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Vertigo | La doppia vista di Polifemo


 

A cura di Laura Scaramozzino

 


Vertigo è una rubrica dedicata ai racconti brevi che esplorano l’abisso. Paura e attrazione verso l’abisso, inteso in senso metaforico e non, rappresentano l’approccio più adatto a una narrazione che vuol essere per sua natura ambigua, liminare, al confine tra il bordo e il precipizio. Che cosa ci terrorizza, ma al tempo stesso, ci attrae? Perché, pur avendo paura del buio, desideriamo esplorarlo e addentrarci nell’oscurità?

Racconti noir, perturbanti, weird, horror o surreali troveranno in questo spazio la collocazione ideale, soprattutto qualora facciano dell’esperienza del confine, e del limite, la propria vocazione. Stare sul bordo dell’abisso, fare esperienza della vertigine, vuol dire questo: fuga e attrazione. Desiderio di cadere, ma anche terrore.



 

Testo di Marco Angelini

Illustrazione di Sergio Kalisiak

 

Era capodanno. Nostra figlia aveva cinque o sei anni. Tornavamo da casa di amici, per strada c’era poca gente. Arrivati ai giardini comunali, vidi un bagliore alle mie spalle, una trama abbagliante di filamenti che mi accecò e disegnò una maglia di forme. Una fiamma si alzò improvvisa e mi volò incontro. Ero già pratico, allora, da capire quale fosse la destra e la sinistra nella visione invertita. Mi voltai e mi lanciai su mia figlia. Le feci scudo. Il petardo mi colpì fra le scapole. Mia moglie, nel frattempo, si era voltata. Mi guardò come se avesse notato qualcosa in me per la prima volta. Le restituii lo sguardo, ma ero in grado di vedere solo la strada dietro di me. I ragazzi che, come corpi luminosi fatti di pioggia, correvano via.

Ho una doppia vista: vedo davanti e dietro di me.

Non ho un occhio dietro alla testa. Non so come ci riesco. Non sono malato. In ospedale mi curano per altro e sono diventato vecchio. Da giorni alle mie spalle non vedo che la testiera del letto e il cuscino.

Tra poco dovrebbe arrivare mia figlia.

Per me è così da sempre, ma non l’ho detto mai a nessuno. Mi avrebbero preso per matto o rinchiuso da qualche parte. Ora che mi resta poco tempo vorrei dirlo a qualcuno. Mi facessero pure degli esperimenti: mi allungherebbero la vita, forse.

A dieci anni provai a dirlo a Michele, un compagno di classe. Lui lo riferì a Giorgio, il più grosso della scuola. Durante la ricreazione mi prese per un orecchio e con l’altra mano mi frugò in testa.

«Dove sono ’sti occhi che dici? Dove?» Temevo che mi avrebbe strappato via i capelli.

«Mica ci sono» concluse e mi diede una scoppola sul collo. Io la vidi arrivare, perché ci vedevo da dietro, ma la presi in pieno. Non è facile gestire una doppia vista. La sovrapposizione delle immagini confonde: ci vuole un po’ a capire che cosa c’è davanti e che cosa dietro. E che il dietro è ribaltato, come se guardassi allo specchio.

Poi conobbi mia moglie. A lei fui tentato di dirlo poco prima di sposarci, ma poi non lo feci e quando infine mi decisi lei se ne andò.

Ora chi mi resta? Il medico dell’ospedale? Gli amici sono rimbambiti, ormai.

Mia nuora mi sopporta a malapena.

Potrei dirlo a mia figlia.

Mi sono fatto il discorso in testa più di una volta, le mie parole e le sue, e ogni volta finisce in un modo che non mi piace affatto, con lei che domanda: “Papà, cosa dici?” o finge di capire per chiudere il discorso.

Ma non mi resta nessun altro.

Mancano pochi minuti all’orario di visita. L’infermiera bussa sulla porta aperta, saluta sottovoce ed entra in stanza. Forse pensa che io dorma. Mi sono voltato verso la finestra. Con la vista posteriore vedo il suo corpo splendente e sollevo una mano per salutarla. Se mi concentro, scorgo ogni dettaglio del viso. I filamenti fluorescenti sembrano sbavarle il trucco e accentuarle una traccia di caffè sul volto.

Lei sorride, come ogni volta che la sorprendo con questo gioco.

«Ma come ha fatto?» Mi piace. Non mi dà del tu come le altre.

Provo a tirarmi su. Lei mi dà una mano, sistema il cuscino e mi fa appoggiare la schiena contro il guanciale sollevato: «Mi ha visto riflessa alla finestra, dica la verità».

