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Racconti | Via Crucis


 

Testo di Davide Lepore

Illustrazione di Simone Paesano

 




Il sentiero era lastricato di sanpietrini e si arrampicava lungo il fianco della collina senza fretta, riducendo il dislivello in ampi scalini. Da un lato il terreno scendeva a precipizio verso valle, lasciando libera la visuale sui boschi e le montagne distanti; dall’altro dominava la roccia nuda della collina, calcare puro che si inerpicava ripido verso la cima. Statue del Cristo in bronzo erano disposte ad intervalli regolari lungo il percorso a rappresentare le stazioni della Via Crucis. La scena della crocifissione dominava sul paesaggio, quasi al termine del sentiero. Il Cristo, immortalato nell’istante del grande sacrificio, fiancheggiato dai due ladroni, era nel mezzo del piccolo spiazzo creato appositamente, anch’esso ricoperto di sanpietrini, un terrazzamento nel fianco della collina.


Alle spalle delle croci c’erano la grotta e la parete a strapiombo. L’antro era noto a Montalto con il nome di Grotta del Capitano. Era il fulcro delle leggende del paese, il luogo intorno al quale orbitava ogni storia nota ai paesani. Passaggi segreti, fantasmi e tesori, tutto il folklore montaltese sembrava essere legato al buio della grotta. Un paradigma comune nelle terre irpine; ai piccoli paesi dei dintorni piaceva nascondere le ombre del loro inconscio collettivo lontano dalla vista, in case abbandonate, boschi e antri oscuri. Era stato Federico a raccontare a Dario della Grotta del Capitano, quando l'età ancora non permetteva ai due di arrivare da soli al negozio all’angolo. Erano passati anni prima che vi si avventurassero di persona. Quando l’avevano visto per la prima volta il luogo era immediatamente diventato il loro luogo. Vi ci avevano piantato le radici della loro amicizia, annaffiandole di esperienze condivise. La prima birra, la prima sigaretta, il primo spinello, tutto di fronte al buio silenzioso della grotta e alle spalle degli imponenti crocifissi. La grotta aveva custodito, leale, i loro segreti. Quando, anni dopo, avevano entrambi maturato una grande passione per l’arrampicata, si erano promessi che un giorno sarebbero stati i primi a scalare la parete che sovrastava la loro grotta, senza corde. Un sacrificio in omaggio al loro luogo segreto, alla loro amicizia.

Dario si fermó al primo scalino del sentiero in un ultimo momento d’incertezza prima di iniziare la salita. Una volta incamminatosi non ci sarebbe stato piú ritorno. Fissó l’azzurro intenso ed interminabile del cielo di maggio, un cielo da deserto, e rimase per un attimo ad ascoltare i suoni che arrivavano dalla valle, ammorbiditi dal caldo primaverile. I suoni del suo paese.

Pensó che Montalto in tarda primavera non lo vedeva ormai da dieci anni. Da quando se ne era andato. Da quando anche Federico se ne era andato.


Sulle spalle portava uno zainetto e nello zainetto solo l’essenziale: le scarpette e il sacchetto del gesso per la salita, una bottiglietta d’acqua, una camicia di ricambio, tabacco e cartine. Percorse rapidamente gli scalini che lo separavano dalla grotta, si sedette su una roccia alla base della parete, dietro una delle statue dei ladroni, e tiró fuori la bottiglietta d’acqua dallo zaino. Intorno a lui, sparsi per il piccolo spiazzo, c’erano nuovi e vecchi mazzi di fiori lasciati in omaggio da amici e parenti. Si guardó intorno pensando a come di rado qualcuno passasse mai da quelle parti. C’era solo un gatto dal pelo rossiccio, pigramente sdraiato sul muretto inondato di sole che separava il sentiero dalla valle. Fissó Dario con indifferenza, poi spalancó il muso in un lungo sbadiglio e si rannicchió a sonnecchiare nel tepore del tardo mattino. Dario si sfiló le scarpe da ginnastica e infiló con fatica i piedi in quelle da arrampicata. Legó poi il sacchetto del gesso alla vita e alzó lo sguardo verso la cima della parete: sessanta metri di roccia calcarea lo separavano dal piccolo uliveto che si trovava lassù e che si estendeva fino ai piedi del rudere che in passato era stato il castello di Montalto. Il punto piú alto del paese.


