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Vertigo | Il cavallino di legno

  • 13 minuti fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Testo di Ambra Stancampiano

Illustrazione di Veronica Villa

Editing di Laura Scaramozzino



A scuola c’è un vecchio libro con la copertina rovinata. Sotto il titolo Fiabe russe s’intravede l’illustrazione scrostata di un cavallino grigio che vola tra le stelle con una principessa aggrappata al collo. Lisa sa che è una principessa perché ha dei lunghissimi capelli d’oro e il suo vestito è tutto colorato ed elegante.

Si chiama Vassilissa, come lei.

Gliel’ha detto Upono, che quella storia l’ha già letta. Sta sempre con il naso dentro un libro, quella. Anche a ricreazione, quando invece potrebbe giocare. A lei piace giocare con le Barbie, fare i balletti di TikTik e di Istagra e per questo non ha mai parlato tanto con Upono. Ma, questa mattina, la nigeriana tutta occhiali le si è avvicinata, stringendo tra le mani quel vecchio libro come se fosse un tesoro.

«La principessa che vola sul cavallo si chiama Vassilissa, come te». Sottovoce, è così che si dicono i segreti e le cose straordinarie.

Lisa odia il suo nome completo, perché tutti capiscono subito che è russa e la guardano strano, anche se lei della Russia non sa proprio niente, non c’è nemmeno mai stata.

La bimba con le treccine e il grembiulino blu stirato a regola d’arte le porge il libro.

«Devi leggerlo! Praticamente ci sei dentro anche tu».

A Lisa non piace leggere, o meglio, non ci ha mai provato: è una cosa per cui servono tranquillità, attenzione, silenzio… Magari però, oggi, sua madre e Mido se ne resteranno tranquilli sul divano senza urlare. Tanto non gliela fanno mai guardare, la tv.

Lo prende, e sulla vecchia copertina di cartone pressato sente ancora il calore della mano di Upono.


Fuori da scuola, sua madre l’aspetta nervosa. Lisa ha imparato a indovinare i suoi umori già a una certa distanza. L’aspetta dall’altra parte della strada, poco più in là delle strisce, la figura slanciata che percorre avanti e indietro il marciapiede, a un palmo dalla folla di genitori affettuosi che aspettano i figli davanti all’uscita. Getta occhiate elettriche verso i bambini, costretti a scorrere in fila oltre le porte prima di rompere le righe. Il libro che Lisa tiene tra le mani diventa più pesante a ogni passo che fa verso di lei.

La madre la afferra per una spalla, tira su col naso.

«Che roba è quella?»

«Un libro. Per i compiti». La bugia fluisce via dalle labbra, rassicurante. Funziona quasi sempre. 

La madre se ne disinteressa subito, la trascina dietro l’angolo dove le attende un furgone coi portelloni aperti.

«Dove andiamo?» chiede lei.

«Prima dobbiamo fare una cosa e poi a casa, sali dietro». La prende in braccio per aiutarla a salire sul retro del furgone, chiude il portellone con un colpo deciso. Poi va a sedersi davanti, accanto al suo uomo. Lisa osserva le loro teste attraverso la grata divisoria: quella bionda della madre si protende verso quella scura e spigolosa di Mido che la schiva, avvia il motore e parte di scatto. Gorgoglia qualcosa che lei non capisce, la madre sibila un’imprecazione in risposta. Lisa si accovaccia con la schiena contro una parete del furgone, osserva gli oggetti lasciati a sbatacchiarsi come lei nel vano. Sacchi informi pieni di robaccia recuperata in giro per le cantine dei torinesi, una cassa con sei bottiglie di liquido scuro, un mobile coi cassetti che entrano ed escono dalla loro sede a ogni curva e un vecchio cavallino a dondolo. 


Il furgone si ferma, sua madre e Mido scendono. Nessuno le apre il portellone. 

«Aspettaci qui, ci vuole un attimo». Le dice sua madre da fuori.

Lisa conosce bene gli attimi della madre, ma non fa in tempo a piagnucolare per un tablet o uno smartphone che le tenga compagnia, che quella è già scomparsa. Alla bambina rimane la penombra piena di spazzatura o forse di tesori, illuminata blandamente dal chiarore quadrettato che filtra dall’esterno attraverso la rete divisoria.

Lisa sbuffa, ma tanto non serve a niente. Esplora di nuovo il vano del furgone con lo sguardo, si avvicina a un grosso sacco nero e bitorzoluto, lo apre e tasta il contenuto. Sembrano vestiti, stracci, ne tira fuori un paio e passa al mobile, rovista tra i cassetti, tutti vuoti; poi il secondo sacco, ma è chiuso con un nodo. Si avvicina allora alle bottiglie: sa che i grandi le trovano molto divertenti, ma lei non è mai riuscita a capirne il fascino. Ne solleva una, fissa il liquido scuro controluce; è pesante, la mette giù. Rimane solo il cavallino a dondolo, che sembra osservarla con aria triste. È un giocattolo antiquato, fatto in legno, per bambini di una volta. Lisa non ha mai visto un cavallo dal vivo, né ha mai desiderato un cavallino a dondolo. Vorrebbe una macchinina elettrica, quella rosa di Barbie, ma la mamma le ha già detto di no: non c’è spazio, in casa loro, per giocarci. Quello stupido cavallino, poi, sembra malato: il legno una volta doveva essere laccato di bianco, adesso ha mille macchie un po’ scheggiate che sembrano varicella; gli occhi, dipinti ai lati del muso, hanno un’espressione appannata e della criniera resta un ciuffo crespo di rafia impolverata. Forse vorrebbe una carezza, un po’ di entusiasmo. Chissà quali e quante risate bambine gli mancano.