«Intuito» sorrido.

Lei non ci crede e si abbassa per controllare se il vetro specchiava. Poi mi tocca la spalla e mi chiede: «Chi viene oggi a trovarla? Sua nuora?». Mi strizza l’occhio.«Mia figlia» rispondo.

Alle mie spalle vedo ancora la solita testiera del letto e il cuscino. La seconda vista qualche volta è flebile e rimane sullo sfondo, ma l’occhio retrostante non si chiude mai.

Per anni ho lasciato che ci fosse e basta, come se fossi nato con una mano a sei dita, o un piede.

Poi è arrivata mia figlia. Una sera, dopo che l’ho messa a letto, invece di una favola pescata dai libri le ho raccontato la storia di un supereroe che aveva la vista retrostante.

«Com’è che funziona?» Mi chiese e glielo spiegai con due parole. Ma lei volle sapere di più, le piaceva quel super potere. Allora le dissi che non era proprio come vedere, perché l’altro occhio non percepiva i colori.

«Vede in bianco e nero?»

«No» risposi.

«Allora non vede mica» disse, e mi ricordo come rise, seduta sul suo cuscino.

«Luci!» Specificai. «Fili di luce» e a quel punto non ne volle più sapere di dormire.

Da quella sera iniziarono le avventure del nostro supereroe. Gli facevamo fare di tutto. In guerra se la cavava meglio di ogni altro, e non c’era modo per nessuno di coglierlo di sorpresa. Trovare vie di fuga era la sua specialità, come disarmare il nemico quando stava per essere colpito alle spalle, quando l’altro non se l’aspettava. Non c’erano il tempo e le distanze: una sera combatteva nel mezzo della seconda guerra mondiale, quella dopo su Marte per difendere i coloni. Andò in Africa in cerca di un tesoro e la sua vista posteriore gli consentì di afferrare un serpente che si calava dal ramo, di schivare una freccia scagliata dalla riva opposta di un fiume.

«Lo chiamiamo Polifemo» mi disse una sera mia figlia.«Polifemo ha un occhio solo, lui ne ha tre».

“Ma dietro ne ha uno solo» insistette.

Durante il giorno, al lavoro, scrivevo le avventure che le avrei letto la sera. Mi divertivo: Polifemo faceva tutto ciò che da bambino avevo sognato di fare con il mio potere e ogni volta, in una frase o un particolare soltanto, ci mettevo qualcosa di me. Il Sig. De Capua, che era il titolare della falegnameria, non mi beccò mai, perché lo vedevo avvicinarsi ancor prima di sentirne i passi. Anche mia figlia dava suggerimenti. Polifemo era in grado di fare qualunque cosa, anche sott’acqua. Io non avrei mai potuto, perché i filamenti di luce danzavano come onde. Se pensavo a comporli dimenticavo di nuotare o di tenere la bocca chiusa. Polifemo, invece, aveva schivato la bocca di uno squalo e la lama di un pesce spada.

Una sera mia figlia lasciò perdere la storia e riprese a chiedermi come funzionasse l’occhio. «Cosa vede di preciso?»

«Te l’ho detto, vede al contrario».

«Sì, ma può scegliere se guardare davanti o dietro?»

«No che non può, le due viste si sovrappongono»

«Anche quando dorme?»

Io ci provavo sempre, pensai.

«E se mette la testa dentro a un sacco?»

«Non lo so, cosa succede»

«E di notte, allora?»

«Meglio di così non riesco a spiegartelo».

Non ne parlammo più.

Quando le va di scherzare, mi tocca ancora dietro la testa. Non è una carezza, cerca l'occhio.

Mi chiedo se ci pensi mai, a Polifemo.

La caposala apre la porta. Mia figlia è sempre tra i primi. La guardo con gli occhi davanti, perché mi veda in faccia. Con sé ha la borsa con i biscotti e i succhi di frutta, che mi sembra d’esser tornato bambino. Si ferma sulla porta e parla con l’infermiera. E fa una faccia, come se la stanchezza l'avesse colta tutta d'un colpo. Attende un attimo lì in piedi, dopo che l’infermiera se n’è andata. Resta un momento sulla soglia. Sospira, lancia un’occhiata dentro la stanza, mi osserva di sfuggita ed entra.

Mi dà un bacio e una carezza, che questa volta è una carezza vera.

Mi racconta le solite cose e mi fa una domanda che non capisco. Aspettiamo. Poi, nell’attimo in cui mi guarda, le dico: «Lo sai che io ci vedo anche da dietro?»

Lei continua a fissarmi. Piange. «Anch’io, papà».




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