La parete era di grado 7a, gli aveva detto Federico. Di arrampicata ne aveva sempre capito molto piú di lui. Di molte cose Federico aveva saputo piú di Dario. Del grado a Dario non importava niente, gli bastava sapere di potercela fare. I dettagli erano roba per Federico, sempre pronto a sviscerare tutto il possibile da ogni esperienza. Si sentí in colpa ad essere lì da solo a mantenere la promessa. Già dieci anni prima si era sentito così, quando Federico aveva affrontato a modo suo quella stessa parete, solo.

Allontanò quei pensieri e cominciò ad arrampicarsi, concentrandosi unicamente sui suoi movimenti. Era salito a quell’ora per avere la parete in ombra, perché la pietra, ancora fredda, offrisse appigli sicuri sotto i polpastrelli e solida resistenza contro la spinta delle sue scarpette. I chiaroscuri impressi sulla roccia da ogni imperfezione disegnavano un percorso preciso da seguire che facilitava l’impresa ma, anche se all’ombra, a metà del percorso il sudore aveva giá cominciato a inzuppargli la camicia.

Spingendosi di lato Dario si fece strada verso uno spuntone di roccia largo abbastanza da permettergli una sosta. A cavalcioni sulla pietra, sospeso con tutto quel vuoto sotto, gli veniva da pensare ai rapaci che di tanto in tanto cacciavano nella valle. E a Federico. Quasi a confermare i suoi pensieri, due poiane lanciarono il loro grido, volteggiando alte nel cielo vuoto ed immenso. Perlustravano la valle in cerca di prede, dove i boschi si aprivano in radure incapaci di trattenere segreti ai loro occhi esperti. Uno degli uccelli si lanciò in picchiata e scomparve nel verde del paesaggio. L’altra poiana rimase a cavalcare le correnti per qualche istante poi, sola, si avvió verso l’orizzonte, un punto sempre piú piccolo nel blu immacolato. Dario attese invano di veder risalire l’altro rapace. Quell’immagine di separazione gli lasció un senso di familiarità amaro. Volare lontano, senza voltarsi, sperando di far perdere le tracce ai rimorsi. Ma l’orizzonte non era abbastanza lontano e lui non aveva saputo volare veloce a sufficienza.

Sotto di lui le tre statue sulle croci continuavano, indifferenti, a sorvegliare il paesaggio; anche da quell’altezza non avevano perso la loro aria di imponente mistero. L’immagine del re dei sacrifici, sentinella perpetua del loro luogo.

Muovendosi con agile lentezza ritrovò la sua posizione piatta sulla parete e, dopo aver rinnovato lo strato di gesso sui palmi, riprese la salita.





La seconda metà dell’arrampicata fu piú lenta, piú dolorosa. Sentiva la fine avvicinarsi ad ogni spinta, ad ogni trazione, e già la mente gli si appesantiva di pensieri che rendevano la concentrazione difficile da mantenere.

Con un ultimo sforzo Dario raggiunse la sommità della parete, affondando il palmo nel soffice terreno del sentiero sulla cima. Si tirò su e si mise a sedere sull’orlo del precipizio. Dietro di lui il vento agitava dolcemente le cime degli ulivi, portando alle sue narici odori familiari. Guardò la punta dei suoi piedi, sospesi nel vuoto che lo separava dall’entrata della grotta. Era da quel punto che Federico si era lasciato cadere dieci anni prima. Senza spiegazioni.

Tirò fuori il tabacco dallo zaino e cominciò a rollare una sigaretta. Pure quello glielo aveva insegnato Federico, sempre un passo avanti in tutto. Dario lo aveva amato e invidiato. Poi Federico s’era ammazzato e Dario quel passo non lo avrebbe mai più recuperato.

L’illuminazione che sperava di trovare sulla cima non c’era stata. Né la pace tanto agognata. I sensi di colpa erano ancora lí, il dolore era ancora lí e Federico era ancora morto.

Dario tolse le scarpette e, fumando, si avviò a piedi nudi verso i ruderi del castello, tra i rami d’ulivo ancora cullati dal vento, sentendo sotto le piante dei piedi la carezza del terreno di quel luogo, ora solo suo.


Un attimo prima di andarsene si accorse di due punti volteggianti nel cielo sereno. Le due poiane s’erano ritrovate.


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