, intrapresi la strada aperta, sempre osservando ad intervalli regolari l’uomo alle mie spalle. Lui era lì, statico come un Golem, senza fissarmi, con gli occhi dilatati, le braccia attaccate ai fianchi senza dare nessun segno di vita. Eppure era lì. Sempre a un passo di distanza. Continuai a camminare per seminarlo. I miei piedi erano stanchi, sembravano trasformarsi in mattoni di cera calda e sprofondare ad ogni passo come neve sciolta al sole. La città mi aveva dimenticato.

Gli uomini mi avevano dimenticato. Svoltai l’angolo e improvvisamente mi ritrovai in una piccola piazza squadrata dove una locanda aveva ancora le insegne illuminate.

Mi feci forza e iniziai a correre per entrare e chiedere aiuto. La porta era aperta. Dentro il silenzio. Nessuno. Come era possibile? Entrai in cucina. Nessuno.

Salii al primo piano e trovai una camera aperta con una flebile candela che ondulava sul comodino. Accanto, un letto verde molto corto. Era la stanza di una bambina, con diversi giocattoli di legno sparsi sul pavimento tra cui bambole e animali.

Vicino alla candela c’era un ritratto: una ragazza con una cuffia in testa e un impermeabile rosso. “Che ritratto è mai questo” pensai infastidito mentre mi guardavo intorno in cerca di una via di fuga. Stavo per lasciare la camera quando notai che nel ritratto la bambina aveva qualcosa di terribile: il volto segnato dalle rughe, le guance scavate nelle ossa e le labbra corrose dall’età che disegnavano un sorriso tenue e irregolare. Un ghigno oscuro e malizioso. Mi accorsi che era una vecchia signora vestita da bambina e il suo sguardo svuotato di calore mi ricordò subito lo stesso dell’uomo che mi seguiva. Mi ricordai di non essere solo, così mi affacciai dalla finestra e vidi l’uomo di legno sotto un lampione, proprio in mezzo alla piazza, che stringeva nella sua mano destra la vecchia con l’impermeabile rosso. Una vecchia bassa e minuta mi fissava anch’essa svelando un’inquietudine nel suo sguardo: il volto era un teatro di cicatrici e rughe, un volto decrepito mangiato dal tempo. Una mummia in miniatura.

Non era possibile. Chi era quella vecchia signora? E perché aveva un’impermeabile rosso? Le mie gambe iniziarono a tremare, così dovetti fermarmi sul letto per capire cosa stesse accadendo. Riguardai il ritratto. Poi le mie gambe. Il ritratto. Le mie mani.

Sentivo lo stomaco ripiegarsi su se stesso e la testa comprimersi per lo sforzo di pensare.

“Se smetti ora di camminare, rimarrai sveglio per sempre” risuonò nella testa il presagio.

Non feci in tempo a rialzarmi che l’uomo mi fu davanti. Sentii l’anziana signora ridere dalla piazza, un eco lontano e profondo che risuonava come tamburi nella foresta.

Il cuore un allarme sconnesso. Le orecchie gridavano. Guardai il ritratto e vidi tutto rosso. Persi conoscenza.




Finita la paura, non resta che il silenzio a tenerci compagnia. Come una corsa impazzita che fugge dai propri peccati. Quella notte ho abbracciato il mio destino senza riconoscerlo, la mia paura senza accettarla. Nessuno conoscerà mai la verità e probabilmente nessuno comprenderà mai il senso di quella notte. Non ci sono aggettivi per descrivere quest’incubo.

Penso queste parole perché è l’unico atto d’amore che posso concedere a me stesso. Un amore trasformato in condanna. Malattia.

Ora illumino le strade dalle 18 alle 5 del mattino, sento l’elettricità scuotermi da dentro e accendere e spegnere questo maledetto occhio senza che possa avere la scelta di ribellarmi. Non posso muovermi. Non posso urlare. Non ho più una voce né un corpo. Ho dimenticato tutto della mia precedente natura. Ora osservo gli esseri umani e le loro strade proprio come quell’uomo osservava me e il mio percorso. Il mio destino.

Illumino il mondo senza volerlo. Senza intervenire. Mi sono fermato per sempre eppure il mio pensiero scorre veloce e involontario sulle macchine che passano, sulle vite degli uomini cui non posso più partecipare. Quando i passanti alzano lo sguardo verso l’alto, non vedono la mia disperazione ma solo un lampione grigio e innaturale che sorveglia i loro desideri e le loro preoccupazioni, le velleità di un mondo che credono ingenuamente di abitare e conoscere. Quando mi guardano, conservo la speranza che qualcuno possa ancora accorgersi della mia corporeità resa dannazione ma essi si dileguano, ignari di un orrore che non sono in grado di maturare, di un mondo che esiste al di là di essi e domina, traccia, cuce e strappa le fila della loro sorte. Al di là di essi.

Un mondo così vicino che nessuno può ancora attraversare. Vedere.

Nessuno può vedermi.

Non posso più dormire.

Aiutatemi.

Non posso più dormire.