«Mi fai pena, povero piccolo stronzo».

Lo dice ad alta voce, rigirandosi il gusto proibito della parolaccia tra le guance e la lingua. Proibito si fa per dire: a sua madre non gliene frega niente, delle parolacce; ma se gliene scappa una davanti alla maestra… Le ritorna in mente il libro con la copertina screpolata: magari è quello, il momento giusto per leggere. Ma non ha neanche il tempo di accarezzare il cavallo screpolato della copertina che un torrente di urla le arriva addosso, passi di corsa, gli sportelli del furgone si aprono veloci e la mamma e Mido si catapultano all’interno e partono velocissimi. Nessuno fiata, nell’abitacolo, ma Lisa sente il nervosismo degli adulti pizzicarla come uno sciame di zanzare. Alla prima curva presa di sgommata, la bottiglia rotola contro il portellone e si rompe con un crash. Mido si mette a urlare.






A casa l’aria è spessa. Le voci dei due grandi si rincorrono per le stanze, si urtano, si feriscono.

Lisa si rifugia nella sua cameretta, chiude la porta a chiave e spera che nessuno dei due se ne accorga. Quando fanno così, bisogna farsi piccoli piccoli fino a sparire. Si sdraia e prova a leggere, ma le parole le rimbalzano negli occhi. Dalla parete arrivano urla spezzate in due lingue sconosciute, l’arabo tutto gorgogliato di Mido e il russo scivoloso che sua madre non le ha mai voluto insegnare. Poi, all’improvviso, il silenzio. Qualcuno bussa alla sua porta, Lisa non risponde. Finge di dormire. Sente l’acqua scorrere nel bagno.


Di mattina, nessuna sveglia suona. Una fitta di risucchio colpisce Lisa allo stomaco: niente cena, ieri sera.

«Mamouchka?»

La casa resta avvolta nel silenzio. Mamouchka è nella vasca, le sue labbra sono blu come quelle di una sirena.


La bambina attraversa Borgo Dora con un’andatura incerta, da sonnambula. Nessuno sembra notarla. Tutto intorno, il Balun ribolle della sua marea di oggetti e voci: vinili rigati, bambole mutilate, posacenere pubblicitari, scarpe spaiate, occhiali vintage. Ogni superficie trabocca, ogni centimetro del selciato è colonizzato da oggetti che hanno perso valore eppure resistono in cerca di uno sguardo, una possibilità, un nuovo amore.

Lisa scivola in mezzo a questo mondo come la comparsa smarrita di un altro film. I corpi degli adulti le si stringono intorno senza urtarla, come se non esistesse davvero. Una borsa di tela le sfiora appena la testa. Un passeggino le taglia la strada. Un urlo, da qualche parte. Un blues stonato si leva da un angolo, accompagnato da una chitarra scordata. 

Una patina sembra essersi stesa sull’aria. Tutto è più lento, più sordo, più distante. Una bambola con le palpebre bloccate a metà la guarda da una cassa, un mucchietto di vecchie lire argentate brilla sotto un raggio di sole.

Lisa non tocca nulla.

Attraversa una piazza piena di cianfrusaglie tirate a lucido, poi si infila in un cortile dove un monumento alla fonderia arrugginisce da mezzo secolo e infine svolta dove le bancarelle vere finiscono e cominciano le lenzuola stese per terra, le mercanzie buttate lì come carcasse: un tostapane bruciacchiato, un vibratore senza batterie, un cagnolino a molla.

Il cavallino di legno occhieggia in mezzo al ciarpame. Lisa si ferma solo quando lo vede. Cercava proprio lui.

Cade in ginocchio, lo abbraccia come un vecchio amico; «Sono io la stronza», sussurra tra i singhiozzi. E il cavallino vibra, si riscalda come se volesse risponderle, liberarsi di quella prigione di legno e vernice screpolata. La bambina si alza in piedi, il cavallino ondeggia sui suoi binari preso da una forza misteriosa. Una tedescona in bermuda e reflex lo fissa, sbalordita; il venditore avvinazzato si lascia sfuggire un macchecazzo!, la scarna folla di quel pezzo di mercato si blocca. Vassilissa sa quello che deve fare, anche se nessuno gliel’ha mai spiegato: la principessa monta in groppa al suo destriero e i due spiccano il volo, fino alle stelle.

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